Al cinema!

Qui rido io (Mario Martone, 2021)

Mario Martone è un genio cinematografico. E questo suo ultimo film un piccolo grande gioiello.

Il racconto di un pezzo (importante) della storia di Napoli e della “napoletanità”, raccontato con gli occhi di chi in questo liquido amniotico è da sempre completamente immerso.

Il racconto della vita spericolata di Eduardo Scarpetta. Attore, commediografo, padre di molti figli, “legittimi e non”, come si usava dire al tempo, ma tutti generosamente trattati alla stessa maniera. E tra questi quei tre De Filippo (mai riconosciuti ma da tutti ben conosciuti) che tanto hanno contribuito alla diffusione nel mondo dell’immagine della loro città, del teatro e di una filosofia capace di ritrovare il filo sottile dell’ironia insita in ogni vera tragedia.

Il racconto di una società molto più aperta di quella in cui oggi abitiamo. O forse la semplice scoperta che, in ogni epoca, è possibile essere aperti solo volendolo e essendo disposti a pagarne le conseguenze.

Il racconto, anche, di una sentenza che fece scalpore, con la quale, partendo dalle riflessioni di Benedetto Croce, il Tribunale di Napoli – non dimentichiamo che la città è anche madre di una grande scuola giuridica – partendo dalla denuncia per plagio che D’Annunzio presentò contro Scarpetta (La figlia di Iorio era la tragedia plagiata, il plagio la commedia scarpettiana Il figlio di Iorio) delineò i confini della parodia e del diritto di parodiare.

Una riflessione sul tempo che passa, sul cinematografo che sostituisce il teatro, sul modo di ridere che cambia a seconda del momento storico in cui si vive …

Un film necessario.

E per me davvero un bel modo per riprendere l’abitudine del cinema, dopo oltre un anno e mezzo di dolorosa astinenza.

Ma guarda dove guardi!

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso (ma quanto fa effetto tutto questo specificare che stiamo parlando del secolo scorso?!) andavano di moda (cioè erano entrati nell’occhio della gente che si stava abituando a vederli) i pantaloni “a vita bassa” (lo so, mi ossessionano, ne parlo in continuazione!).

La “vita” era, in certi casi, così bassa che, in un profluvio di perizomi, allegre natiche avevano invaso le strade di questa parte del mondo che chiamiamo “Occidente”.

Naturalmente, come sempre accade con le novità giovanili, qualche persona un po’ più attempata (o un po’ più inibita, o maliziosa, chissà) considerava fuori luogo la moda corrente.

Muovevo allora i miei primi passi in Tribunale e uno dei processi che mi trovai ad affrontare vedeva come imputata una giovane scostumata accusata, da un’anziana signorina, “del delitto di cui all’art. 527 c.p. (atti osceni in luogo pubblico, n.d.r.), per aver ostentato le proprie terga” (magia della lingua tecnico giuridica!) indossando, in pubblico appunto, un paio di pantaloni che non lasciavano alcuno spazio all’immaginazione.

Forse, più correttamente, il fatto si sarebbe dovuto ricondurre nell’alveo del meno grave reato contravvenzionale (ma come scrivo??? Sembro me stessa quando indosso la toga!!!) di cui all’art. 726 c.p. (atti contrari alla pubblica decenza), in ogni caso la giovane venne assolta con formula piena (cioè perché il fatto non sussiste).

Ma che cosa era accaduto?

Il sentimento di pubblica decenza, di oscenità, di volgarità … ha un confine liquido, che scivola inesorabile nello spazio e nel tempo spostandosi in avanti (e indietro) mano a mano che ci abituiamo (e disabituiamo) alla vista di quello che entra nei nostri occhi.

Si tratta, in buona  sostanza, di assuefarsi ad un bombardamento ottico.

Tanto è vero che nel momento in cui scrivo i due reati in questione sono stati depenalizzati.

Chi è un po’ più vecchiotto, come la sottoscritta, di certo ricorderà quanto fosse sconvolgente, all’epoca del conflitto in Vietnam, vedere scorrere (magari all’ora di cena) sugli schermi dei primi televisori a colori le immagini che i TG diffondevano di quella guerra. Oggi nessuno fa una piega assistendo alle scene splatter dei film di Quentin Tarantino che, proprio perché grandguignolesche, tuttalpiù risultano grottesche, quando non decisamente ridicole.

Tutto questo pistolotto iniziale per una riflessione intorno a una fotografia che mi è capitato di vedere in questi giorni su Instagram (chi mi conosce sa quanto IG mi piaccia per il senso di assoluta ubiquità spazio-temporale che instilla).

Si tratta di una foto appartenente al genere “streetphotography” che, come mi ha insegnato il mio Maestro, ovviamente non esiste (parliamo di fotografia, perbacco! La cosiddetta classificazione in generi serve, al principiante, per orientarsi e, ai circoletti fotografici, che inesorabilmente odorano di muffa, per far sentire ai loro adepti che “siam tutti critici fotografici”).

La streetphotography, per come è attualmente intesa dalla maggior parte delle persone, è un modo pittoresco di affrontare la fotografia, giocando a fare Pierino in una classe in cui l’allievo più educato è quello che si infila le dita nel naso per ricavare il materiale con cui preparare palline da sparare a manca e a destra. Un modo che, solo apparentemente, assolve il fotografo da qualsiasi mancata giustificazione del suo operato. “Stava in strada, era lì alla portata di tutti, io l’ho semplicemente notata e catturata” (la fotografia come operazione predatoria personalmente a me disturba, ma questo naturalmente è un problema tutto mio).

Nella foto di cui parlo una donna di spalle (e questo, se fossimo in ambito processuale, dovrebbe giocare come prova a discarico del fotografo), ripresa a figura intera, passeggia per strada, le natiche, esuberanti per il ridotto slip che indossa, appena velate da un nero pareo trasparente che, anziché nasconderle, le evidenzia. Le caviglie sono gonfie, i capelli sono sporchi, l’abbigliamento dimesso e malamente abbinato a un paio di ciabattine in gomma ormai scalcagnate e una clutch che fa molto matrimonio anni Settanta. L’impressione generale è quella di sciatteria, non certo di grazia sensuale.

Il contesto della foto è incomprensibile, non si riesce a capire dove ci si trovi. Questo aspetto, apparentemente insignificante, a mio parere è invece importante. Quanto divergerebbero, infatti, le nostre opinioni in merito se lo conoscessimo? Probabilmente riterremmo l’abbigliamento del tutto fuori luogo (io lo farei), se sapessimo che la scena si svolgeva in una città come Torino mentre, per converso, lo giustificheremmo se si fosse trattato di una cittadina turistica, magari al mare, come Alassio.

Come era prevedibile (certe operazioni non sono mai del tutto innocenti) la pubblicazione dello scatto si è portata appresso una serie di commenti (non tutti edificanti).

E dire che non sono una bacchettona. Produco e pubblico, tra le altre, anche fotografie che forse si potrebbero definire “sensuali”. Ma il soggetto e l’oggetto di quelle fotografie (fotografa e fotografata) sono sempre io. Il corpo che decido di mostrare (o di non mostrare) è sempre il mio.

Mi domando quanti, tra coloro che hanno commentato, avrebbero avuto lo stesso coraggio che hanno dimostrato stando dietro alla tastiera, se quella donna se la fossero trovata davanti in carne e ossa. Perché, ecco, uno dei pericoli della fotografia è proprio quello di trasformare il soggetto in oggetto e così spersonalizzarlo. Lasciando la sensazione di poter dirne qualsiasi cosa perché, in fondo, non si sta commentando una persona reale (che magari ha pure dei sentimenti) se ne sta, piuttosto, commentando il simulacro.

Mi domando anche se l’autore ha avuto il coraggio di mostrare alla sua inconsapevole modella la fotografia che le ha scattato mentre lei passeggiava per conto proprio e se ha ottenuto la liberatoria per la pubblicazione.

Se la risposta fosse affermativa, la mia riflessione si chiuderebbe qui.

Supponiamo un attimo che invece no, il consenso non lo abbia ottenuto.

Che cosa ne penserebbe quella donna se sapesse di essere stata fotografata e portata alla ribalta, senza il suo permesso, su una delle piattaforme più frequentate al mondo e di essere stata commentata?

Non mi nascondo che questo potesse anche essere esattamente il suo intento.

In fondo, si potrebbe sostenere, se te ne vai in giro con quel tipo di abbigliamento, lo metterai pur in conto che a qualcuno potrebbe venire in mente di fotografarti e quindi esibirti.

Però forse anche no.

Forse una persona ha tutto il diritto di andarsene in giro abbigliata come meglio ritiene senza che questo debba essere inteso come un consenso a priori all’uso della sua immagine, qualsiasi sia lo scopo, prescindendo dalla sua espressa approvazione.

La Cassazione (ma perché devo sempre ridurre tutto a un discorso giuridico?) ritiene lecito fotografare soggetti all’aria aperta e in luoghi pubblici (ormai nemmeno più considera illecita l’attività di fotografare o riprendere persone o situazioni visibili senza aggirare i normali ostacoli predisposti dall’interessato per impedire ad altri di intromettersi nella propria vita privata).

Quanto detto sin qui, però, riguarda unicamente l’attività di mera fotografia.

La pubblicazione, l’esposizione e, più oltre ancora, come è facilmente intuibile, la commercializzazione di questo tipo di immagini sono altra cosa. Una cosa che, tra l’altro, in ipotesi di assenza di consenso espresso del soggetto ritratto, incontra il limite invalicabile della sua non riconoscibilità. Non deve cioè essere possibile risalire alla sua identità nemmeno attraverso “altri elementi identificativi” (quelli diversi dal volto, per intenderci).

Tra l’altro, affinché scatti il divieto alla pubblicazione, è sufficiente che anche solo una persona, attraverso quegli “altri elementi identificativi”, sia in grado di individuare il soggetto fotografato.

Ora però, un determinato tipo di abbigliamento, una costituzione fisica ben specifica, la foggia di un’acconciatura, il tipo di andatura … costituiscono tutti, almeno a mio modo vedere, “altri elementi identificativi” attraverso cui è ben possibile risalire all’identità della persona fotografata.

Magari quella donna nei luoghi in cui si svolge la sua quotidianità è sempre perfetta e si era concessa una “giornata di svacco totale” in cui andare, in tutta libertà, a farsi una passeggiata, in una giornata di vacanza, in un luogo in cui era certa di non incontrare nessuno degli appartenenti alla sua cerchia di conoscenze.

Invece un fotografo la immortala e poi la espone allo sguardo di circa ottocento milioni di potenziali conoscenti …

Niente è come sembra

Niente è come sembra.

L’idea che qualcosa possa sembrare diversa come è mi affascina.

2007. Mio marito lavora a Parigi. Approfitto delle vacanze pasquali per andare a trovarlo, insieme a nostro figlio che frequenta la seconda elementare ed è un vivace mostriciattolo riccioluto.

Siccome sono perfida e mi piace vincere facile, a farne le spese il più delle volte è proprio l’erede.

Complice un libro di storia dell’arte per bambini che dedica una specifica sezione al Louvre, alcuni giorni prima della partenza gli sottopongo la visione della Gioconda e de L’incoronazione di (Joséphine da parte di) Napoleone di Jacques-Louis David, spiegandogli l’importanza dei due dipinti e promettendogli di portarlo a vederli dal vivo.

Avevo notato che le fotografie dei due capolavori, riportate affiancate, sul libro avevano le stesse dimensioni.

Una volta a Parigi, dopo alcuni giorni a scorrazzare liberi per la città, è arrivata la pioggia: una vacanza nella Ville Lumière senza almeno un po’ di pioggia non è autentica (e il più delle volte neppure seriamente ipotizzabile, a meno di un sostanziale colpo di lato B).

Che cosa di meglio, in una giornata di pioggia, che rifugiarsi al Louvre? In effetti secondo me infinitamente meglio è infilarsi al Pompidou, ma naturalmente mi preme molto di più portare a termine il mio esperimento.

Facciamo ordinatamente la coda, acquistiamo i biglietti e via.

Il mio “piano geniale” prevede che per prima cosa il pargolo veda la magnificenza del dipinto di David.

Di fronte a quell’opera delle dimensioni di un campo da tennis, il cucciolo s’estasia (la maestosità colpisce sempre le menti più semplici). Controlla ogni minimo dettaglio con i suoi occhietti appuntiti, nota l’incongruenza tra il titolo con cui il quadro è noto e quanto vi è effettivamente raffigurato (sono orgogliosissima in quel momento).

A un certo punto arriva la domanda che tanto aspettavo: “Mamma? E la Gioconda?”.

Lo prendo per mano e lo conduco fino a Lei.

Fortunatamente è ancora presto e non c’è troppa ressa, così raggiungiamo abbastanza rapidamente il nostro obiettivo e …

Delusione del mio bambino! “Ma mamma!!! Sul libro era moooolto più grande!”.

E già, sul libro era molto più grande: l’aver visto affiancate sul libro le riproduzioni dei due dipinti e quindi, dal vivo, il quadro gigantesco per primo, aveva ingenerato in lui un’aspettativa circa quello che sarebbe dovuto essere il secondo.

In questi giorni claustrali a causa del covid-19, molti musei hanno deciso di aprire tour virtuali delle loro collezioni.

L’esperienza virtuale non è certo nuova all’uomo moderno e oggi molte delle esibizioni organizzate dai musei più all’avanguardia permettono al visitatore di confrontare le opere in mostra con altre, non presenti, le cui riproduzioni sono “altrimenti fruibili”, ad esempio con la tecnologia 3D.

Da quasi duecento anni la riproduzione tecnologica del mondo che ci circonda è una realtà grazie alla fotografia e ai suoi successivi e continui sviluppi (dal cinema in avanti).

Ancora oggi, forse, non si è però compresa fino in fondo la portata del cambiamento che questa possibilità ha indotto, in particolare sui modi di apprendimento e su quanto più generalmente consideriamo “la conoscenza del circostante”, nel suo senso etimologico di “ ciò che ci sta attorno”.

Prima della fotografia si sapeva dell’esistenza delle cose tramite l’esperienza in prima persona oppure tramite il racconto, scritto, orale o per “immagini fatte a mano”, di chi quell’esperienza aveva direttamente vissuto.

Se questo, come è evidente, non rappresentava un problema in relazione alle cose facilmente raggiungibili, rispetto alle quali era sempre possibile la verifica, lo diventava in relazione a quella parte di mondo distante dal luogo in cui le persone abitualmente vivevano e svolgevano la propria esistenza: un problema di affidabilità del referente, nel senso che per credere all’esistenza di quello che veniva raccontato, si doveva riporre la propria fiducia in chi lo raccontava.

Con tutti i pericoli connessi all’eventualità che la fantasia del narratore potesse correre un po’ più del dovuto.

A questo va aggiunto che l’accesso alla conoscenza diretta era tutt’altro che democratico. I mezzi necessari per muoversi, alla ricerca del sapere, di città in città, di nazione in nazione erano appannaggio, se non esclusivo quasi, dei ceti più abbienti. E di pochi coraggiosi avventurieri.

Infatti nel medioevo credevano all’esistenza degli unicorni.

Poi è arrivata la fotografia: un mezzo capace di consegnare analoghi della realtà che, sin da subito, tutti sono stati pronti a ritenere perfetti e, quindi, assolutamente degni di fiducia.

Proprio perché la fedeltà al reale era il problema maggiormente sentito dai pittori, il fatto che l’impronta del vero restituita dalla macchina apparisse così precisa e nitida sin nel minimo dettaglio non ha mai lasciato dubbi circa l’affidabilità delle fotografie che a poco a poco, brave come sono a far dimenticare che le modifiche introdotte dall’interposizione del medium non sono così trascurabili come generalmente si è portati a ritenere, sono esse stesse divenute il “referente”, capace di attestare la “realtà” di qualsiasi cosa, non solo la sua esistenza, quindi, ma addirittura il suo essere esattamente così come la fotografia ce la propone.

Per quanto possa apparire ovvio, ad esempio, ben pochi si pongono domande sulla effettiva “tridimensionalità” di un soggetto fotografato.

La riduzione di una realtà che è necessariamente tridimensionale a una rappresentazione in due sole dimensioni non è certo argomento nuovo al momento della nascita della fotografia e ha occupato i “produttori di immagini” sin dai tempi più remoti: a Pompei si ritrovano i primi tentativi di prospettiva aerea, ma sappiamo dai testi (dipinti, ahinoi, non ne restano più) che già Agatharkos, con le sue tavole in prospettiva per le scenografie di Eschilo, aveva suscitato le ire di Platone, che lo esecrava dalle pagine de La Repubblica per la sua sfacciata “arte mimetica”.

Non stentiamo nemmeno un secondo ad esclamare: “ottima tridimensionalità” di fronte alla fotografia particolarmente ben riuscita di un edificio (o di una mela, o di un quarto di pollo) nella quale il fotografo è stato abile a sfruttare a proprio vantaggio i giochi di luce e ombra per rendere plastico l’oggetto della sua indagine. Basta soffermarsi un istante a riflettere per capire che “quella” tridimensionalità nulla ha a che vedere con la realtà di quell’edificio (o mela o quarto di pollo).

E ancor più che la realtà di quell’edificio (o mela o quarto di pollo) non è solamente quella di una fotografia. Perché non c’è solo un modo di fotografare. E per un Gabriele Basilico che cerca il sole delle 10.30 del mattino nelle terse giornate ventose, ci sarà sempre un Franco Fontana che ama la calda luce della sera e a entrambi potranno far da contraltare Bernd e Hilla Becher che restituiscono analoghi altrettanto validi e che tuttavia delle luci e ombre hanno fatto dei demoni assoluti.

Un altro aspetto sul quale siamo molto ben disposti a sorvolare osservando una fotografia è proprio la scala dimensionale oggetto dello scherzo fatto a mio figlio: le fotografie la aboliscono e così la Gioconda e L’Incoronazione di Napoleone, una volta racchiuse in quel rettangolo, diventano “grandi uguali”.

Tolto loro ogni riferimento e fotografate isolate dal contesto, possiamo ben far credere che la saliera di Benvenuto Cellini sia più grande della Tour Eiffel …

Gli esempi sono infiniti. E infatti quante volte abbiamo visto fotografie in cui qualcuno ha fatto accomodare la moglie a fianco della piramide di Cheope per usarla come metro (metro e sessanta, via!) di paragone?

Anche il colore è uno degli aspetti su cui non ci stracciamo poi troppo le vesti e riteniamo fedeli alla realtà le fotografie in bianco e nero (purché ben fatto!), così come fotografie con colori simili, ma non identici, a quelli dell’originale.

Tutti questi elementi presi insieme hanno un nome: l’aura, cioè il carattere individuale dell’originale, quella unicità che lo contraddistingue dalle sue riproduzioni.

Walter Benjamin, ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, ne parla a proposito delle sole opere d’arte ma, come si può facilmente intuire, il discorso può essere esteso a qualsiasi originale, dal Grand Canion alle tagliatelle di nonna Pina; dal concerto di Bruce Springsteen (cui si è assistito dal vivo o che si è visto in televisione) alla osservazione diretta di Lisa Gherardini da parte di Leonardo; dalle fattezze che quest’ultimo ne traspose nel quadro che tutti conosciamo alla fotografia di quel quadro realizzata dall’addetto alla documentazione per l’archivio.

È un’arma a doppio taglio la possibilità di riprodurre all’infinito un originale.

Da un lato, infatti, la riproducibilità tecnica avvicina alle masse quello che un tempo era avvicinabile solo da pochi. E questo è certamente un bene perché proprio grazie alle fotografie, ai programmi televisivi, ai dischi … oggi chiunque ha la possibilità (a ciascuno di coglierla, naturalmente) di venire a conoscenza dell’esistenza delle cose.

Tuttavia il mondo proposto attraverso le sue riproduzioni non è, per l’appunto, il mondo nella sua realtà di fatto. Con l’inevitabile conseguenza che proprio ciò che avvicina il mondo alle masse, contemporaneamente lo allontana, lasciando credere che la “conoscenza” di qualcosa consista unicamente nel “sapere dell’esistenza”.

È piuttosto semplice capire che vedere una fotografia delle tagliatelle di nonna Pina non corrisponde certo al trovarsi al loro cospetto e poter farne esperienza con i cinque sensi: il profumo del ragù fumante che si sprigiona nell’aria, la gioia per gli occhi di vedere il piatto ricolmo nella sua tridimensionalità e alla nostra portata, il piacere di affondare la posata nel groviglio per arrotolarne una forchettata, la meravigliosa sensazione del boccone a contatto con le labbra e la lingua e infine il sapore delizioso che risveglia in noi ricordi, affetti …

Bisogna schierarsi a favore o contro la fotografia e, più in generale, a favore o contro la possibilità di riproduzione tecnica? Io credo che la domanda sia sbagliata e corrisponde a chiedere se un sasso sia o no un’arma.

La risposta è: “Dipende”.

Il grande catalogo delle cose del mondo messo a disposizione dalle immagini fatte a macchina è un vantaggio per l’uomo di oggi. Se è vero, infatti, che qualunque tipo di immagine persiste, lascia un deposito nella memoria (si dice comunemente che l’immagine resta impressa molto più, ad esempio, di tutte le parole che si potrebbero utilizzare per descrivere la stessa realtà che l’immagine dipinge) tra tutte le immagini, le fotografie, proprio grazie alla loro particolare contiguità con il reale, rimangono ancora di più. Lo fanno anche se non ce ne accorgiamo. E innescano collegamenti, tra di loro e tra cose pregresse, fino a portarci ad avere un’idea del mondo. Che è però solamente un’idea, un inizio cioè rispetto al quale è importante che si tenga sempre presente la differenza tra conoscere le cose e sapere della loro esistenza.

 

Bibliografia:

  • Walter BENJAMIN, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
  • Conversazioni con Alessandro CUCCHIERO

NEWTON, Helmut o l’immaginario erotico del figlio di un fabbricante di bottoni

Oggi avevo le dita in fibrillazione dalla voglia di scrivere qualcosa.
Di scrivere qualcosa di CATTIVO.

Il destro me l’ha fornito il buon Fulvio Bortolozzo.
I trenta lettori che mi seguono – e già, ho superato Manzoni! – sanno che lo considero uno dei miei maestri (se non proprio IL mio maestro).
Ieri sera mi è arrivata la notifica del suo articolo “Le pere di Newton”

scritto a valle del vernissage per la mostra di Helmut Newton, appunto, che proprio ieri ha aperto i battenti alla GAM di Torino.

Premesso che, per quanto sono strega, l’avrei intitolato “Le (o)pere di Newton“, ma questa è un’altra storia … Non fosse stato per la sua chiosa “E le donne che vedranno la mostra? Aspetto con curiosità di sentire la loro voce“, io a vedere la mostra di Newton non sarei nemmeno andata (mi era bastata – avanzata – la super completa di Rivoli, alla fine degli anni Novanta, del Novecento …).

A me Newton non è che sia mai piaciuto troppo. Non ne metto in discussione la capacità di fotografo. Certo era uno che sapeva usare la macchina fotografica. Non mi sognerei mai di dire il contrario. Sono i contenuti che mi “infastidiscono” (tanto per usare un eufemismo).

Sarà che sono figlia di un soldato e le cose ho imparato presto a chiamarle con il loro nome proprio, anche quelle brutte, come ad esempio La Morte.
Sarà che ultimamente frequento troppi aristocratici, da Gillo Dorfles a Herman Broch, senza scordar De Sade … Come dite? Sono tutti passati a miglior vita? Lo so, ma che ci volete fare? Se uno fa bene il proprio lavoro (scrive bene, dipinge bene, pensa bene …) non è che dopo la sepoltura quel che ha detto e fatto non vale più!

Sarà quel che sarà, come diceva la canzone, ma a me pare che Newton sia proprio quello che era: un borghesuccio senza coraggio.
Ha una bella voglia il nostro a proclamare “Non mi interessa il buon gusto. Mi piace essere l’enfant terrible”.

IMG_20200131_145701-1.jpg

Ma quale Enfant Terrible?

Che cosa c’è di così scandaloso, alla fine degli anni ’90 del Novecento, nel mostrare due femmine strette in micropelle e tacchi a spillissimo che si abbracciano voluttuose sul pavimento verde acido e ricoperto di giornali di un garage a Montecarlo? (Che è un garage e che è a Montecarlo – e non ad esempio un set tuttofinto montato alla bisogna in un qualsiasi studio di posa – ce lo dicono “loro”, e con “loro” intendo Il Sistema, I Curatori della mostra e forse Newton stesso. E ci dobbiamo fidare. Come sempre in fotografia, che sarà pure un’arte minore, ma quanto a capacità di infinocchiare il guardante – in questo caso pure un po’ guardone – non è seconda a nessuno).

Che cosa c’è di così scandaloso nel sedere della Parietti che sbuca tra gli alberi della collina Torinese, immortalato nel 1996 per L’Espresso? Scandalosa semmai è la foto che, per come è concepita, verrebbe sferzata a sangue se solo la presentassero anche nell’ultimo dei circoli fotografici.

IMG_20200131_150256.jpg

Che cosa c’è di così scandaloso in una tizia che mangia e beve con una tetta al vento? Una sola, perché così è più ammiccante …

Chi è un po’ stagionato come me sicuramente ricorderà lo scandalino della tettina (una prima sulla fiducia!) di Patsy Kensit, sfuggita maliziosa dalla rottura della spallina della sottovestina che indossava a Sanremo un milione di anni fa.

“Tutta invidia!”, direte voi, perché io che ho superato (di molto) gli anta, manco potrei sognare di osare una sottoveste senza reggiseno!
Vero.
L’odiosa legge di gravità fa il suo sporco lavoro!!!
(A proposito, con alcune amiche e colleghe giuriste avrei redatto una proposta abrogativa per manifesta violazione dell’art. 3 della nostra Carta Costituzionale: discriminazione per sesso, età, razza … direi che ce n’è abbastanza, no?).

Di Newton mi fa rabbia la mancanza di coraggio.
Quel pierineggiare pallido e assorto, sempre trattenuto però, di uno che vorrebbe dire, ma soprattutto fare, delle maialate da bordello, ma la morale glielo impedisce. La speculazione basata sul voyeurismo dell’osservatore che alla fine impone di ammantare tutto di “artistico“, per non sentirsi pornografico e poter così parlare (e fotografare!) di sessoossesso senza sentirsi troppo in peccato mor(t)ale.

Nella sua opera non vedo nessuna vera dissolutezza, nessuna morale profondamente corrotta ma così umana da diventare, quella sì, vera arte, grazie alla forza d’urto corrosiva del genio.
Penso, tanto per fare qualche nome, a Nan Goldin o a Alberto Garcìa Alìx (dolorosamente tremenda la sua fotografia “El Rey”), al loro coraggio, che non stento a definire immenso, nel mostrare e nel mostrarsi, dopo giorni e notti di assoluta depravazione, senza infiginmenti, senza belletti, senza quella untuosa patina di perbenismo e benpensantismo tipici del borghesismo (al MoMA hanno abolito gli “ismi” ma io li adoro e continuo a usarli!).

Non una delle donne di Newton può anche solo lontanamente essere paragonata a quella leggendaria cortigiana che fu Kiki de Montparnasse. Come si possono dimenticare le sue labbra perfette, rese immortali da Man Ray, mentre si stringono al sesso di Paul Elouard?

kiki-manray

Eh, mi direte voi a questo punto, ma Newton si occupava di pubblicità e di moda (ah! la moda! che cosa è poi? Magari ne parliamo un’altra volta), non faceva arte!
La sua era fotografia che doveva comunque servire a vendere, e per riuscirci doveva essere visibile e vista e non censurata e rinchiusa in oscure camere. Insomma non è che potesse fare proprio come gli pareva, altrimenti chi gli avrebbe mai commissionato il lavoro? Come a dire: scandalizzare sì, ma entro certi limiti, giusto per solleticare certi brividi, ma senza spingersi troppo oltre, un sado-maso-soft se vogliamo, così da incuriosire.

Ma, se “non faceva arte”, allora perché ci ostiniamo a chiamarlo “artista” o anche “ilgrandemaestrodell’erotismo“?

E allora eccoci al vero punto: non è questione di fare l’enfant terrible. Non è questione di fare o non fare arte.
E’, più prosaicamente, questione di attirare denari con una merce, il sesso appunto, che notoriamente da sempre “[i]tira[/i]”.

Basta parlar chiaro, no?
Alla fine, l’erotismo di Newton, così intriso di etico, vacilla. Non è altro che un sentimento spurio che tenta di surrogare il sentimento reale. E finisce con il tradursi inesorabilmente in ridicolo.

Davvero l’immaginario erotico del figlio di un fabbricante di bottoni tedesco non vale un grammo di quello di un aristocratico debosciato francese …

Di questa mostra ricorderò solo le scarpe e i piedi delle modelle.
Un vero supplizio.
Piedi gonfi, sgraziati, storti …
E scarpe brutte, grosse, sporche …

Tessere, mosaici, oggetti preziosi … Fotografie – Parte seconda

Dopodomani, 7 novembre 2019, il MoMA compie novant’anni. E non è mai stato così giovane.

Non è soltanto perché, per l’occasione, come ogni prima donna che si rispetti, si è regalato un lifting. Tutti lo sanno, ormai: dopo un’estate di lavori, il 21 ottobre ha riaperto i battenti con spazi infinitamente più ampi e completamente ripensati.

Ma i nuovi spazi non sono altro che la punta dell’iceberg. E sono al servizio di ben altro ripensamento, che detto per inciso arriva a valle di un dibattito interno durato oltre dieci anni, a costo di discussioni anche accese e di porte sbattute.

La strada per portare nel XXI secolo l’istituzione simbolo dell’arte del XX passa dall’osservazione del modo in cui fruiscono il museo, e quanto vi sta dentro, i post millennials, la Generation Z, cioè a dirsi i veri nativi digitali.
Insomma quelli nati tra il 1995 e il 2009.
E attenzione, che quelli successivi ci sono già!
I bambini con meno di dieci anni, quella 
Generation Alpha che ha già dato prova di essere profondamente diversa dalla Z dei fratelli maggiori.

E così si arriva a Zygmunt.
Baumann.
Con la sua “modernità liquida“, la marmellata in cui volenti o nolenti siamo ormai tutti immersi, ci apre gli occhi sul flusso continuo nel quale, mentre noi adulti annaspiamo, questi nostri meravigliosi ragazzi (lì in mezzo c’è pure mio figlio) sguazzano allegri.

Telefonino (smartphone!) sempre alla mano, surfano (“mamma, noi googliamo!” e certo), tra Zia Wiki, Maps, What’s app, Instagram, Youtube, Netflix e …
A noi non restano che le cose da vecchi (ed è incredibile quanto invece ci paiano mirabolanti modernità): FaceBook, Twitter, la pay tv … roba che nessuno di loro si sogna nemmeno di prendere in considerazione.

Si informano, in tempo reale.
Si confrontano gli uni con gli altri, su tutto.
Tengono insieme i pantaloni a zampa, la musica degli anni Ottanta, la trap.
Conversano amabilmente con Alexa (a me sta voce suadente che mi saluta non appena metto piede in casa fa un po’ impressione, mi pare una trovata alla Blade Runner).
Gli e-book per loro sono I libri.
All’università hanno il libretto elettronico e tutto il sapere è condiviso su piattaforma.
Sono ovunque, sempre, nello spazio e nel tempo, concetti questi che per loro non hanno certo il significato che avevano per me.

Per questo quelli del MoMA hanno deciso di scendere tra loro.

Al MoMA, dal 21 ottobre 2019, è in atto la rivoluzione.

Così, quando i direttori di ben sei dipartimenti (tra cui quello della fotografia), hanno lasciato il posto, sono stati sostituiti da capo curatori con conoscenze trasversali: basta con i compartimenti stagni! L’arte non può essere chiusa in cassetti che non comunicano tra di loro (mi sembra di sentir parlare la mia prof. di lettere del liceo …). Non si può sapere tutto di pittura e niente di architettura!

Così i vecchi concetti di appartenenza – storica, cronologica, ideologica … – non valgono più. L’unica ammessa è l’appartenenza al proprio tempo.

Così, al grido di “l’arte deve stare tra la gente” (e in particolare tra i giovani), i vecchi e un po’ pomposi capolavori sono scesi dai loro piedistalli, hanno preso le scale e si sono sistemati in una lunga galleria aperta a livello stradale sulla 53rd.
Come la vetrina di un negozio fa sì che tutti quelli che passeggiano per la via possano ammirare, gratuitamente, le opere d’arte esposte (e magari farsi venire la curiosità, e la voglia di pagare il biglietto ormai lievitato a 20$, di vedere che cosa c’è ai piani superiori).

Così ogni “ismo” è finito in soffitta.
Niente più “cubismo“, “espressionismo“, “fauvismo” … Nemmeno più un riferimento al “pop” (“popismo“?).
Tutti cancellati in un colpo solo e tutti sostituiti senza troppi rimpianti con roba del tipo “Dai Barattoli di Zuppa alle Salsicce Volanti“; “Design per la vita moderna“.
Per la gioia di tutti i liceali annoiati (dormienti o, quando svegli, intenti a studiare altre materie “più importanti“) durante l’ora di storia dell’arte.

E siccome i ragazzi si annoiano in fretta, tutto deve cambiare in fretta.
In un grande gioco di continua ricomposizione, il MoMA ha deciso che ogni sei mesi si riallestirà tutto.
Perché ogni opera d’arte DEVE avere la possibilità di dialogare con le sue sorelle, e così di andare oltre il proprio tempo, oltre il luogo in cui fu concepita.

Pitture, sculture, fotografie, arredi, oggetti di design, architetture (c’è persino una cucina tedesca montata in mezzo a una sala – è quel cubetto giallo e bianco che si vede al centro nella fotografia di sinistra) di ieri, di oggi, di un domani che è già quasi qui, senza distinzioni di sorta, immerse in un liquido semiotico, tessere di un mosaico in continua evoluzione, acquistano significato da chi le precede e ne conferiscono a chi le segue. Ed è fin troppo facile pensare all’Atlas di Richter.

Nella stessa sala, almeno per i prossimi sei mesi, convivono Les Demoiselles di Picasso e American People Series #20 Die di Faith Ringgold.
In un’altra, una scultura di Louise Bourgeois fa da controcanto a due tele del periodo rosa del grande maestro cubista. E non troverete scritto da nessuna parte né cubistaperiodo rosa! Troverete invece, poco oltre, accomunati dallo stesso nome, Henri Rousseau (Il Doganiere) in compagnia di Matisse …

Come in una moderna famiglia allargata al pranzo di Natale, dove la novantenne zia Adelaide (senza nemmeno sollevare un aristocratico sopracciglio di disapprovazione) ciacola amabilmente con Kevin, lo scanzonato e divertentissimo figlio della terza moglie del fratello minore della cugina di suo nipote, che ha un piercing al naso e una passione per i film di Tarantino.

It’s the flow, babe!