Fotografie come metafore

Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda1
La Gioconda di Leonardo!
Che cosa stiamo guardando?
Leonardo da Vinci
La Gioconda, di Leonardo.
Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda2
La Giocondaaaaa di Leonardo!!
Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda4
Ma? Scherzi?!?
La Gioconda!!! di Leonardo!
Hai in mente di andare avanti ancora per molto?
Che cosa stiamo guardando, adesso?
Non capisco dove tu voglia andare a parare.
Comunque … Questo è l’attacco dell’11/09/2001 alle Torri Gemelle.
Pensi di riprendere a fare l’idiota come con la Gioconda di Leonardo?
Fermiamoci a riflettere, nessuna delle risposte alla domanda “che cosa stiamo guardando” è corretta.
In nessun caso, infatti, guardiamo “La Gioconda”, “L’attacco alle Torri Gemelle”. Ogni volta la risposta giusta sarebbe dovuta essere “una fotografia di …”.
La fotografia impone uno scarto, un’improvvisa deviazione dal percorso logico che ci porta a ritenere intercambiabili l’immagine fotografica di un oggetto e l’oggetto stesso.
Una roba mica da poco.
Ma non basta.
La fotografia ci fa credere di fare esperienza del mondo, senza in realtà farne esperienza diretta con i nostri sensi, con la nostra effettiva presenza al cospetto di quanto ci mostra.
Per questo mi piace pensare alle fotografie come a metafore.
Prendo a prestito un pensiero di Carofiglio. A prima vista la metafora (la fotografia) parrebbe solo una similitudine abbreviata, ma in realtà l’assenza dell’avverbio come produce una drammatica moltiplicazione di senso. Il salto, apparentemente piccolo che compiono la frase e l’intelligenza quando devono fare a meno del come,
si traduce (si può tradurre) in uno spettacolare incremento della comprensione. La metafora (la fotografia) è più potente della similitudine perché – quando è ben concepita e non volta alla manipolazione – costringe la mente a un cambio di piano, a un vero e proprio scarto della conoscenza o dell’intuizione.
La metafora (la fotografia) è una scatola magica da cui si possono estrarre nuove consapevolezze, profonde e trasformative”.
Aggiungiamoci che la fotografia ha un’impronta semiotica debole (cioè, in buona sostanza, le si può davvero far dire qualsiasi cosa e ciò dipende non solo da ciò che il fotografo decide di inserire all’interno della cornice e ciò che invece vuole lasciare fuori) e il gioco è fatto.
In questi giorni ho rispolverato una serie di selfies che avevo scattato l’anno scorso durante il primo lockdown.
Per una come me, amante della documentazione fotografica del territorio, in specie in notturna, ritrovarsi chiusa in casa è stato uno shock.
In un primo momento ho fotografato ogni angolo della mia abitazione, poi sono passata agli oggetti, poi … A un certo punto, a corto di soggetti, ho fatto una cosa che mai avrei creduto di fare: ho rivolto l’obiettivo verso me stessa. Lascio per ora da parte le conseguenze pericolose di un simile gesto, di cui magari parlerò un’altra volta.
Non essendomi mai presa troppo sul serio, ho cercato di mettere in scena, con ironia, il dramma quotidiano di una donna costretta a lavorare da casa, che non può andare dal parrucchiere, che non può andare dall’estetista, che non può comprarsi una nuova borsetta o l’ennesimo paio di scarpe, che va al supermercato e non trova il lievito, la farina, l’alcol, le mascherine … che ha voglia di strafocarsi di dolciumi, che è spaventata dal possibile contagio … Le piccole grandi paranoie, insomma, che – chi più chi meno – tutti abbiamo vissuto quando la pandemia era all’inizio e nessuno sospettava come sarebbe andata a finire (non che adesso le cose siano migliorate, sul come andrà a finire, intendo).
Riguardandole a distanza di poco più di un anno, mi sono resa conto che avrei potuto raccontare, tramite quelle stesse immagini, semplicemente cambiando le didascalia, una storia completamente diversa. La storia, ad esempio, di una donna abbandonata dall’uomo della sua vita che, attraverso le varie fasi della disperazione, della voglia di lasciarsi andare, dello sguardo indagatore sulle proprie responsabilità e del proprio lato oscuro, a poco a poco esce dalla sofferenza per riprendere a vivere (e sì, la serie finisce nel giorno di Resurrezione, con me incartata come un uovo di Pasqua a imitazione di Carmen Miranda, molto kitsch). E non escludo che con altre parole potrei raccontare ancora altre storie.
Con buona pace dell’adagio classico secondo cui le fotografie, se sono buone, parlano da sole.

armine o della bellezza

01-armine

I pantaloni a zampa sono belli? I c.d. “tacchi elefante” sono belli? La FIAT 500 che uscì nel 1957 era bella? The Americans di Robert Frank? Possiamo dire che è bello? E il free jazz di Ornette Coleman? E’ bello il free jazz? On the road di Jack Kerouak? Lo stream of consciousness di Mrs. Bloom nell’Ulisse di Joyce? Le serie dei Becher e tutta la New Topography, i dipinti di Picasso, le maschere africane, un vaso rotto e riparato secondo la tecnica di restauro kintsugi, un tatuaggio, una scarificazione, il piatto labiale delle donne Mursi, i piedi microscopici delle donne cinesi, i piercing … Uma Thurman! Sono belli? E attenzione che potrei andare avanti ad libitum a porre sempre la stessa domanda, prendendo come soggetto altre migliaia di esempi. Ma sono buona e ve lo risparmio.

E’ possibile che siamo ancora qui, nel 2020, a chiederci chi e che cosa sia bello?

Ma che domanda è? Perché scatena così tanta indignazione Gucci che sceglie Armine Harutyunyan  per le sue nuove campagne pubblicitarie e la proclama tra le dieci donne più sexy e belle del pianeta?

E’ possibile che non abbiamo ancora capito la lezione, dopo millenni di filosofare sul bello?

Ogni volta che una forma si allontana dagli schemi consueti, quelli che la generalità ha accettato e introiettato, viene bollata come “brutta“. Eppure basta fermarsi un istante a riflettere per rendersi conto che è sempre e solo una questione di tempo. Che dopo un po’ che le FIAT 500 giravano per le strade del mondo, abbiamo cominciato a vederne la bellezza. Che quando i jeans a zampa sono entrati nei nostri occhi e il nostro cervello li ha registrati come “usuali” anch’essi hanno iniziato a essere belli, e sexy pure! Che The Americans di Frank, così come The shape of jazz to come di Coleman sono riconosciuti come dei capolavori assoluti, ciascuno nel proprio genere. E che il modo di scrivere di Kerouak è diventato un vero e proprio stile. I tatuaggi ormai se li fanno tutti, così come i piercing peraltro, e nessuno urla più allo scandalo (ricordo ai più giovani che non più di trent’anni fa i tatuaggi erano roba da avanzi di galera, in senso letterale).

Io sono convinta che il volto asimmetrico e intenso di Armine scriverà una nuova pagina della bellezza. Con i suoi occhi color miele incorniciati dalle sopracciglia folte e scure, con la pelle ambrata e luminosa dei suoi poco più che vent’anni, con le labbra perfettamente disegnate capaci di aprirsi (a dispetto di tutto quello che è stato detto su di lei) in un sorriso contagioso, questa ragazza ci sta indicando The shape of beauty to come. E io, che potrei essere sua madre, ne sono felice. Felice di vedere che finalmente qualcuno sta aprendo gli occhi e che possiamo finalmente cominciare a liberarci degli stereotipi in stile Ken e Barbie.

Lasciate passare qualche anno e vedrete che, quando il fatto che Armine sia bella non sarà più in discussione, i ragazzi del 2030 si domanderanno come fosse possibile che solo pochi anni prima qualcuno potesse darle della bruttona.

naufraghi metropolitani

Nella città semideserta di agosto mi aggiro tra le vetrine dei negozi che ancora si ostinano a rimanere aperti nella speranza di intercettare qualche cliente.

Sono stupita, io che ho l’acquisto compulsivo, di non riuscire a trovare nulla da desiderare. Non una borsa o un paio di scarpe, non un vestito … nemmeno uno straccio di camicetta. I saldi mi attirano quanto indossare un sandalo gioiello, rigorosamente tacco 12, potrebbe attrarre un lottatore di sumo.

Non ho ben capito che cosa mi sia successo in questi mesi di reclusione senza colpa. All’inizio mi sembrava impensabile non poter uscire di casa. Fotografavo ossessivamente il panorama dal mio balcone. Tre volte al giorno, sempre alla stessa ora, come un medicinale da assumere a stomaco pieno, tre foto distinte, sempre invariabilmente rivolgendo l’obiettivo a sud, a ovest, a nord, in questo preciso ordine. Ripetevo un mantra incapace di darmi pace. Riguardandole ora, tutte insieme, mi accorgo della loro coesione quasi inquietante. La forza del tempo che scorre, lasciando immutate le forme di edifici, strade, di tutte le architetture che chiamiamo minime, si rivela nel variare della luce, dei suoi colori, nelle giornate terse o piovose, nel cielo di nuvole in corsa, di voli d’uccelli.

Stridevano i gabbiani nel cielo di metà aprile. Dall’Adriatico, avevano ripercorso il fiume a ritroso arrivando alle pendici delle Alpi. O forse Genova è più vicina a Torino di quanto siamo disposti ad ammettere.

A poco a poco, assumevo gli orari cadenzati di un carcerato, o di un ricoverato o di un soldato, tanto è lo stesso. Sveglia presto e colazione. Telefonata alla mamma ultraottantenne che si è vissuta la quarantena da sola, ridendo perché alla fine di tutta questa storia, noi vecchi, magari non ci saremo ammalati, ma a forza di star da soli a parlar coi muri e con le piante, tutti quanti batteremo i coperchi! Fotografie. Pulizie di casa e allenamento. Pulizia personale e lavoro da casa. Preparazione e consumazione del pranzo con marito e figlio, seduti increduli, i primi tempi, di stare intorno a un tavolo tutti insieme ogni giorno, a ogni pasto. Fotografie. Riposo pomeridiano e lavoro da casa. Telefonata alla mamma che già da subito non ne posso più di morire di noia e libri e pulizie e settimane enigmistiche e telefonate a parenti e amiche per lamentarmi di tutta questa follia, che tanto siamo vecchi e di qualcosa dovremo pur morire. Preparazione e consumazione della cena, ammutoliti davanti al piatto, nel suono incessante delle sirene delle ambulanze. Fotografie. Telefonata alla mamma che anche oggi è passato e speriamo che finisca presto, che tutte queste ambulanze a tutte le ore mi stanno dando sui nervi e se ci fosse ancora papà chissà che direbbe! Intanto lo aggiorno, lui lì nella sua scatola sul comodino dalla sua parte del letto, che non sa niente e se non glielo racconto io, mentre lo spolvero … Pulizia personale e a letto a cercar di leggere qualcosa e di scrivere a te, senza riuscire in nessuna delle due operazioni.

Non sentirci. Riusciamo a litigare anche solo scrivendoci.

Il ricordo di quel tempo claustrale è una marmellata in cui tutto si è mescolato, il prima e il dopo, le cose che ho fatto, la durata, che scopro con orrore essere stata di quasi due mesi mentre ero convinta che non fossero più di venti giorni…

Ho passato le notti a desiderare qualcosa di nuovo da mettermi addosso e adesso che sono libera di andar per vetrine e comprarmi quello che voglio, non mi interessa più nulla.

naufraghi metropolitani

Sei qui, abbracciata a me, il tuo respiro lieve si infila tra i peli del mio petto, facendomi il solletico. Ti guardo e sorrido. Io che non sorrido mai. Nuda, su di me che sono nudo accanto a te, dormi come una bambina, la testa sul mio cuore, il palmo della mano posato sul mio costato, l’indice che lambisce l’orlo del mio capezzolo destro. Ti ho passato il braccio attorno alle spalle, mi hai attorcigliato le gambe con le tue. Hai bofonchiato in quel tuo modo buffo di quando sei troppo stanca ma vuoi ancora dire qualcosa, prima di sprofondare nel sonno. Mi commuovono i tuoi capelli sottili, così corti e biondissimi e tutti arruffati e li accarezzo e poi ti sfioro la pelle, appena in punta di dita, per non svegliarti. Mi piace sentirla, morbida e liscia, fresca in questa notte di fine estate, col profumo delle vigne che arriva portato dal vento. Il tuo sesso umido e tiepido preme contro la mia coscia, ma non sono eccitato, non ora che sei così, abbandonata.

Me lo avevi detto. Mi avevi scritto: “Potrei dormire nuda solo al tuo fianco. È necessaria una fiducia totale per esporsi così. Non si tratta solo di levare ogni barriera allo sguardo dell’altro sul proprio corpo. C’è in più la rinuncia alla vigilanza. Essere due volte esposti richiede fiducia assoluta”.

Che ti fidi di me in questo modo totale mi fa felice.

Felice … è una parola che ho scoperto con te. Nemmeno ti credevo quando mi ripetevi che ti impegnavi per fare felici le persone a cui tenevi. Mi veniva da ridere. Ma non perché fossi felice, o anche solo contento. Una risata amara, delle mie, di uno che non ci credeva. O forse non osava più sperarci.

E invece sono qui, con un sorriso ebete, a guardare te che dormi tra le mie braccia. E questa è pura felicità. Paragonabile solo a quella di quando, la prima volta, ero dentro di te e siamo rimasti immobili a guardarci negli occhi, perché già essere così uniti ci è sembrato troppo e il cuore traboccava e già quello era fare l’amore, senza arrivare all’urgenza dell’orgasmo.

Dormi, Amore mio. Ci sono io che veglio su di te finché non spunta il sole.

 

Niente è come sembra

Niente è come sembra.

L’idea che qualcosa possa sembrare diversa come è mi affascina.

2007. Mio marito lavora a Parigi. Approfitto delle vacanze pasquali per andare a trovarlo, insieme a nostro figlio che frequenta la seconda elementare ed è un vivace mostriciattolo riccioluto.

Siccome sono perfida e mi piace vincere facile, a farne le spese il più delle volte è proprio l’erede.

Complice un libro di storia dell’arte per bambini che dedica una specifica sezione al Louvre, alcuni giorni prima della partenza gli sottopongo la visione della Gioconda e de L’incoronazione di (Joséphine da parte di) Napoleone di Jacques-Louis David, spiegandogli l’importanza dei due dipinti e promettendogli di portarlo a vederli dal vivo.

Avevo notato che le fotografie dei due capolavori, riportate affiancate, sul libro avevano le stesse dimensioni.

Una volta a Parigi, dopo alcuni giorni a scorrazzare liberi per la città, è arrivata la pioggia: una vacanza nella Ville Lumière senza almeno un po’ di pioggia non è autentica (e il più delle volte neppure seriamente ipotizzabile, a meno di un sostanziale colpo di lato B).

Che cosa di meglio, in una giornata di pioggia, che rifugiarsi al Louvre? In effetti secondo me infinitamente meglio è infilarsi al Pompidou, ma naturalmente mi preme molto di più portare a termine il mio esperimento.

Facciamo ordinatamente la coda, acquistiamo i biglietti e via.

Il mio “piano geniale” prevede che per prima cosa il pargolo veda la magnificenza del dipinto di David.

Di fronte a quell’opera delle dimensioni di un campo da tennis, il cucciolo s’estasia (la maestosità colpisce sempre le menti più semplici). Controlla ogni minimo dettaglio con i suoi occhietti appuntiti, nota l’incongruenza tra il titolo con cui il quadro è noto e quanto vi è effettivamente raffigurato (sono orgogliosissima in quel momento).

A un certo punto arriva la domanda che tanto aspettavo: “Mamma? E la Gioconda?”.

Lo prendo per mano e lo conduco fino a Lei.

Fortunatamente è ancora presto e non c’è troppa ressa, così raggiungiamo abbastanza rapidamente il nostro obiettivo e …

Delusione del mio bambino! “Ma mamma!!! Sul libro era moooolto più grande!”.

E già, sul libro era molto più grande: l’aver visto affiancate sul libro le riproduzioni dei due dipinti e quindi, dal vivo, il quadro gigantesco per primo, aveva ingenerato in lui un’aspettativa circa quello che sarebbe dovuto essere il secondo.

In questi giorni claustrali a causa del covid-19, molti musei hanno deciso di aprire tour virtuali delle loro collezioni.

L’esperienza virtuale non è certo nuova all’uomo moderno e oggi molte delle esibizioni organizzate dai musei più all’avanguardia permettono al visitatore di confrontare le opere in mostra con altre, non presenti, le cui riproduzioni sono “altrimenti fruibili”, ad esempio con la tecnologia 3D.

Da quasi duecento anni la riproduzione tecnologica del mondo che ci circonda è una realtà grazie alla fotografia e ai suoi successivi e continui sviluppi (dal cinema in avanti).

Ancora oggi, forse, non si è però compresa fino in fondo la portata del cambiamento che questa possibilità ha indotto, in particolare sui modi di apprendimento e su quanto più generalmente consideriamo “la conoscenza del circostante”, nel suo senso etimologico di “ ciò che ci sta attorno”.

Prima della fotografia si sapeva dell’esistenza delle cose tramite l’esperienza in prima persona oppure tramite il racconto, scritto, orale o per “immagini fatte a mano”, di chi quell’esperienza aveva direttamente vissuto.

Se questo, come è evidente, non rappresentava un problema in relazione alle cose facilmente raggiungibili, rispetto alle quali era sempre possibile la verifica, lo diventava in relazione a quella parte di mondo distante dal luogo in cui le persone abitualmente vivevano e svolgevano la propria esistenza: un problema di affidabilità del referente, nel senso che per credere all’esistenza di quello che veniva raccontato, si doveva riporre la propria fiducia in chi lo raccontava.

Con tutti i pericoli connessi all’eventualità che la fantasia del narratore potesse correre un po’ più del dovuto.

A questo va aggiunto che l’accesso alla conoscenza diretta era tutt’altro che democratico. I mezzi necessari per muoversi, alla ricerca del sapere, di città in città, di nazione in nazione erano appannaggio, se non esclusivo quasi, dei ceti più abbienti. E di pochi coraggiosi avventurieri.

Infatti nel medioevo credevano all’esistenza degli unicorni.

Poi è arrivata la fotografia: un mezzo capace di consegnare analoghi della realtà che, sin da subito, tutti sono stati pronti a ritenere perfetti e, quindi, assolutamente degni di fiducia.

Proprio perché la fedeltà al reale era il problema maggiormente sentito dai pittori, il fatto che l’impronta del vero restituita dalla macchina apparisse così precisa e nitida sin nel minimo dettaglio non ha mai lasciato dubbi circa l’affidabilità delle fotografie che a poco a poco, brave come sono a far dimenticare che le modifiche introdotte dall’interposizione del medium non sono così trascurabili come generalmente si è portati a ritenere, sono esse stesse divenute il “referente”, capace di attestare la “realtà” di qualsiasi cosa, non solo la sua esistenza, quindi, ma addirittura il suo essere esattamente così come la fotografia ce la propone.

Per quanto possa apparire ovvio, ad esempio, ben pochi si pongono domande sulla effettiva “tridimensionalità” di un soggetto fotografato.

La riduzione di una realtà che è necessariamente tridimensionale a una rappresentazione in due sole dimensioni non è certo argomento nuovo al momento della nascita della fotografia e ha occupato i “produttori di immagini” sin dai tempi più remoti: a Pompei si ritrovano i primi tentativi di prospettiva aerea, ma sappiamo dai testi (dipinti, ahinoi, non ne restano più) che già Agatharkos, con le sue tavole in prospettiva per le scenografie di Eschilo, aveva suscitato le ire di Platone, che lo esecrava dalle pagine de La Repubblica per la sua sfacciata “arte mimetica”.

Non stentiamo nemmeno un secondo ad esclamare: “ottima tridimensionalità” di fronte alla fotografia particolarmente ben riuscita di un edificio (o di una mela, o di un quarto di pollo) nella quale il fotografo è stato abile a sfruttare a proprio vantaggio i giochi di luce e ombra per rendere plastico l’oggetto della sua indagine. Basta soffermarsi un istante a riflettere per capire che “quella” tridimensionalità nulla ha a che vedere con la realtà di quell’edificio (o mela o quarto di pollo).

E ancor più che la realtà di quell’edificio (o mela o quarto di pollo) non è solamente quella di una fotografia. Perché non c’è solo un modo di fotografare. E per un Gabriele Basilico che cerca il sole delle 10.30 del mattino nelle terse giornate ventose, ci sarà sempre un Franco Fontana che ama la calda luce della sera e a entrambi potranno far da contraltare Bernd e Hilla Becher che restituiscono analoghi altrettanto validi e che tuttavia delle luci e ombre hanno fatto dei demoni assoluti.

Un altro aspetto sul quale siamo molto ben disposti a sorvolare osservando una fotografia è proprio la scala dimensionale oggetto dello scherzo fatto a mio figlio: le fotografie la aboliscono e così la Gioconda e L’Incoronazione di Napoleone, una volta racchiuse in quel rettangolo, diventano “grandi uguali”.

Tolto loro ogni riferimento e fotografate isolate dal contesto, possiamo ben far credere che la saliera di Benvenuto Cellini sia più grande della Tour Eiffel …

Gli esempi sono infiniti. E infatti quante volte abbiamo visto fotografie in cui qualcuno ha fatto accomodare la moglie a fianco della piramide di Cheope per usarla come metro (metro e sessanta, via!) di paragone?

Anche il colore è uno degli aspetti su cui non ci stracciamo poi troppo le vesti e riteniamo fedeli alla realtà le fotografie in bianco e nero (purché ben fatto!), così come fotografie con colori simili, ma non identici, a quelli dell’originale.

Tutti questi elementi presi insieme hanno un nome: l’aura, cioè il carattere individuale dell’originale, quella unicità che lo contraddistingue dalle sue riproduzioni.

Walter Benjamin, ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, ne parla a proposito delle sole opere d’arte ma, come si può facilmente intuire, il discorso può essere esteso a qualsiasi originale, dal Grand Canion alle tagliatelle di nonna Pina; dal concerto di Bruce Springsteen (cui si è assistito dal vivo o che si è visto in televisione) alla osservazione diretta di Lisa Gherardini da parte di Leonardo; dalle fattezze che quest’ultimo ne traspose nel quadro che tutti conosciamo alla fotografia di quel quadro realizzata dall’addetto alla documentazione per l’archivio.

È un’arma a doppio taglio la possibilità di riprodurre all’infinito un originale.

Da un lato, infatti, la riproducibilità tecnica avvicina alle masse quello che un tempo era avvicinabile solo da pochi. E questo è certamente un bene perché proprio grazie alle fotografie, ai programmi televisivi, ai dischi … oggi chiunque ha la possibilità (a ciascuno di coglierla, naturalmente) di venire a conoscenza dell’esistenza delle cose.

Tuttavia il mondo proposto attraverso le sue riproduzioni non è, per l’appunto, il mondo nella sua realtà di fatto. Con l’inevitabile conseguenza che proprio ciò che avvicina il mondo alle masse, contemporaneamente lo allontana, lasciando credere che la “conoscenza” di qualcosa consista unicamente nel “sapere dell’esistenza”.

È piuttosto semplice capire che vedere una fotografia delle tagliatelle di nonna Pina non corrisponde certo al trovarsi al loro cospetto e poter farne esperienza con i cinque sensi: il profumo del ragù fumante che si sprigiona nell’aria, la gioia per gli occhi di vedere il piatto ricolmo nella sua tridimensionalità e alla nostra portata, il piacere di affondare la posata nel groviglio per arrotolarne una forchettata, la meravigliosa sensazione del boccone a contatto con le labbra e la lingua e infine il sapore delizioso che risveglia in noi ricordi, affetti …

Bisogna schierarsi a favore o contro la fotografia e, più in generale, a favore o contro la possibilità di riproduzione tecnica? Io credo che la domanda sia sbagliata e corrisponde a chiedere se un sasso sia o no un’arma.

La risposta è: “Dipende”.

Il grande catalogo delle cose del mondo messo a disposizione dalle immagini fatte a macchina è un vantaggio per l’uomo di oggi. Se è vero, infatti, che qualunque tipo di immagine persiste, lascia un deposito nella memoria (si dice comunemente che l’immagine resta impressa molto più, ad esempio, di tutte le parole che si potrebbero utilizzare per descrivere la stessa realtà che l’immagine dipinge) tra tutte le immagini, le fotografie, proprio grazie alla loro particolare contiguità con il reale, rimangono ancora di più. Lo fanno anche se non ce ne accorgiamo. E innescano collegamenti, tra di loro e tra cose pregresse, fino a portarci ad avere un’idea del mondo. Che è però solamente un’idea, un inizio cioè rispetto al quale è importante che si tenga sempre presente la differenza tra conoscere le cose e sapere della loro esistenza.

 

Bibliografia:

  • Walter BENJAMIN, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
  • Conversazioni con Alessandro CUCCHIERO