Unfitting fragments

Il 27 maggio 2014 ho ricevuto in dono per i miei 45 anni un iPhone.

Un prodigio della tecnologia, per me che arrivavo da un Motorola che, sebbene fosse di buona qualità, era pur sempre di vecchia concezione.

Con questo nuovo aggeggio tra le mani potevo fare qualcosa che per la prima volta davvero si avvicinava alla fotografia tradizionale (quella digitale fatta con la macchina fotografica).

Lo so che i puristi storceranno i loro augusti nasi, ma io non sono mai stata una talebana e so bene che, agli inizi del ‘900, la neonata Leica (la LEICA!!! quel monumento della storia della fotografia!) era stata liquidata dagli addetti ai lavori del tempo (vecchi barbogi ammuffiti che concepivano unicamente la fotografia fuoriuscita dal banco ottico) una “scatola di sardine” buona, al massimo, per immortalare qualche festicciola in famiglia.

Felice come un gatto con il gomitolo di lana, sono scesa in strada per “provare a fare qualche scatto”. La prima cosa che fotografai furono delle carte da gioco sparpagliate sul selciato vicino a un marciapiede. Frammenti anodini che avevano attirato la mia attenzione per il semplice fatto che non avrebbero dovuto trovarsi lì.

Ho preso così l’abitudine di registrare queste piccole stranezze ogni volta che mi imbattevo in una di loro.

Non so dire in quale momento poi ho iniziato a guardare con intenzione lungo i miei cammini, cercandole.

La serie è ancora aperta. Oggetti abbandonati, perduti, collocati da chissà chi e chissà perché dove non ci si aspetterebbe mai di vederli (un paio di mutande in un cimitero argentino, zeppe in puro stile hippy anni ’70 in un prato, una scopa di saggina in mezzo al bosco…). Unfitting fragments.

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