Pereira, Borges, Balzac e Luminosa

Mi leccavo dalle dita la voluttuosa untuosità salata lasciata dal maxipacchetto di Rustiche San Carlo che mi era servito da pranzo, merenda e aperitivo, alle 6 di sera, dopo ore di sala operatoria senza sosta. Con uno spritz più alcolico di quanto sia lecito.

Cazzo Anna!, che incipit, eh?

Sì, Luminosa, sai essere poetica, quando vuoi. E a volte anche quando non vuoi. Invecchi con furia, amica mia, come se l’energia dei tuoi capelli rossi di ragazza, anziché tingersi in biondo a poco a poco, come spesso accade quando passa il tempo, avesse preso ancora più fuoco. Ma… sì, è così, hai momenti di pura poesia che a volte te li cerchi e altre sfuggono ai tuoi radar.

Me li ero meritati, Anna, cazzo!, quei tre etti di spazzatura che solo a pensarci, anche adesso, mi fanno salivare come un cane di fronte a una ciotola di carne!

E mentre mi succhiavo i polpastrelli, me ne restavo imbesuita, in mutadorante contemplazione della mia libreria squinternata, con gli occhi a spillo, alla ricerca di Tabucchi.
Alla ricerca di Sostiene Pereira, di Tabucchi.

Come è possibile, Anna? Cazzo!, che in quattro volte quattro che ho letto quel libro io sia passata su quello che non è proprio un semplice dettaglio, scivolando come quando da bambine facevamo le gare sulla neve, col culo posato su un sacchetto di plastica, che dopo ti restava anestetizzato per mezz’ora, il culo, intendo!

Checcazzo, Anna! È possibile che io divori i libri? Ingurgito tutto, bulimia di pagine, col carico di aggettivi, sostantivi, avverbi e predicati… Ne faccio un bolo che trangugio e digerisco e dopo che lo cago non me li ricordo più! Solo la goduta sensazione di aver mangiato bene è quello che mi resta. Come la cena nel più stellato dei ristoranti stellati, che per quanto stellata possa essere stata, ricordo che lo era, ma se dovessi dirti le portate, Anna… Non so dirti più nulla. Però so con certezza che quel cibo è diventato me! Combustibile nella caldaia del mio corpo. E i libri anche! Combustibile nella caldaia del mio essere io.

E poi l’ho trovato, Anna! A furia di guardare sui ripiani, l’ho scovato! Stava lì, tutto nascosto, acquattato tra un’edizione antica del Kamasutra chenonsonemmenopiùchi me l’ha regalato, e le Confessioni di Sant’Agostino. C’è del marcio in Danimarca!
Lo faccio apposta, secondote, Anna, a gestire la mia libreria come se fossi uno sbronzo bibliotecario cieco?
Sono Borges, dopo una scorpacciata di letture con Bioy Casares!

Non lo so Luminosa, se lo fai apposta, di certo c’è che lo fai per davvero.

Stava là, ti dico, beato tra i beati, dannato tra i dannati e con la punta delle dita l’ho acciuffato, con rapida attenzione, come si acciuffa una pharphalla posata sopra un fiore, prima che voli via. Le dita me le ero ben leccate, che lo so anch’io che le chiazze d’unto sui libri sono sacrilegio!

Ed era vero, Anna! Cazzo!
L’ho riletto tutto d’un fiato sino al capitolo 11 quando SBABAMMM! Pagina 77: stava traducendo in portoghese Honorine, di Balzac, per la pagina culturale del Lisboa, del sabato successivo.
Un racconto sul pentimento, sostiene Pereira.
E io non me lo ricordavo, Anna. Ma, sai una cosa? A quel punto l’ho ripreso daccapo, e me lo sono riletto lentamente, come quando mangio lo strudel di mele, che masticandomasticando assaporotutto, distinguendo la morbidezza asprigna della frutta cotta dal calore natalizio della cannella con l’uva di Salonicco rinvigorita nel rum.
E nel capitolo 16, mentre si confessa col dottor Cardoso, Pereira sostiene di avere nostalgia di un pentimento e nulla di cui pentirsi perdavvero. Gli si fa chiaro in testa in quell’istante, davanti a quel dottore un po’ francese che per me avrà sempre l’aspetto del Docteur Dieu bello come il dio del peccato che se ne sta in vestaglia rossa sotto gli occhi di Singer Sargent, e che muore sotto i ferri dei suoi assistenti mentre li dirige nella sua stessa operazione in anestesia locale. Cazzo Anna, che orgasmo di medico! La quintessenza dell’essere medico ed esserne coscienti!

Me l’ha dato Verde, Honorine.
Dopo avermi detto che Tabucchi ne parlava e a lui era venuta voglia di leggerlo e non si trovava, che edizioni recenti in italiano, stranamente, non ce n’erano.

Vecchio misantropo incallito.
Te lo ricordi, vero, Verde? Te ne parlavo quando ero in specializzazione. Sembrava un eremita e nessuno sapeva niente di com’era lui, fuori dall’ospedale.
Curava i cuori senza averne uno. E invece ho scoperto ce l’ha!
Non so nemmeno bene dire come, ma a un certo punto mi ha presa in simpatia. Parlavamo di letteratura. Citava Borges a memoria, senza conoscere lo Spagnolo. Lo citava in Spagnolo, Anna! Capisci la follia? Aveva imparato a memoria parole in una lingua che gli è rimasta straniera.
E io gli avevo detto che non poteva amare Borges senza sapere nulla di Cortazar. E poi lui un giorno se n’è saltato fuori dal suo studio con Honorine tra le mani. Così, senza preavviso, un’edizione vecchia di 75 anni che planava dalle sue mani nelle mie senza troppi giri di parole.
Solo mi dice che a lui lo aveva dato, non senza qualche goccia di perfidia, una donna, 30 anni prima. La amava, Anna? O lei amava lui? Maccheccazzo di romanticherie mi vengono in testa?

E comunque ho letto anche Honorine, in Italiano e poi in Francese. Non è un romanzo sul pentimento, Anna.
È il racconto di un’espiazione imposta dal creatore alla sua protagonista per aver osato cercare la libertà lontano dagli schemi previsti per le donne della buona borghesia. Con Emma, Anna, Thérèse, Giacinta, Giulia, un’altra adultera e suicida punita dalla letteratura ottocentesca, guardata con gli occhi degli uomini.
Anche Pereira ha nostalgia di libertà, nel Portogallo di un’estate del 1938.
E oggi, mi sembra, pure Verde.

Parlate della figura femminile nella letteratura dell’Ottocento

Honorine: adultera e suicida. Honorine, Honoré de Balzac (1843)


Emma: adultera e suicida. Madame Bovary, Gustave Flaubert (1857)


Thérèse: adultera e suicida. Thérèse Raquin, Emile Zola (1867)


Anna: adultera e suicida. Anna Karenina, Lev Tolstoj (1877)


Giacinta: adultera e suicida. Giacinta, Luigi Capuana (1879)


Giulia: adultera e suicida. La signorina Giulia, August Strindberg (1888)

Pedagogia nera

Oggettivo/Soggettivo

E se la smettessimo, una buona volta, di bollare con parole come “brutto” e “bello” ciò che detestiamo e ciò che adoriamo?

E se finalmente iniziassimo a prenderci la responsabilità di dire “non mi piace” e “mi piace”?

Perché in fondo è facile dire “brutto” / “bello” come se fossero palesi oggettività, su cui tutti concordano, così accodandoci alla massa, senza dover troppo riflettere.

Mentre costa sempre molto mettere in gioco la propria soggettività e avere il coraggio di dire “questo a me piace” e “quest’altro invece no”.