riflessioni tra sintassi e fotografia

tea zanetti – doppie esposizioni, 2022

L’ossessione delle parole esatte.

L’idea che esistano parole per indicare ogni cosa, per descrivere qualunque circostanza, per parlare di qualsiasi sentimento…

Poi mi scontro con la realtà di un bacio.

Come posso descrivere un bacio

Quali sono le parole “esatte” per raccontare tutto il ventaglio di sensazioni che il coinvolgimento di un bacio si porta appresso?

Potrei parlare di sorpresa, piacere, tenerezza…

Proseguire con dolcezza, passione, irruenza…

Andare anche oltre con scambio, anima, amore. Ma… Non riesco a centrare l’obiettivo.

Finisco col ricorrere alle metafore, perché è nell’aura di imprecisione che le circonda che ritrovo la perfezione della poesia che, rifacendo tutto nuovo, tutto descrive.

Cerco così “immagini” per raccontare “sensazioni” e “sentimenti”.
Parlo di “Danza di farfalla elettrica”. Descrivo quel momento come il compimento di una lunga attesa che si rivela “Abbagliata di luce”.

E infine invento un’immagine per gli occhi, che racconti tutto questo senza spendere una sola parola.

naufraghi metropolitani

“Finalmente sono tornata in me!

Non ne potevo più della melassa di malinconia in cui mi ero lasciata scivolare in questi ultimi mesi.

Ho pianto fino a seccarmi gli occhi. Cazzo! Ho dormito poco e male. Con il rischio di rovinare il lavoro di Jamal, benedetto ragazzo, fortunachec’è. Mi ha risistemata in un amen, eh, ma che sgridata! Mi ha fatto una paternale che manco Padre Boschetti … Te loricordiPadreBoschetti? Che pppppalllllleeeeeee! Paternali su tutto… PadrePaternaleBoschettiSJ (es gei, Societatis Jesu!).

Ora ho la pelle di una bambina. MenomalecheJamal ha la mano così delicata che non mi concia come quei fenomeni da baraccone con labbra a canotto, zigomi a mela di Biancaneve e sopracciglia all’altezza dell’attaccatura dei capelli!”

Parla a raffica, Luminosa. È fatta così. La mia amica… Abbiamo abbondantemente superato i cinquanta ed è sempre uguale. Bella e inquieta. Ed è tornata, finalmente. È tornata a essere se stessa. Luminosa di nome e di fatto, le dicevamo al liceo. Ed era impossibile volerle male o anche solo essere invidiose di quel portento esplosivo di bellezza, intelligenza e simpatia.

Mentre mi racconta, me la immagino. Si dondola sulla sedia, attorciglia tra le sue lunghe dita ossute il filo del telefono (sì, ha ancora questo vezzo del telefono fisso… Perchémipiacegiocarecolfilo,micaperaltro!) e guarda il soffitto.

È fatta così, lei. Un tornado!

E non hai scampo, prima o poi, per triste che tu sia, riesce a farti ridere.

Puoi metterti d’impegno, decidere che le terrai il broncio per i prossimi sei mesi ma, se disgraziatamente abbassi la guardia e la lasci fare, in capo a mezz’ora ti smonta tutti i piani d’attacco e ti ritrovi a ridere a crepapelle con le sue sparacazzatestratosferiche.

“No perché, vedi che scema che sono? Mi sono innamorata di un fotografo. Non aveva cinquantanni e si sentiva un vecchio, mi spiegava di tutti i suoi acciacchi, l’alcol, le pasticche, il mal di schiena chedovevafarsimetterelecalzette (cazzo, così le chiamava, “le calzette”) dalla moglie. Ma ti rendi conto????? Farsi mettere le calze dalla moglie??? E io, con la mia sindromedellacrocerossina, appresso a lui, decisa a farlo ridere. E ci sono riuscita! Beh certo checisonoriuscita, ci riesco sempre! Ci smanazzavamo, osceni come ricci – i ricci sono osceni? Boh, chissenefrega, noi lo eravamo! Ci smanazzavamo, dicevo, alla Stazione Centrale a Milano, in mezzo al mondo intero. E nessuno che ci guardasse manco per sbaglio. A Milano, vanno sempre tutti di fretta. Eccheccazzo, Anna, come si fa ad andare sempre così tuttidifretta? E noi a smanazzarci dappertutto e a ridere come ragazzini scemi in mezzo a tutta quella gente che correva”.

Lo amava quel suo fotografo. Lo amava come solo lei sa amare. Senza filtri, senza riserve, senza remore. Lui la trattava di merda e lei lo amava. Gliene ha combinate di tutte i colori, ma lei lo amava. Poi a un certo punto le cose hanno cominciato a starle strette, a pesarle. Lui era diventato una noia mortale, sempre lo stesso copione ogni giorno. Tre telefonate a orario fisso (colazione, pranzo e cena, come le pasticche!), messaggi a pioggia che diventavano via via più insulsi, più vuoti, più tristi man mano che aumentavano di numero … Luminosa … Luminosa, come hai potuto resistere così tanto? Gli anni passano anche per te.

“Annaaaaa, gliannipassanoancheperme, cazzo! Mi sembrava che potessimo riprendere le fila di un discorso. Era un bravo fotografo, Anna. Ma bravo proprio! Accidentialui! Poi ha cominciato a fare quelle cagate della streetphotography … Cheppallelastreetphotography, lo sai come la penso, no? Insomma, a un certo punto è arrivato questo tipo. Un pazzo. Vabbé, i Greci hanno nomea di essere pazzi. Mi raccontava un mio amico che la sua compagna, Greca pure lei, lo menava. Si incazzava senza ragione (o magari la ragione ce l’aveva anche, però eccheccazzo, menare!, anche se hai ragione … Piuttosto facciamoci una scopata per farcela passare, no?) e giù botte. Mah? Alla fine lui l’ha lasciata. Bene Jollino! Bene hai fatto a mollarla quella stronzapazza!”.

Devo ammettere che più di una volta ho avuto il sospetto, Luminosa, che sia pazza pure tu. Questo comunque non ti ha impedito di laurearti a pieni voti a ventiquattro anni e diventare una stimatissima cardiochirurga ben prima dei trenta. A volte penso ai tuoi pazienti … Se solo sapessero che razzadipazza (tu stessa ti definisci così) tiene in mano il bisturi che di lì a poco li aprirà in due…

“Comunque, quel Greco scriveva. Da dio, scriveva, Anna! Faceva fotografie delcazzo, ORRENDE, ma orrendeorrendeorrende, ti dico, ma scrivere … Scriveva da dio! E sai cosa? Scriveva per me. Questo mi ha mandata in palla. Non che fosse il mio tipo. Cioè, non era male, chiariamoci, l’hai visto, ti ho mandato le foto, però non era il mio tipo. Aveva la pancia, una bella pancia (pensavo avesse settantanni, Anna, invece non ne aveva ancora sessantaquandol’hoconosciuto, te l’avevo detto no?) comunque, la pancia, mezzo calvo (vabbé, quell’altro era calvo del tutto. Però, dai, calvo del tutto non è male! Bello liscio, che quando gli leccavo la pelata mi eccitavo! Quasiquasi mi faccio un po’ schifo… Che dici, Anna, sonozozza? Sì chelosono,losodame!), e le gambe poi, Anna! Le gambe bianche come quelle di un polletto. Il culo non lo so, ma secondo me non ce l’aveva troppo bello …

… Comunque, dicevo, scriveva da dio e scriveva per me quelle sue lettere pazzesche piene di metafore assurde e mi scriveva nel cuore della notte, mi raccontava di cose magiche. Le cose magiche, Anna, lo sai che per me sono tabù. Sì che lo sai. La magia mi è sempre stata accanto, ma su un binario parallelo. Fin da piccola sentivo che c’era qualcosa di strano, la nonna voleva parlarmene, ma il babbo non voleva! Vietato parlarne! Assolutamente! Sta di fatto che lui mi scriveva la notte e io mi svegliavo appena mi aveva scritto. Non perché avessi dimenticato di silenziare il cellulare! Mi svegliavo in trance, come per magia. Nonladevopiùdirequestacosadellamagia! Vietato! Severamentevietatomagheggiare!”.

Luminosa … Mente Luminosa, LuminosaMente, mattamente Luminosa. Ma quanto ti voglio bene sorella mia? Mi commuovi.

La so tutta questa storia. Abbiamo vissuto insieme ogni istante, ogni risata, ogni gioia sfrenata, ogni lacrima disperata. Ma questa sera a te fa bene parlarne ancora, perché sei tornata tu, finalmente. Lo sento che ti sei liberata dalla zavorra di chi non ti lasciava volare tanto alto quanto sai.

E però ho il sospetto che ci sia qualcosa che, fino a qui, mi hai tenuto nascosto.

E che hai una voglia pazza di raccontarmi adesso.

Al cinema!

Qui rido io (Mario Martone, 2021)

Mario Martone è un genio cinematografico. E questo suo ultimo film un piccolo grande gioiello.

Il racconto di un pezzo (importante) della storia di Napoli e della “napoletanità”, raccontato con gli occhi di chi in questo liquido amniotico è da sempre completamente immerso.

Il racconto della vita spericolata di Eduardo Scarpetta. Attore, commediografo, padre di molti figli, “legittimi e non”, come si usava dire al tempo, ma tutti generosamente trattati alla stessa maniera. E tra questi quei tre De Filippo (mai riconosciuti ma da tutti ben conosciuti) che tanto hanno contribuito alla diffusione nel mondo dell’immagine della loro città, del teatro e di una filosofia capace di ritrovare il filo sottile dell’ironia insita in ogni vera tragedia.

Il racconto di una società molto più aperta di quella in cui oggi abitiamo. O forse la semplice scoperta che, in ogni epoca, è possibile essere aperti solo volendolo e essendo disposti a pagarne le conseguenze.

Il racconto, anche, di una sentenza che fece scalpore, con la quale, partendo dalle riflessioni di Benedetto Croce, il Tribunale di Napoli – non dimentichiamo che la città è anche madre di una grande scuola giuridica – partendo dalla denuncia per plagio che D’Annunzio presentò contro Scarpetta (La figlia di Iorio era la tragedia plagiata, il plagio la commedia scarpettiana Il figlio di Iorio) delineò i confini della parodia e del diritto di parodiare.

Una riflessione sul tempo che passa, sul cinematografo che sostituisce il teatro, sul modo di ridere che cambia a seconda del momento storico in cui si vive …

Un film necessario.

E per me davvero un bel modo per riprendere l’abitudine del cinema, dopo oltre un anno e mezzo di dolorosa astinenza.

Ma guarda dove guardi!

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso (ma quanto fa effetto tutto questo specificare che stiamo parlando del secolo scorso?!) andavano di moda (cioè erano entrati nell’occhio della gente che si stava abituando a vederli) i pantaloni “a vita bassa” (lo so, mi ossessionano, ne parlo in continuazione!).

La “vita” era, in certi casi, così bassa che, in un profluvio di perizomi, allegre natiche avevano invaso le strade di questa parte del mondo che chiamiamo “Occidente”.

Naturalmente, come sempre accade con le novità giovanili, qualche persona un po’ più attempata (o un po’ più inibita, o maliziosa, chissà) considerava fuori luogo la moda corrente.

Muovevo allora i miei primi passi in Tribunale e uno dei processi che mi trovai ad affrontare vedeva come imputata una giovane scostumata accusata, da un’anziana signorina, “del delitto di cui all’art. 527 c.p. (atti osceni in luogo pubblico, n.d.r.), per aver ostentato le proprie terga” (magia della lingua tecnico giuridica!) indossando, in pubblico appunto, un paio di pantaloni che non lasciavano alcuno spazio all’immaginazione.

Forse, più correttamente, il fatto si sarebbe dovuto ricondurre nell’alveo del meno grave reato contravvenzionale (ma come scrivo??? Sembro me stessa quando indosso la toga!!!) di cui all’art. 726 c.p. (atti contrari alla pubblica decenza), in ogni caso la giovane venne assolta con formula piena (cioè perché il fatto non sussiste).

Ma che cosa era accaduto?

Il sentimento di pubblica decenza, di oscenità, di volgarità … ha un confine liquido, che scivola inesorabile nello spazio e nel tempo spostandosi in avanti (e indietro) mano a mano che ci abituiamo (e disabituiamo) alla vista di quello che entra nei nostri occhi.

Si tratta, in buona  sostanza, di assuefarsi ad un bombardamento ottico.

Tanto è vero che nel momento in cui scrivo i due reati in questione sono stati depenalizzati.

Chi è un po’ più vecchiotto, come la sottoscritta, di certo ricorderà quanto fosse sconvolgente, all’epoca del conflitto in Vietnam, vedere scorrere (magari all’ora di cena) sugli schermi dei primi televisori a colori le immagini che i TG diffondevano di quella guerra. Oggi nessuno fa una piega assistendo alle scene splatter dei film di Quentin Tarantino che, proprio perché grandguignolesche, tuttalpiù risultano grottesche, quando non decisamente ridicole.

Tutto questo pistolotto iniziale per una riflessione intorno a una fotografia che mi è capitato di vedere in questi giorni su Instagram (chi mi conosce sa quanto IG mi piaccia per il senso di assoluta ubiquità spazio-temporale che instilla).

Si tratta di una foto appartenente al genere “streetphotography” che, come mi ha insegnato il mio Maestro, ovviamente non esiste (parliamo di fotografia, perbacco! La cosiddetta classificazione in generi serve, al principiante, per orientarsi e, ai circoletti fotografici, che inesorabilmente odorano di muffa, per far sentire ai loro adepti che “siam tutti critici fotografici”).

La streetphotography, per come è attualmente intesa dalla maggior parte delle persone, è un modo pittoresco di affrontare la fotografia, giocando a fare Pierino in una classe in cui l’allievo più educato è quello che si infila le dita nel naso per ricavare il materiale con cui preparare palline da sparare a manca e a destra. Un modo che, solo apparentemente, assolve il fotografo da qualsiasi mancata giustificazione del suo operato. “Stava in strada, era lì alla portata di tutti, io l’ho semplicemente notata e catturata” (la fotografia come operazione predatoria personalmente a me disturba, ma questo naturalmente è un problema tutto mio).

Nella foto di cui parlo una donna di spalle (e questo, se fossimo in ambito processuale, dovrebbe giocare come prova a discarico del fotografo), ripresa a figura intera, passeggia per strada, le natiche, esuberanti per il ridotto slip che indossa, appena velate da un nero pareo trasparente che, anziché nasconderle, le evidenzia. Le caviglie sono gonfie, i capelli sono sporchi, l’abbigliamento dimesso e malamente abbinato a un paio di ciabattine in gomma ormai scalcagnate e una clutch che fa molto matrimonio anni Settanta. L’impressione generale è quella di sciatteria, non certo di grazia sensuale.

Il contesto della foto è incomprensibile, non si riesce a capire dove ci si trovi. Questo aspetto, apparentemente insignificante, a mio parere è invece importante. Quanto divergerebbero, infatti, le nostre opinioni in merito se lo conoscessimo? Probabilmente riterremmo l’abbigliamento del tutto fuori luogo (io lo farei), se sapessimo che la scena si svolgeva in una città come Torino mentre, per converso, lo giustificheremmo se si fosse trattato di una cittadina turistica, magari al mare, come Alassio.

Come era prevedibile (certe operazioni non sono mai del tutto innocenti) la pubblicazione dello scatto si è portata appresso una serie di commenti (non tutti edificanti).

E dire che non sono una bacchettona. Produco e pubblico, tra le altre, anche fotografie che forse si potrebbero definire “sensuali”. Ma il soggetto e l’oggetto di quelle fotografie (fotografa e fotografata) sono sempre io. Il corpo che decido di mostrare (o di non mostrare) è sempre il mio.

Mi domando quanti, tra coloro che hanno commentato, avrebbero avuto lo stesso coraggio che hanno dimostrato stando dietro alla tastiera, se quella donna se la fossero trovata davanti in carne e ossa. Perché, ecco, uno dei pericoli della fotografia è proprio quello di trasformare il soggetto in oggetto e così spersonalizzarlo. Lasciando la sensazione di poter dirne qualsiasi cosa perché, in fondo, non si sta commentando una persona reale (che magari ha pure dei sentimenti) se ne sta, piuttosto, commentando il simulacro.

Mi domando anche se l’autore ha avuto il coraggio di mostrare alla sua inconsapevole modella la fotografia che le ha scattato mentre lei passeggiava per conto proprio e se ha ottenuto la liberatoria per la pubblicazione.

Se la risposta fosse affermativa, la mia riflessione si chiuderebbe qui.

Supponiamo un attimo che invece no, il consenso non lo abbia ottenuto.

Che cosa ne penserebbe quella donna se sapesse di essere stata fotografata e portata alla ribalta, senza il suo permesso, su una delle piattaforme più frequentate al mondo e di essere stata commentata?

Non mi nascondo che questo potesse anche essere esattamente il suo intento.

In fondo, si potrebbe sostenere, se te ne vai in giro con quel tipo di abbigliamento, lo metterai pur in conto che a qualcuno potrebbe venire in mente di fotografarti e quindi esibirti.

Però forse anche no.

Forse una persona ha tutto il diritto di andarsene in giro abbigliata come meglio ritiene senza che questo debba essere inteso come un consenso a priori all’uso della sua immagine, qualsiasi sia lo scopo, prescindendo dalla sua espressa approvazione.

La Cassazione (ma perché devo sempre ridurre tutto a un discorso giuridico?) ritiene lecito fotografare soggetti all’aria aperta e in luoghi pubblici (ormai nemmeno più considera illecita l’attività di fotografare o riprendere persone o situazioni visibili senza aggirare i normali ostacoli predisposti dall’interessato per impedire ad altri di intromettersi nella propria vita privata).

Quanto detto sin qui, però, riguarda unicamente l’attività di mera fotografia.

La pubblicazione, l’esposizione e, più oltre ancora, come è facilmente intuibile, la commercializzazione di questo tipo di immagini sono altra cosa. Una cosa che, tra l’altro, in ipotesi di assenza di consenso espresso del soggetto ritratto, incontra il limite invalicabile della sua non riconoscibilità. Non deve cioè essere possibile risalire alla sua identità nemmeno attraverso “altri elementi identificativi” (quelli diversi dal volto, per intenderci).

Tra l’altro, affinché scatti il divieto alla pubblicazione, è sufficiente che anche solo una persona, attraverso quegli “altri elementi identificativi”, sia in grado di individuare il soggetto fotografato.

Ora però, un determinato tipo di abbigliamento, una costituzione fisica ben specifica, la foggia di un’acconciatura, il tipo di andatura … costituiscono tutti, almeno a mio modo vedere, “altri elementi identificativi” attraverso cui è ben possibile risalire all’identità della persona fotografata.

Magari quella donna nei luoghi in cui si svolge la sua quotidianità è sempre perfetta e si era concessa una “giornata di svacco totale” in cui andare, in tutta libertà, a farsi una passeggiata, in una giornata di vacanza, in un luogo in cui era certa di non incontrare nessuno degli appartenenti alla sua cerchia di conoscenze.

Invece un fotografo la immortala e poi la espone allo sguardo di circa ottocento milioni di potenziali conoscenti …

Niente è come sembra

Niente è come sembra.

L’idea che qualcosa possa sembrare diversa come è mi affascina.

2007. Mio marito lavora a Parigi. Approfitto delle vacanze pasquali per andare a trovarlo, insieme a nostro figlio che frequenta la seconda elementare ed è un vivace mostriciattolo riccioluto.

Siccome sono perfida e mi piace vincere facile, a farne le spese il più delle volte è proprio l’erede.

Complice un libro di storia dell’arte per bambini che dedica una specifica sezione al Louvre, alcuni giorni prima della partenza gli sottopongo la visione della Gioconda e de L’incoronazione di (Joséphine da parte di) Napoleone di Jacques-Louis David, spiegandogli l’importanza dei due dipinti e promettendogli di portarlo a vederli dal vivo.

Avevo notato che le fotografie dei due capolavori, riportate affiancate, sul libro avevano le stesse dimensioni.

Una volta a Parigi, dopo alcuni giorni a scorrazzare liberi per la città, è arrivata la pioggia: una vacanza nella Ville Lumière senza almeno un po’ di pioggia non è autentica (e il più delle volte neppure seriamente ipotizzabile, a meno di un sostanziale colpo di lato B).

Che cosa di meglio, in una giornata di pioggia, che rifugiarsi al Louvre? In effetti secondo me infinitamente meglio è infilarsi al Pompidou, ma naturalmente mi preme molto di più portare a termine il mio esperimento.

Facciamo ordinatamente la coda, acquistiamo i biglietti e via.

Il mio “piano geniale” prevede che per prima cosa il pargolo veda la magnificenza del dipinto di David.

Di fronte a quell’opera delle dimensioni di un campo da tennis, il cucciolo s’estasia (la maestosità colpisce sempre le menti più semplici). Controlla ogni minimo dettaglio con i suoi occhietti appuntiti, nota l’incongruenza tra il titolo con cui il quadro è noto e quanto vi è effettivamente raffigurato (sono orgogliosissima in quel momento).

A un certo punto arriva la domanda che tanto aspettavo: “Mamma? E la Gioconda?”.

Lo prendo per mano e lo conduco fino a Lei.

Fortunatamente è ancora presto e non c’è troppa ressa, così raggiungiamo abbastanza rapidamente il nostro obiettivo e …

Delusione del mio bambino! “Ma mamma!!! Sul libro era moooolto più grande!”.

E già, sul libro era molto più grande: l’aver visto affiancate sul libro le riproduzioni dei due dipinti e quindi, dal vivo, il quadro gigantesco per primo, aveva ingenerato in lui un’aspettativa circa quello che sarebbe dovuto essere il secondo.

In questi giorni claustrali a causa del covid-19, molti musei hanno deciso di aprire tour virtuali delle loro collezioni.

L’esperienza virtuale non è certo nuova all’uomo moderno e oggi molte delle esibizioni organizzate dai musei più all’avanguardia permettono al visitatore di confrontare le opere in mostra con altre, non presenti, le cui riproduzioni sono “altrimenti fruibili”, ad esempio con la tecnologia 3D.

Da quasi duecento anni la riproduzione tecnologica del mondo che ci circonda è una realtà grazie alla fotografia e ai suoi successivi e continui sviluppi (dal cinema in avanti).

Ancora oggi, forse, non si è però compresa fino in fondo la portata del cambiamento che questa possibilità ha indotto, in particolare sui modi di apprendimento e su quanto più generalmente consideriamo “la conoscenza del circostante”, nel suo senso etimologico di “ ciò che ci sta attorno”.

Prima della fotografia si sapeva dell’esistenza delle cose tramite l’esperienza in prima persona oppure tramite il racconto, scritto, orale o per “immagini fatte a mano”, di chi quell’esperienza aveva direttamente vissuto.

Se questo, come è evidente, non rappresentava un problema in relazione alle cose facilmente raggiungibili, rispetto alle quali era sempre possibile la verifica, lo diventava in relazione a quella parte di mondo distante dal luogo in cui le persone abitualmente vivevano e svolgevano la propria esistenza: un problema di affidabilità del referente, nel senso che per credere all’esistenza di quello che veniva raccontato, si doveva riporre la propria fiducia in chi lo raccontava.

Con tutti i pericoli connessi all’eventualità che la fantasia del narratore potesse correre un po’ più del dovuto.

A questo va aggiunto che l’accesso alla conoscenza diretta era tutt’altro che democratico. I mezzi necessari per muoversi, alla ricerca del sapere, di città in città, di nazione in nazione erano appannaggio, se non esclusivo quasi, dei ceti più abbienti. E di pochi coraggiosi avventurieri.

Infatti nel medioevo credevano all’esistenza degli unicorni.

Poi è arrivata la fotografia: un mezzo capace di consegnare analoghi della realtà che, sin da subito, tutti sono stati pronti a ritenere perfetti e, quindi, assolutamente degni di fiducia.

Proprio perché la fedeltà al reale era il problema maggiormente sentito dai pittori, il fatto che l’impronta del vero restituita dalla macchina apparisse così precisa e nitida sin nel minimo dettaglio non ha mai lasciato dubbi circa l’affidabilità delle fotografie che a poco a poco, brave come sono a far dimenticare che le modifiche introdotte dall’interposizione del medium non sono così trascurabili come generalmente si è portati a ritenere, sono esse stesse divenute il “referente”, capace di attestare la “realtà” di qualsiasi cosa, non solo la sua esistenza, quindi, ma addirittura il suo essere esattamente così come la fotografia ce la propone.

Per quanto possa apparire ovvio, ad esempio, ben pochi si pongono domande sulla effettiva “tridimensionalità” di un soggetto fotografato.

La riduzione di una realtà che è necessariamente tridimensionale a una rappresentazione in due sole dimensioni non è certo argomento nuovo al momento della nascita della fotografia e ha occupato i “produttori di immagini” sin dai tempi più remoti: a Pompei si ritrovano i primi tentativi di prospettiva aerea, ma sappiamo dai testi (dipinti, ahinoi, non ne restano più) che già Agatharkos, con le sue tavole in prospettiva per le scenografie di Eschilo, aveva suscitato le ire di Platone, che lo esecrava dalle pagine de La Repubblica per la sua sfacciata “arte mimetica”.

Non stentiamo nemmeno un secondo ad esclamare: “ottima tridimensionalità” di fronte alla fotografia particolarmente ben riuscita di un edificio (o di una mela, o di un quarto di pollo) nella quale il fotografo è stato abile a sfruttare a proprio vantaggio i giochi di luce e ombra per rendere plastico l’oggetto della sua indagine. Basta soffermarsi un istante a riflettere per capire che “quella” tridimensionalità nulla ha a che vedere con la realtà di quell’edificio (o mela o quarto di pollo).

E ancor più che la realtà di quell’edificio (o mela o quarto di pollo) non è solamente quella di una fotografia. Perché non c’è solo un modo di fotografare. E per un Gabriele Basilico che cerca il sole delle 10.30 del mattino nelle terse giornate ventose, ci sarà sempre un Franco Fontana che ama la calda luce della sera e a entrambi potranno far da contraltare Bernd e Hilla Becher che restituiscono analoghi altrettanto validi e che tuttavia delle luci e ombre hanno fatto dei demoni assoluti.

Un altro aspetto sul quale siamo molto ben disposti a sorvolare osservando una fotografia è proprio la scala dimensionale oggetto dello scherzo fatto a mio figlio: le fotografie la aboliscono e così la Gioconda e L’Incoronazione di Napoleone, una volta racchiuse in quel rettangolo, diventano “grandi uguali”.

Tolto loro ogni riferimento e fotografate isolate dal contesto, possiamo ben far credere che la saliera di Benvenuto Cellini sia più grande della Tour Eiffel …

Gli esempi sono infiniti. E infatti quante volte abbiamo visto fotografie in cui qualcuno ha fatto accomodare la moglie a fianco della piramide di Cheope per usarla come metro (metro e sessanta, via!) di paragone?

Anche il colore è uno degli aspetti su cui non ci stracciamo poi troppo le vesti e riteniamo fedeli alla realtà le fotografie in bianco e nero (purché ben fatto!), così come fotografie con colori simili, ma non identici, a quelli dell’originale.

Tutti questi elementi presi insieme hanno un nome: l’aura, cioè il carattere individuale dell’originale, quella unicità che lo contraddistingue dalle sue riproduzioni.

Walter Benjamin, ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, ne parla a proposito delle sole opere d’arte ma, come si può facilmente intuire, il discorso può essere esteso a qualsiasi originale, dal Grand Canion alle tagliatelle di nonna Pina; dal concerto di Bruce Springsteen (cui si è assistito dal vivo o che si è visto in televisione) alla osservazione diretta di Lisa Gherardini da parte di Leonardo; dalle fattezze che quest’ultimo ne traspose nel quadro che tutti conosciamo alla fotografia di quel quadro realizzata dall’addetto alla documentazione per l’archivio.

È un’arma a doppio taglio la possibilità di riprodurre all’infinito un originale.

Da un lato, infatti, la riproducibilità tecnica avvicina alle masse quello che un tempo era avvicinabile solo da pochi. E questo è certamente un bene perché proprio grazie alle fotografie, ai programmi televisivi, ai dischi … oggi chiunque ha la possibilità (a ciascuno di coglierla, naturalmente) di venire a conoscenza dell’esistenza delle cose.

Tuttavia il mondo proposto attraverso le sue riproduzioni non è, per l’appunto, il mondo nella sua realtà di fatto. Con l’inevitabile conseguenza che proprio ciò che avvicina il mondo alle masse, contemporaneamente lo allontana, lasciando credere che la “conoscenza” di qualcosa consista unicamente nel “sapere dell’esistenza”.

È piuttosto semplice capire che vedere una fotografia delle tagliatelle di nonna Pina non corrisponde certo al trovarsi al loro cospetto e poter farne esperienza con i cinque sensi: il profumo del ragù fumante che si sprigiona nell’aria, la gioia per gli occhi di vedere il piatto ricolmo nella sua tridimensionalità e alla nostra portata, il piacere di affondare la posata nel groviglio per arrotolarne una forchettata, la meravigliosa sensazione del boccone a contatto con le labbra e la lingua e infine il sapore delizioso che risveglia in noi ricordi, affetti …

Bisogna schierarsi a favore o contro la fotografia e, più in generale, a favore o contro la possibilità di riproduzione tecnica? Io credo che la domanda sia sbagliata e corrisponde a chiedere se un sasso sia o no un’arma.

La risposta è: “Dipende”.

Il grande catalogo delle cose del mondo messo a disposizione dalle immagini fatte a macchina è un vantaggio per l’uomo di oggi. Se è vero, infatti, che qualunque tipo di immagine persiste, lascia un deposito nella memoria (si dice comunemente che l’immagine resta impressa molto più, ad esempio, di tutte le parole che si potrebbero utilizzare per descrivere la stessa realtà che l’immagine dipinge) tra tutte le immagini, le fotografie, proprio grazie alla loro particolare contiguità con il reale, rimangono ancora di più. Lo fanno anche se non ce ne accorgiamo. E innescano collegamenti, tra di loro e tra cose pregresse, fino a portarci ad avere un’idea del mondo. Che è però solamente un’idea, un inizio cioè rispetto al quale è importante che si tenga sempre presente la differenza tra conoscere le cose e sapere della loro esistenza.

 

Bibliografia:

  • Walter BENJAMIN, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
  • Conversazioni con Alessandro CUCCHIERO