Mentre mi fissi

Mentre mi fissi con gli occhi lucidi e una smorfia di dolore che ti sconvolge il volto, stringi nel pugno che ancora risponde al tuo comando tutti i tubicini cui è appesa la tua vita.

Non diciamo nulla, perché ormai non puoi nemmeno più parlare, ma io capisco parola per parola tutto quel che mi vuoi dire. Che la vita non è fatta per essere subita. Che continuare a vivere per la sola paura di morire non è nemmeno un’ipotesi sul tuo tavolo da gioco.

In poco più di due settimane, questo mostro assurdo, che ti è esploso dentro tutto d’un colpo, ti ha portato via a te stesso. Il fisico atletico è un sarcofago di ferro. La voce pacata e profonda, arrugginita da migliaia di sigarette, non risuona più nelle mie stanze. Nemmeno lo scoppio della tua risata. Persino il proverbiale promontorio che caratterizzava il tuo viso è ora una lama sottile e affilata…

Non ci sono parole. Solo ti prendo la mano. Allento la morsa delle tue dita che sembrano rimaste il solo luogo in cui si concentra la forza che ti ha sempre abitato. Ti sistemo le flebo, il catetere, il respiratore …

Il medico è costernato e mi dice che si potrebbe tentare una manovra.

Lo fisso, esattamente come avresti fatto tu: senza distogliere lo sguardo. Senza battere ciglio. E con una voce ferma che mai mi sarei sospettata gli chiedo: è una manovra alla quale lei sottoporrebbe suo padre?

Si stringe nel camice. È una brava persona e non sa fingere. Abbassa gli occhi. Esce dalla stanza.

Rimaniamo tu e io, nella penombra di questa sera di un luglio quasi australe.

E finalmente ti assopisci.

Argentina

Io voglio te.
La tua ironia.
Il tuo sguardo sereno sul mondo.
Il tuo stupore per le cose che si avverano quando ormai non le speravi più.

Non sei fatto per annegare in questo miele di malinconia.

Come faccio a fartelo capire?
Le parole di Neruda, di Borges e Cortazar, Gelman, Rulfo e potrei citarne altri mille e non avrei ancora finito … quelle parole sono meravigliose.
Ma io voglio le tue.

Voglio sapere cose che non ho mai visto e ciononostante sentirne la nostalgia, semplicemente perché me le stai raccontando tu.
Voglio le mattine in silenzio, a scrutare l’orizzonte chiedendosi se pioverà e quelle col mate in mano e lo sguardo a interrogare il giorno che sta per cominciare, nell’incertezza di quello che porterà.
Voglio le giornate di fatica e sudore e polvere, le mani rotte e il coltello e le cicatrici che ti ha lasciato.
Voglio le notti sotto le stelle, quelle a cavallo, quelle accanto a un fuoco a raccontare a raccontarsi, tra uomini di frontiera.

Voglio le donne che hai amato.
E sorprendermi a ritrovare una scheggia di me in ognuna di loro.
E infine scoprire che le hai amate tutte proprio perché tutte insieme erano me.

Voglio essere per te Fenarete e la figlia di Fenarete.
Voglio essere la levatrice che ti fa partorire l’Aristocle dalle spalle larghe che porti in te.

Questa è più di un’avventura.
Ci vuole coraggio per darmi quello che ti chiedo.
Molto più coraggio di quello che ti è stato necessario per fare tutto quello che hai fatto fino a qui.
Perché io voglio tutto.
Esattamente come io ti ho dato tutto di me.
Comprese le cose di cui mi vergogno e che nessun altro conosce.

O(tro sueño de Murasaki)

Atados,
esperan en la sombra.
Son sogas las palabras.
No saben cuando llegan.
La tinta china negra
y el pincel
rozan el papel blanco.
Frío. Y el deseo.
Se estremece su piel.
Legati,
attendono nell'ombra.
Son corde le parole.
Non sanno quando arriveranno.
L'inchiostro di china nero
ed il pennello
sfiorano la carta bianca.
Freddo. E il desiderio.
Rabbrividisce la pelle.

Une histoire d’amour et de désir

Leyla Bouzid, Une histoire d’amour et de désir, 2021

Farah è una giovane tunisina di buona famiglia, ed è a Parigi per frequentare, alla Sorbona, i corsi di letteratura araba e francese.

Ahmed è il figlio di emigrati algerini. Vive, come molti “zemigrés” (contrazione di les émigrés, termine con cui vengono indicati gli emigrati nordafricani), nella banlieue parigina e, grazie a una borsa di studio conseguita per merito negli studi, è alla Sorbona per frequentare i corsi di letteratura araba e francese.

Non è tanto importante il fatto che i due si innamorino e che lui sia vergine e lei no (ammesso che nel 2020 questo termine abbia, e a quanto pare ancora ne ha, un significato). O meglio, è importante, ma solo in quanto pretesto per parlare di differenze culturali tra ricchi nordafricani che mandano i figli a studiare in Francia e poveri nordafricani emigrati in Francia i cui figli si ritrovano strapiantati perché non sono e non si sentono Francesi e allo stesso tempo non conoscono la cultura da cui provengono.

Frequentando Farah e il corso universitario, Ahmed si rende conto che tutto ciò che sa dell’Islam si riduce a quanto gli è stato raccontato – o inculcato – da imam senza scrupoli e spesso ignoranti.

Intorno ai due fluttua tanta umanità: la famiglia di Ahmed, con un papà scrittore di successo in patria e depresso nullafacente in esilio e una madre che si arrabatta con i lavori più umili per sbarcare il lunario e una sorella ribelle che gli causa problemi di reputazione; gli amici del giovane (alcuni invidiosi, altri orgogliosi della possibilità di studiare che si è guadagnato); i compagni dell’università …

La fortuna di essere Torinese e di vivere in questa città affascinante, poliedrica eppure schiva consiste, tra l’altro, nella possibilità non solo di vedere al cinema i film in lingua originale, ma anche di avere la regista in sala per poter discutere con lei.

E Bouzid, in un bel cineforum al sapore di liceo, ci ha raccontato dell’accoglienza molto positiva riservata al suo film nelle sale del Nord Africa e del Medioriente (è stato distribuito SENZA CENSURE anche negli Emirati Arabi!), di quanto la “gente normale” senta il bisogno di affrontare questi argomenti (non solo quello della sessualità in una cultura sessuofoba, ma ancora di più quello della mistificazione della cultura).

Buongiorno!

Tea Zanetti, Azul (Provincia de Buenos Aires), 2021

Persino il preside Zhang vantava con orgoglio un orologio acquistato negli Stati Uniti. Era l’unico di mia conoscenza a essere mai stato in America e, da quanto avevo sentito, gli era anche piaciuta. D’altro canto, il preside diceva sempre che era il governo americano a essere malvagio, non i cittadini. La mia confusione cresceva. E se un bravo cittadino va a lavorare per il governo, che cosa succede? ponderavo. Ma a nessuno importava che le cose per noi avessero un senso: in classe si doveva parlare male degli Stati Uniti, punto e basta.

Karoline Kan, Sotto cieli rossi