
E poi sai cos’ho fatto, Anna?
Ho preso tutte le sue cose, tutto quello che era rimasto di quei giorni. Le confezioni di medicinali, quelle mai aperte e quelle ancora a metà strada. E pure i blister vuoti. Capsule, compresse, le mangio a manciate, Luminosa! Le gocce. Tutto. Con anche le loro scatole colorate che fanno allegria, diceva.
Le fiale e tre siringhe usate, le avevo già buttate nel cestino, ma le ho recuperate dal sacchetto di plastica, verde come solo in ospedale.
Due ampolle per le flebo e tutti i tubicini. Arrotolati su se stessi, erano vermi trasparenti così sottili e molli.
E una garza macchiata, di sangue o mercurocromo, non lo so nemmeno io.
Le pantofole pelose, quelle con le orecchie, che gli avevamo regalato perché aveva sempre i piedi freddi.
L’ultimo libro sul suo comodino e gliocchialineri da Blues Brother, te lo ricordi, Anna? Che gli dava fastidio la luce, anche se era poca, a volte, e li metteva ridendo, facendo finta di suonare la fisarmonica, come il cieco sulla metro, quello di Walker Evans, che però gli occhiali non li aveva.
E comunque non mi faceva tanto ridere.
E un paio di calzini bianchi. Li portava sempre, anche sotto le lenzuola. Che gli si afflosciavano sulle caviglie rinsecchite. Erano rimasti nella stanza, posati su una sedia di verdeformica, accanto al letto, con un buchino sul bordo elastico che a guardarlo mi si è stretto il cuore.
Le istruzioni per l’uso di una radiosveglia, un catalogo di viaggi esotici, solo per sognare, che tanto so che non guarisco.
Un bugiardino ripiegato male.
Ti sfido, Luminosa!, a trovare qualcuno che è capace di aprire un bugiardino e ripiegarlo come si deve fare!
Dove la trovava tutta quell’energia?
Che malattia è, Anna, quella di un corpo che si lascia penetrare da qualsiasi schifezza e gli anticorpi alzano bandiera bianca, arrendendosi ancor prima di iniziare a combattere e lottare.
È una malattia d’artista, Luminosa! Solo un artista è senza pelle al punto tale che qualsiasi cosa gli entra dentro per uscirne trasformata e tutti poi dicono che capolavoro! Soffriva solo quando il papa, il capo della chiesa di un dio che sfida chi si sente senza peccato a scagliare per primo la pietra, diceva che la sua malattia era un castigo divino, per la promiscuità di quelle notti al neon, di alcol e baldorie che non finivano mai, nemmeno quando arrivava il giorno. E quelle parole erano molto più pesanti di qualsiasi sasso. Sentirsi giudicato per quello che era da chi non capiva e per questo odiava chi è diverso.
Su un mobile, mezzo nascosto, c’era pure, verde di plastica che stride a ogni movimento, un pannolone che non volevo prendere, perché c’è un limite al voler documentare, ed è la dignità dell’uomo. Ma mentre facevo finta di non vederlo, la sua voce mi diceva “e quello? Non lo metti insieme al resto? Di che hai paura? I miei giorni erano fatti anche di quello, di piscio e merda che non trattenevo. Che vuoi fare? Vuoi metterti anche tu a censurarmi?“. Mi sono sentita un verme. L’ho messo nella sacca, insieme al resto, mentre la luce della sera delle case sole si ostinava a non morire.
Quando sono arrivata a casa ho preso tutti i pezzi e li ho sistemati sul tavolo in cristallo del soggiorno, finché non l’ho riempito. Distanti, solo un poco l’uno dall’altro, come isole che galleggiano nel vuoto, a guardarli così, uno per uno, erano come monumenti minuscoli dell’uomo oltre l’artista, immenso, che era stato.
Dopo ho pianto senza lacrime, per ore, con un lamento sordo che mi usciva dalla gola come il miagolio di un gatto davanti alla porta chiusa della casa in cui abita il padrone.
27/02/2026, Madrid
