Ho capito che l’arte è qualcosa che assorbe non ti importa più niente se il mondo ti guarda tu diventi una porta attraverso la quale il mondo che vedi esce senza pudori come fiotti di vomito della tua sofferenza o schizzi (di sperma o grumi) di sangue
Sino a dove posso spingermi a scrivere quello che ho dentro? L’arte è anche maleducata?
E restano ancora piccole cose che testimoniano il tuo passaggio un pantalone di lana spessa quel maglioncino che tanto amavi sento che questa è l’ultima volta che ci parliamo attraverso il vetro opaco e latteo che ci fa distanti due mondi diversi tra vita e morte il tuo passo lento è solo un ricordo che non risuona più nelle stanze l’ansia perenne del tuo respiro si è dileguata come nel vento la sedia vuota nel corridoio di un verde ormai diventato triste le tue pantofole abbandonate le medicine da eliminare piatti spaiati qualche altra stoviglia un pettinino coi tuoi capelli finito in fondo a un armadio in soggiorno non si sa come e nemmeno quando carte confuse fitte di note della tua mano tutta tremante come il tracciato di un cardiogramma che solo il cuore sa leggere ancora e spero che adesso tu sia leggera come la vita non ti è mai stata Torino, 25-26 gennaio 2026
E poi sai cos’ho fatto, Anna? Ho preso tutte le sue cose, tutto quello che era rimasto di quei giorni. Le confezioni di medicinali, quelle mai aperte e quelle ancora a metà strada. E pure i blister vuoti. Capsule, compresse, le mangio a manciate, Luminosa! Le gocce. Tutto. Con anche le loro scatole colorate che fanno allegria, diceva. Le fiale e tre siringhe usate, le avevo già buttate nel cestino, ma le ho recuperate dal sacchetto di plastica, verde come solo in ospedale. Due ampolle per le flebo e tutti i tubicini. Arrotolati su se stessi, erano vermi trasparenti così sottili e molli. E una garza macchiata, di sangue o mercurocromo, non lo so nemmeno io. Le pantofole pelose, quelle con le orecchie, che gli avevamo regalato perché aveva sempre i piedi freddi. L’ultimo libro sul suo comodino e gliocchialineri da Blues Brother, te lo ricordi, Anna? Che gli dava fastidio la luce, anche se era poca, a volte, e li metteva ridendo, facendo finta di suonare la fisarmonica, come il cieco sulla metro, quello di Walker Evans, che però gli occhiali non li aveva. E comunque non mi faceva tanto ridere. E un paio di calzini bianchi. Li portava sempre, anche sotto le lenzuola. Che gli si afflosciavano sulle caviglie rinsecchite. Erano rimasti nella stanza, posati su una sedia di verdeformica, accanto al letto, con un buchino sul bordo elastico che a guardarlo mi si è stretto il cuore. Le istruzioni per l’uso di una radiosveglia, un catalogo di viaggi esotici, solo per sognare, che tanto so che non guarisco. Un bugiardino ripiegato male. Ti sfido, Luminosa!, a trovare qualcuno che è capace di aprire un bugiardino e ripiegarlo come si deve fare! Dove la trovava tutta quell’energia? Che malattia è, Anna, quella di un corpo che si lascia penetrare da qualsiasi schifezza e gli anticorpi alzano bandiera bianca, arrendendosi ancor prima di iniziare a combattere e lottare. È una malattia d’artista, Luminosa! Solo un artista è senza pelle al punto tale che qualsiasi cosa gli entra dentro per uscirne trasformata e tutti poi dicono che capolavoro! Soffriva solo quando il papa, il capo della chiesa di un dio che sfida chi si sente senza peccato a scagliare per primo la pietra, diceva che la sua malattia era un castigo divino, per la promiscuità di quelle notti al neon, di alcol e baldorie che non finivano mai, nemmeno quando arrivava il giorno. E quelle parole erano molto più pesanti di qualsiasi sasso. Sentirsi giudicato per quello che era da chi non capiva e per questo odiava chi è diverso. Su un mobile, mezzo nascosto, c’era pure, verde di plastica che stride a ogni movimento, un pannolone che non volevo prendere, perché c’è un limite al voler documentare, ed è la dignità dell’uomo. Ma mentre facevo finta di non vederlo, la sua voce mi diceva “e quello? Non lo metti insieme al resto? Di che hai paura? I miei giorni erano fatti anche di quello, di piscio e merda che non trattenevo. Che vuoi fare? Vuoi metterti anche tu a censurarmi?“. Mi sono sentita un verme. L’ho messo nella sacca, insieme al resto, mentre la luce della sera delle case sole si ostinava a non morire. Quando sono arrivata a casa ho preso tutti i pezzi e li ho sistemati sul tavolo in cristallo del soggiorno, finché non l’ho riempito. Distanti, solo un poco l’uno dall’altro, come isole che galleggiano nel vuoto, a guardarli così, uno per uno, erano come monumenti minuscoli dell’uomo oltre l’artista, immenso, che era stato. Dopo ho pianto senza lacrime, per ore, con un lamento sordo che mi usciva dalla gola come il miagolio di un gatto davanti alla porta chiusa della casa in cui abita il padrone.