Fotografie come metafore

Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda1
La Gioconda di Leonardo!
Che cosa stiamo guardando?
Leonardo da Vinci
La Gioconda, di Leonardo.
Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda2
La Giocondaaaaa di Leonardo!!
Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda4
Ma? Scherzi?!?
La Gioconda!!! di Leonardo!
Hai in mente di andare avanti ancora per molto?
Che cosa stiamo guardando, adesso?
Non capisco dove tu voglia andare a parare.
Comunque … Questo è l’attacco dell’11/09/2001 alle Torri Gemelle.
Pensi di riprendere a fare l’idiota come con la Gioconda di Leonardo?
Fermiamoci a riflettere, nessuna delle risposte alla domanda “che cosa stiamo guardando” è corretta.
In nessun caso, infatti, guardiamo “La Gioconda”, “L’attacco alle Torri Gemelle”. Ogni volta la risposta giusta sarebbe dovuta essere “una fotografia di …”.
La fotografia impone uno scarto, un’improvvisa deviazione dal percorso logico che ci porta a ritenere intercambiabili l’immagine fotografica di un oggetto e l’oggetto stesso.
Una roba mica da poco.
Ma non basta.
La fotografia ci fa credere di fare esperienza del mondo, senza in realtà farne esperienza diretta con i nostri sensi, con la nostra effettiva presenza al cospetto di quanto ci mostra.
Per questo mi piace pensare alle fotografie come a metafore.
Prendo a prestito un pensiero di Carofiglio. A prima vista la metafora (la fotografia) parrebbe solo una similitudine abbreviata, ma in realtà l’assenza dell’avverbio come produce una drammatica moltiplicazione di senso. Il salto, apparentemente piccolo che compiono la frase e l’intelligenza quando devono fare a meno del come,
si traduce (si può tradurre) in uno spettacolare incremento della comprensione. La metafora (la fotografia) è più potente della similitudine perché – quando è ben concepita e non volta alla manipolazione – costringe la mente a un cambio di piano, a un vero e proprio scarto della conoscenza o dell’intuizione.
La metafora (la fotografia) è una scatola magica da cui si possono estrarre nuove consapevolezze, profonde e trasformative”.
Aggiungiamoci che la fotografia ha un’impronta semiotica debole (cioè, in buona sostanza, le si può davvero far dire qualsiasi cosa e ciò dipende non solo da ciò che il fotografo decide di inserire all’interno della cornice e ciò che invece vuole lasciare fuori) e il gioco è fatto.
In questi giorni ho rispolverato una serie di selfies che avevo scattato l’anno scorso durante il primo lockdown.
Per una come me, amante della documentazione fotografica del territorio, in specie in notturna, ritrovarsi chiusa in casa è stato uno shock.
In un primo momento ho fotografato ogni angolo della mia abitazione, poi sono passata agli oggetti, poi … A un certo punto, a corto di soggetti, ho fatto una cosa che mai avrei creduto di fare: ho rivolto l’obiettivo verso me stessa. Lascio per ora da parte le conseguenze pericolose di un simile gesto, di cui magari parlerò un’altra volta.
Non essendomi mai presa troppo sul serio, ho cercato di mettere in scena, con ironia, il dramma quotidiano di una donna costretta a lavorare da casa, che non può andare dal parrucchiere, che non può andare dall’estetista, che non può comprarsi una nuova borsetta o l’ennesimo paio di scarpe, che va al supermercato e non trova il lievito, la farina, l’alcol, le mascherine … che ha voglia di strafocarsi di dolciumi, che è spaventata dal possibile contagio … Le piccole grandi paranoie, insomma, che – chi più chi meno – tutti abbiamo vissuto quando la pandemia era all’inizio e nessuno sospettava come sarebbe andata a finire (non che adesso le cose siano migliorate, sul come andrà a finire, intendo).
Riguardandole a distanza di poco più di un anno, mi sono resa conto che avrei potuto raccontare, tramite quelle stesse immagini, semplicemente cambiando le didascalia, una storia completamente diversa. La storia, ad esempio, di una donna abbandonata dall’uomo della sua vita che, attraverso le varie fasi della disperazione, della voglia di lasciarsi andare, dello sguardo indagatore sulle proprie responsabilità e del proprio lato oscuro, a poco a poco esce dalla sofferenza per riprendere a vivere (e sì, la serie finisce nel giorno di Resurrezione, con me incartata come un uovo di Pasqua a imitazione di Carmen Miranda, molto kitsch). E non escludo che con altre parole potrei raccontare ancora altre storie.
Con buona pace dell’adagio classico secondo cui le fotografie, se sono buone, parlano da sole.

armine o della bellezza

01-armine

I pantaloni a zampa sono belli? I c.d. “tacchi elefante” sono belli? La FIAT 500 che uscì nel 1957 era bella? The Americans di Robert Frank? Possiamo dire che è bello? E il free jazz di Ornette Coleman? E’ bello il free jazz? On the road di Jack Kerouak? Lo stream of consciousness di Mrs. Bloom nell’Ulisse di Joyce? Le serie dei Becher e tutta la New Topography, i dipinti di Picasso, le maschere africane, un vaso rotto e riparato secondo la tecnica di restauro kintsugi, un tatuaggio, una scarificazione, il piatto labiale delle donne Mursi, i piedi microscopici delle donne cinesi, i piercing … Uma Thurman! Sono belli? E attenzione che potrei andare avanti ad libitum a porre sempre la stessa domanda, prendendo come soggetto altre migliaia di esempi. Ma sono buona e ve lo risparmio.

E’ possibile che siamo ancora qui, nel 2020, a chiederci chi e che cosa sia bello?

Ma che domanda è? Perché scatena così tanta indignazione Gucci che sceglie Armine Harutyunyan  per le sue nuove campagne pubblicitarie e la proclama tra le dieci donne più sexy e belle del pianeta?

E’ possibile che non abbiamo ancora capito la lezione, dopo millenni di filosofare sul bello?

Ogni volta che una forma si allontana dagli schemi consueti, quelli che la generalità ha accettato e introiettato, viene bollata come “brutta“. Eppure basta fermarsi un istante a riflettere per rendersi conto che è sempre e solo una questione di tempo. Che dopo un po’ che le FIAT 500 giravano per le strade del mondo, abbiamo cominciato a vederne la bellezza. Che quando i jeans a zampa sono entrati nei nostri occhi e il nostro cervello li ha registrati come “usuali” anch’essi hanno iniziato a essere belli, e sexy pure! Che The Americans di Frank, così come The shape of jazz to come di Coleman sono riconosciuti come dei capolavori assoluti, ciascuno nel proprio genere. E che il modo di scrivere di Kerouak è diventato un vero e proprio stile. I tatuaggi ormai se li fanno tutti, così come i piercing peraltro, e nessuno urla più allo scandalo (ricordo ai più giovani che non più di trent’anni fa i tatuaggi erano roba da avanzi di galera, in senso letterale).

Io sono convinta che il volto asimmetrico e intenso di Armine scriverà una nuova pagina della bellezza. Con i suoi occhi color miele incorniciati dalle sopracciglia folte e scure, con la pelle ambrata e luminosa dei suoi poco più che vent’anni, con le labbra perfettamente disegnate capaci di aprirsi (a dispetto di tutto quello che è stato detto su di lei) in un sorriso contagioso, questa ragazza ci sta indicando The shape of beauty to come. E io, che potrei essere sua madre, ne sono felice. Felice di vedere che finalmente qualcuno sta aprendo gli occhi e che possiamo finalmente cominciare a liberarci degli stereotipi in stile Ken e Barbie.

Lasciate passare qualche anno e vedrete che, quando il fatto che Armine sia bella non sarà più in discussione, i ragazzi del 2030 si domanderanno come fosse possibile che solo pochi anni prima qualcuno potesse darle della bruttona.

Niente è come sembra

Niente è come sembra.

L’idea che qualcosa possa sembrare diversa come è mi affascina.

2007. Mio marito lavora a Parigi. Approfitto delle vacanze pasquali per andare a trovarlo, insieme a nostro figlio che frequenta la seconda elementare ed è un vivace mostriciattolo riccioluto.

Siccome sono perfida e mi piace vincere facile, a farne le spese il più delle volte è proprio l’erede.

Complice un libro di storia dell’arte per bambini che dedica una specifica sezione al Louvre, alcuni giorni prima della partenza gli sottopongo la visione della Gioconda e de L’incoronazione di (Joséphine da parte di) Napoleone di Jacques-Louis David, spiegandogli l’importanza dei due dipinti e promettendogli di portarlo a vederli dal vivo.

Avevo notato che le fotografie dei due capolavori, riportate affiancate, sul libro avevano le stesse dimensioni.

Una volta a Parigi, dopo alcuni giorni a scorrazzare liberi per la città, è arrivata la pioggia: una vacanza nella Ville Lumière senza almeno un po’ di pioggia non è autentica (e il più delle volte neppure seriamente ipotizzabile, a meno di un sostanziale colpo di lato B).

Che cosa di meglio, in una giornata di pioggia, che rifugiarsi al Louvre? In effetti secondo me infinitamente meglio è infilarsi al Pompidou, ma naturalmente mi preme molto di più portare a termine il mio esperimento.

Facciamo ordinatamente la coda, acquistiamo i biglietti e via.

Il mio “piano geniale” prevede che per prima cosa il pargolo veda la magnificenza del dipinto di David.

Di fronte a quell’opera delle dimensioni di un campo da tennis, il cucciolo s’estasia (la maestosità colpisce sempre le menti più semplici). Controlla ogni minimo dettaglio con i suoi occhietti appuntiti, nota l’incongruenza tra il titolo con cui il quadro è noto e quanto vi è effettivamente raffigurato (sono orgogliosissima in quel momento).

A un certo punto arriva la domanda che tanto aspettavo: “Mamma? E la Gioconda?”.

Lo prendo per mano e lo conduco fino a Lei.

Fortunatamente è ancora presto e non c’è troppa ressa, così raggiungiamo abbastanza rapidamente il nostro obiettivo e …

Delusione del mio bambino! “Ma mamma!!! Sul libro era moooolto più grande!”.

E già, sul libro era molto più grande: l’aver visto affiancate sul libro le riproduzioni dei due dipinti e quindi, dal vivo, il quadro gigantesco per primo, aveva ingenerato in lui un’aspettativa circa quello che sarebbe dovuto essere il secondo.

In questi giorni claustrali a causa del covid-19, molti musei hanno deciso di aprire tour virtuali delle loro collezioni.

L’esperienza virtuale non è certo nuova all’uomo moderno e oggi molte delle esibizioni organizzate dai musei più all’avanguardia permettono al visitatore di confrontare le opere in mostra con altre, non presenti, le cui riproduzioni sono “altrimenti fruibili”, ad esempio con la tecnologia 3D.

Da quasi duecento anni la riproduzione tecnologica del mondo che ci circonda è una realtà grazie alla fotografia e ai suoi successivi e continui sviluppi (dal cinema in avanti).

Ancora oggi, forse, non si è però compresa fino in fondo la portata del cambiamento che questa possibilità ha indotto, in particolare sui modi di apprendimento e su quanto più generalmente consideriamo “la conoscenza del circostante”, nel suo senso etimologico di “ ciò che ci sta attorno”.

Prima della fotografia si sapeva dell’esistenza delle cose tramite l’esperienza in prima persona oppure tramite il racconto, scritto, orale o per “immagini fatte a mano”, di chi quell’esperienza aveva direttamente vissuto.

Se questo, come è evidente, non rappresentava un problema in relazione alle cose facilmente raggiungibili, rispetto alle quali era sempre possibile la verifica, lo diventava in relazione a quella parte di mondo distante dal luogo in cui le persone abitualmente vivevano e svolgevano la propria esistenza: un problema di affidabilità del referente, nel senso che per credere all’esistenza di quello che veniva raccontato, si doveva riporre la propria fiducia in chi lo raccontava.

Con tutti i pericoli connessi all’eventualità che la fantasia del narratore potesse correre un po’ più del dovuto.

A questo va aggiunto che l’accesso alla conoscenza diretta era tutt’altro che democratico. I mezzi necessari per muoversi, alla ricerca del sapere, di città in città, di nazione in nazione erano appannaggio, se non esclusivo quasi, dei ceti più abbienti. E di pochi coraggiosi avventurieri.

Infatti nel medioevo credevano all’esistenza degli unicorni.

Poi è arrivata la fotografia: un mezzo capace di consegnare analoghi della realtà che, sin da subito, tutti sono stati pronti a ritenere perfetti e, quindi, assolutamente degni di fiducia.

Proprio perché la fedeltà al reale era il problema maggiormente sentito dai pittori, il fatto che l’impronta del vero restituita dalla macchina apparisse così precisa e nitida sin nel minimo dettaglio non ha mai lasciato dubbi circa l’affidabilità delle fotografie che a poco a poco, brave come sono a far dimenticare che le modifiche introdotte dall’interposizione del medium non sono così trascurabili come generalmente si è portati a ritenere, sono esse stesse divenute il “referente”, capace di attestare la “realtà” di qualsiasi cosa, non solo la sua esistenza, quindi, ma addirittura il suo essere esattamente così come la fotografia ce la propone.

Per quanto possa apparire ovvio, ad esempio, ben pochi si pongono domande sulla effettiva “tridimensionalità” di un soggetto fotografato.

La riduzione di una realtà che è necessariamente tridimensionale a una rappresentazione in due sole dimensioni non è certo argomento nuovo al momento della nascita della fotografia e ha occupato i “produttori di immagini” sin dai tempi più remoti: a Pompei si ritrovano i primi tentativi di prospettiva aerea, ma sappiamo dai testi (dipinti, ahinoi, non ne restano più) che già Agatharkos, con le sue tavole in prospettiva per le scenografie di Eschilo, aveva suscitato le ire di Platone, che lo esecrava dalle pagine de La Repubblica per la sua sfacciata “arte mimetica”.

Non stentiamo nemmeno un secondo ad esclamare: “ottima tridimensionalità” di fronte alla fotografia particolarmente ben riuscita di un edificio (o di una mela, o di un quarto di pollo) nella quale il fotografo è stato abile a sfruttare a proprio vantaggio i giochi di luce e ombra per rendere plastico l’oggetto della sua indagine. Basta soffermarsi un istante a riflettere per capire che “quella” tridimensionalità nulla ha a che vedere con la realtà di quell’edificio (o mela o quarto di pollo).

E ancor più che la realtà di quell’edificio (o mela o quarto di pollo) non è solamente quella di una fotografia. Perché non c’è solo un modo di fotografare. E per un Gabriele Basilico che cerca il sole delle 10.30 del mattino nelle terse giornate ventose, ci sarà sempre un Franco Fontana che ama la calda luce della sera e a entrambi potranno far da contraltare Bernd e Hilla Becher che restituiscono analoghi altrettanto validi e che tuttavia delle luci e ombre hanno fatto dei demoni assoluti.

Un altro aspetto sul quale siamo molto ben disposti a sorvolare osservando una fotografia è proprio la scala dimensionale oggetto dello scherzo fatto a mio figlio: le fotografie la aboliscono e così la Gioconda e L’Incoronazione di Napoleone, una volta racchiuse in quel rettangolo, diventano “grandi uguali”.

Tolto loro ogni riferimento e fotografate isolate dal contesto, possiamo ben far credere che la saliera di Benvenuto Cellini sia più grande della Tour Eiffel …

Gli esempi sono infiniti. E infatti quante volte abbiamo visto fotografie in cui qualcuno ha fatto accomodare la moglie a fianco della piramide di Cheope per usarla come metro (metro e sessanta, via!) di paragone?

Anche il colore è uno degli aspetti su cui non ci stracciamo poi troppo le vesti e riteniamo fedeli alla realtà le fotografie in bianco e nero (purché ben fatto!), così come fotografie con colori simili, ma non identici, a quelli dell’originale.

Tutti questi elementi presi insieme hanno un nome: l’aura, cioè il carattere individuale dell’originale, quella unicità che lo contraddistingue dalle sue riproduzioni.

Walter Benjamin, ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, ne parla a proposito delle sole opere d’arte ma, come si può facilmente intuire, il discorso può essere esteso a qualsiasi originale, dal Grand Canion alle tagliatelle di nonna Pina; dal concerto di Bruce Springsteen (cui si è assistito dal vivo o che si è visto in televisione) alla osservazione diretta di Lisa Gherardini da parte di Leonardo; dalle fattezze che quest’ultimo ne traspose nel quadro che tutti conosciamo alla fotografia di quel quadro realizzata dall’addetto alla documentazione per l’archivio.

È un’arma a doppio taglio la possibilità di riprodurre all’infinito un originale.

Da un lato, infatti, la riproducibilità tecnica avvicina alle masse quello che un tempo era avvicinabile solo da pochi. E questo è certamente un bene perché proprio grazie alle fotografie, ai programmi televisivi, ai dischi … oggi chiunque ha la possibilità (a ciascuno di coglierla, naturalmente) di venire a conoscenza dell’esistenza delle cose.

Tuttavia il mondo proposto attraverso le sue riproduzioni non è, per l’appunto, il mondo nella sua realtà di fatto. Con l’inevitabile conseguenza che proprio ciò che avvicina il mondo alle masse, contemporaneamente lo allontana, lasciando credere che la “conoscenza” di qualcosa consista unicamente nel “sapere dell’esistenza”.

È piuttosto semplice capire che vedere una fotografia delle tagliatelle di nonna Pina non corrisponde certo al trovarsi al loro cospetto e poter farne esperienza con i cinque sensi: il profumo del ragù fumante che si sprigiona nell’aria, la gioia per gli occhi di vedere il piatto ricolmo nella sua tridimensionalità e alla nostra portata, il piacere di affondare la posata nel groviglio per arrotolarne una forchettata, la meravigliosa sensazione del boccone a contatto con le labbra e la lingua e infine il sapore delizioso che risveglia in noi ricordi, affetti …

Bisogna schierarsi a favore o contro la fotografia e, più in generale, a favore o contro la possibilità di riproduzione tecnica? Io credo che la domanda sia sbagliata e corrisponde a chiedere se un sasso sia o no un’arma.

La risposta è: “Dipende”.

Il grande catalogo delle cose del mondo messo a disposizione dalle immagini fatte a macchina è un vantaggio per l’uomo di oggi. Se è vero, infatti, che qualunque tipo di immagine persiste, lascia un deposito nella memoria (si dice comunemente che l’immagine resta impressa molto più, ad esempio, di tutte le parole che si potrebbero utilizzare per descrivere la stessa realtà che l’immagine dipinge) tra tutte le immagini, le fotografie, proprio grazie alla loro particolare contiguità con il reale, rimangono ancora di più. Lo fanno anche se non ce ne accorgiamo. E innescano collegamenti, tra di loro e tra cose pregresse, fino a portarci ad avere un’idea del mondo. Che è però solamente un’idea, un inizio cioè rispetto al quale è importante che si tenga sempre presente la differenza tra conoscere le cose e sapere della loro esistenza.

 

Bibliografia:

  • Walter BENJAMIN, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
  • Conversazioni con Alessandro CUCCHIERO

NEWTON, Helmut o l’immaginario erotico del figlio di un fabbricante di bottoni

Oggi avevo le dita in fibrillazione dalla voglia di scrivere qualcosa.
Di scrivere qualcosa di CATTIVO.

Il destro me l’ha fornito il buon Fulvio Bortolozzo.
I trenta lettori che mi seguono – e già, ho superato Manzoni! – sanno che lo considero uno dei miei maestri (se non proprio IL mio maestro).
Ieri sera mi è arrivata la notifica del suo articolo “Le pere di Newton”

scritto a valle del vernissage per la mostra di Helmut Newton, appunto, che proprio ieri ha aperto i battenti alla GAM di Torino.

Premesso che, per quanto sono strega, l’avrei intitolato “Le (o)pere di Newton“, ma questa è un’altra storia … Non fosse stato per la sua chiosa “E le donne che vedranno la mostra? Aspetto con curiosità di sentire la loro voce“, io a vedere la mostra di Newton non sarei nemmeno andata (mi era bastata – avanzata – la super completa di Rivoli, alla fine degli anni Novanta, del Novecento …).

A me Newton non è che sia mai piaciuto troppo. Non ne metto in discussione la capacità di fotografo. Certo era uno che sapeva usare la macchina fotografica. Non mi sognerei mai di dire il contrario. Sono i contenuti che mi “infastidiscono” (tanto per usare un eufemismo).

Sarà che sono figlia di un soldato e le cose ho imparato presto a chiamarle con il loro nome proprio, anche quelle brutte, come ad esempio La Morte.
Sarà che ultimamente frequento troppi aristocratici, da Gillo Dorfles a Herman Broch, senza scordar De Sade … Come dite? Sono tutti passati a miglior vita? Lo so, ma che ci volete fare? Se uno fa bene il proprio lavoro (scrive bene, dipinge bene, pensa bene …) non è che dopo la sepoltura quel che ha detto e fatto non vale più!

Sarà quel che sarà, come diceva la canzone, ma a me pare che Newton sia proprio quello che era: un borghesuccio senza coraggio.
Ha una bella voglia il nostro a proclamare “Non mi interessa il buon gusto. Mi piace essere l’enfant terrible”.

IMG_20200131_145701-1.jpg

Ma quale Enfant Terrible?

Che cosa c’è di così scandaloso, alla fine degli anni ’90 del Novecento, nel mostrare due femmine strette in micropelle e tacchi a spillissimo che si abbracciano voluttuose sul pavimento verde acido e ricoperto di giornali di un garage a Montecarlo? (Che è un garage e che è a Montecarlo – e non ad esempio un set tuttofinto montato alla bisogna in un qualsiasi studio di posa – ce lo dicono “loro”, e con “loro” intendo Il Sistema, I Curatori della mostra e forse Newton stesso. E ci dobbiamo fidare. Come sempre in fotografia, che sarà pure un’arte minore, ma quanto a capacità di infinocchiare il guardante – in questo caso pure un po’ guardone – non è seconda a nessuno).

Che cosa c’è di così scandaloso nel sedere della Parietti che sbuca tra gli alberi della collina Torinese, immortalato nel 1996 per L’Espresso? Scandalosa semmai è la foto che, per come è concepita, verrebbe sferzata a sangue se solo la presentassero anche nell’ultimo dei circoli fotografici.

IMG_20200131_150256.jpg

Che cosa c’è di così scandaloso in una tizia che mangia e beve con una tetta al vento? Una sola, perché così è più ammiccante …

Chi è un po’ stagionato come me sicuramente ricorderà lo scandalino della tettina (una prima sulla fiducia!) di Patsy Kensit, sfuggita maliziosa dalla rottura della spallina della sottovestina che indossava a Sanremo un milione di anni fa.

“Tutta invidia!”, direte voi, perché io che ho superato (di molto) gli anta, manco potrei sognare di osare una sottoveste senza reggiseno!
Vero.
L’odiosa legge di gravità fa il suo sporco lavoro!!!
(A proposito, con alcune amiche e colleghe giuriste avrei redatto una proposta abrogativa per manifesta violazione dell’art. 3 della nostra Carta Costituzionale: discriminazione per sesso, età, razza … direi che ce n’è abbastanza, no?).

Di Newton mi fa rabbia la mancanza di coraggio.
Quel pierineggiare pallido e assorto, sempre trattenuto però, di uno che vorrebbe dire, ma soprattutto fare, delle maialate da bordello, ma la morale glielo impedisce. La speculazione basata sul voyeurismo dell’osservatore che alla fine impone di ammantare tutto di “artistico“, per non sentirsi pornografico e poter così parlare (e fotografare!) di sessoossesso senza sentirsi troppo in peccato mor(t)ale.

Nella sua opera non vedo nessuna vera dissolutezza, nessuna morale profondamente corrotta ma così umana da diventare, quella sì, vera arte, grazie alla forza d’urto corrosiva del genio.
Penso, tanto per fare qualche nome, a Nan Goldin o a Alberto Garcìa Alìx (dolorosamente tremenda la sua fotografia “El Rey”), al loro coraggio, che non stento a definire immenso, nel mostrare e nel mostrarsi, dopo giorni e notti di assoluta depravazione, senza infiginmenti, senza belletti, senza quella untuosa patina di perbenismo e benpensantismo tipici del borghesismo (al MoMA hanno abolito gli “ismi” ma io li adoro e continuo a usarli!).

Non una delle donne di Newton può anche solo lontanamente essere paragonata a quella leggendaria cortigiana che fu Kiki de Montparnasse. Come si possono dimenticare le sue labbra perfette, rese immortali da Man Ray, mentre si stringono al sesso di Paul Elouard?

kiki-manray

Eh, mi direte voi a questo punto, ma Newton si occupava di pubblicità e di moda (ah! la moda! che cosa è poi? Magari ne parliamo un’altra volta), non faceva arte!
La sua era fotografia che doveva comunque servire a vendere, e per riuscirci doveva essere visibile e vista e non censurata e rinchiusa in oscure camere. Insomma non è che potesse fare proprio come gli pareva, altrimenti chi gli avrebbe mai commissionato il lavoro? Come a dire: scandalizzare sì, ma entro certi limiti, giusto per solleticare certi brividi, ma senza spingersi troppo oltre, un sado-maso-soft se vogliamo, così da incuriosire.

Ma, se “non faceva arte”, allora perché ci ostiniamo a chiamarlo “artista” o anche “ilgrandemaestrodell’erotismo“?

E allora eccoci al vero punto: non è questione di fare l’enfant terrible. Non è questione di fare o non fare arte.
E’, più prosaicamente, questione di attirare denari con una merce, il sesso appunto, che notoriamente da sempre “[i]tira[/i]”.

Basta parlar chiaro, no?
Alla fine, l’erotismo di Newton, così intriso di etico, vacilla. Non è altro che un sentimento spurio che tenta di surrogare il sentimento reale. E finisce con il tradursi inesorabilmente in ridicolo.

Davvero l’immaginario erotico del figlio di un fabbricante di bottoni tedesco non vale un grammo di quello di un aristocratico debosciato francese …

Di questa mostra ricorderò solo le scarpe e i piedi delle modelle.
Un vero supplizio.
Piedi gonfi, sgraziati, storti …
E scarpe brutte, grosse, sporche …

La nitidezza è un concetto borghese? Parte prima

Stanca di vedere le gocce di cioccolato della mia torta pere e cioccolato affondare miseramente (e depositarsi sulla base della tortiera), anziché rimanere intrappolate nell’impasto (come vuole l’immaginario erotico di ogni cuoca che si rispetti), “cerco su internet” un suggerimento facile e efficace.

Su internet” c’è sempre tutto!

Infatti non mi sbaglio.
Mi basta iniziare a digitare “come evitare che le gocc …” che, sotto ai miei occhi increduli, si compone da sé la stringa “come evitare che le gocce di cioccolato si depositino sul fondo della tortiera”.

Evidentemente il problema è serio e avvertito come tale da molti appartenenti al popolo di forni e fornelli.

Scelgo a caso (non proprio a caso veramente, perché alcuni siti sono più affidabili di altri) e clicco …

COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO NEI DOLCI?

Se ti stai chiedendo come fare, per non far cadere sul fondo della tua torta, tutti i pezzi di cioccolato, dopo la cottura in forno, sei nel posto giusto”.

Dai che ci siamo! Sto per scoprire finalmente questa alchimia da iniziati! La MIA torta pere e cioccolata sarà spaziale, deliziosa! E soprattutto con le gocce perfettamente posizionate là dove devono essere!
Nessuno più dovrà grattarle dal fondo della teglia (tra mille maledizioni, perché mi si rovina il teflon) …

Oggi, ti spiegherò il mio trucchetto per non far depositare sulla base le gocce di cioccolato in torte, ciambelle, muffin e plumcake.

Purtroppo, capita a molte questo fastidioso problema, ma bastano pochi e semplici passaggi per far rimanere, tutte le gocce di cioccolato nell’impasto.
In questo modo le vostre torte e ciambelloni avranno un aspetto omogeneo o scenografico.

Riuscire a non fare affondare le gocce di cioccolato nei dolci sarà possibile con un trucco semplice ma molto efficace. In questo modo i vostri dolci saranno sempre perfetti e molto golosi. Scopriamo insieme come fare”.

Fantastico! Ancora pochi passaggi e anch’io sarò depositaria di questo preziosissimo segreto!

TRUCCO PER NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO NEI DOLCI

 Ingredienti:

  • Gocce di cioccolato q.b.
  • Farina q.b.

 COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO

 il metodo è semplicissimo”.

Ora, dopo aver letto almeno venti righe di INUTILI blablabla ed essermi sentita chiedere per ben DIECI volte se quello che cerco è proprio il trucco per non far affondare le gocce di cioccolato nei dolci, comincio a spazientirmi (lo so che devo sorbirmi tutti i banner pubblicitari prima di arrivare al dunque, ma almeno si potrebbe inventare qualche idea migliore della ripetizione ossessiva di un concetto che definire banale è eufemistico).
L’ho capito che il metodo è semplicissimo. Me l’hai ripetuto milleduecento volte da quando ho aperto questa pagina …
Credi che sia scema? Che non sappia leggere? Che mi abbiano lobotomizzata a cinque anni?

 CERTO CHE E’ QUELLO CHE VOGLIO SAPERE!!!!!

Dimmi come “ca xxx o” devo fare perché ste stramaledette gocce di cioccolata NON AFFONDINO nella MIA stramaledetta torta pere e cioccolata!!!

Suadente il nostro scrittore fallito prosegue:

Innanzitutto, per non far affondare le gocce di cioccolato nei dolci” …

MA E’ UNO SCHERZO???? Soffri per caso di eiaculazione impossibile?

 DIMMI COME DEVO FAREEEEEEEEE!!!!!!!!!!!!!!!!!

E finalmente:

dovete andare a riporli in freezer per almeno mezzora prima di utilizzarli”.

Che cosa devo riporLI in freezer? Non stavamo parlando delle gocce di cioccolata (femminile, plurale?) dove hai fatto le elementari?

“Andate a mettete, quindi, prima di iniziare la lavorazione dei vari ingredienti le gocce di cioccolato in freezer o, per un tempo più prolungato, in frigorifero.
Quando il vostro impasto sarà pronto non dovrete fare altro che andare a riprendere le gocce di cioccolato, infarinarle leggermente e quindi andare ad aggiungerle ed amalgamarle al composto.
L’umidità che si è andata a creare sulla vostre gocce di cioccolato permetterà alla farina di andare ad aderire alla perfezione. Eliminate l’eccesso, se necessario utilizzando un colino

Spero che questo semplice trucchetto per capire COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO vi sia piaciuto e vi tornerà utile”.

ALLELUUUUUUUU – JAH!!!!

Al di là della grammatica quanto meno bizzarra (passaggi repentini dal tu al voi; accordi sostantivo aggettivo con spericolati cambi di genere – evidentemente anche in cucina la parità di genere va forte! Utilizzo scriteriato della consecutio temporum; frasi senza capo né coda, in cui soggetto e predicato verbale paiono non essersi mai frequentati prima …), sulla quale (ma solamente se mi dai un consiglio che funziona davvero) posso anche pensare di soprassedere.

Al di là del fatto che non capisco per quale assurda ragione quelli che ti istruiscono di cucina debbano sempre “andare a” (andare ad amalgamare, andare a riporre, andare a fare e magari anche andare a ca xxx are!).

Al di là delle mille parole che hai usato in modo paludato e straccione (Carofiglio ti amo!) …

MA NON POTEVI MOLTO SEMPLICEMENTE DIRMI:

se vuoi che le gocce di cioccolata rimangano perfettamente posizionate all’interno della TUA torta di pere e cioccolata e non affondino miseramente, appiccicandosi alla base della tortiera, ti sarà sufficiente, prima di aggiungerle all’impasto, infarinarle dopo averle messe un quarto d’ora in freezer”?

Quattro righe scarse ed eravamo felici in due: io perché non mi smarronavo a leggere un’ora di insulsaggini e tu perché non dovevi lambiccarti il cervello per stare appresso alla grammatica italiana, che si vede ad occhio nudo che non è esattamente la tua migliore amica.

Ogni volta che si ha poco da dire, ma ci si vuol dare un tono e far passare l’idea che quel poco sia di fondamentale importanza, si adotta un linguaggio ampolloso e ridondante (adoro la parola ridondante! Ti fa proprio sentire le campane in testa! La ripetizione del nulla che echeggia nel vuoto, sbattendo tra le tempie e la nuca, per poi rimbalzare sul parietale destro e di qui riprendere la sua corsa).

Si riempie lo spazio tra una parola e l’altra di infinite altre parole di cui si poteva benissimo fare a meno: domande retoriche reiterate a ogni piè sospinto, avverbi come se piovesse, nevicate di aggettivi … proprio come quando, alle scuole medie, la prof. di lettere diceva solenne che non avrebbe dato la sufficienza a nessun tema sotto le quattro pagine e tu avevi esaurito tutti i concetti in non più di due …

Comunque, adesso vado a  provare il trucchetto per vedere se funziona veramente.

Ecco. Ma … che cosa c’entra tutto questo con la fotografia?

Continua