Itaca

Perché mi sono innamorata di un vecchio?

Un avventuriero che ha passato i settanta.

Con la testa ancora piena di sogni e lo sguardo pulito dei bimbi.

Un fuggiasco sempre salpato da tutti gli approdi, alla ricerca insistita di un’Itaca che non ha mai conosciuto. Per la nostalgia di una Penelope che non ha mai avuto. Ma che dice di aver ritrovato negli occhi della mia allegria, nel suono delle mie “erre soavi” e delle “esse allungate”.

buongiorno!

Tea Zanetti, Buenos Aires, 2021

Tutti i precedenti crimini dell’Impero russo sono stati compiuti al riparo di un’ombra discreta. La deportazione di mezzo milione di Lituani, l’assassinio di centinaia di migliaia di Polacchi, la liquidazione dei Tatari di Crimea, tutto ciò è rimasto nella memoria senza documenti fotografici e quindi, in fondo, come qualcosa di indimostrabile che, prima o poi, sarà fatto passare per una mistificazione. Invece l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 è stata fotografata e filmata e depositata negli archivi di tutto il mondo.

I fotografi e gli operatori cechi capirono che proprio loro potevano fare l’unica cosa che si potesse ancora fare: conservare per un lontano futuro l’immagine di una violenza.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell‘essere

“Il cuore sempre a sinistra, colonello?”

Questa domanda che il sarto fa al babbo ogni volta fa scoppiare a ridere tutti e due.

Gli prende le misure, poi gli fa scegliere il modello (che tanto è sempre più o meno lo stesso: la giacca, il gilet, i pantaloni. Il massimo della trasgressione è il doppiopetto) e dopo la stoffa.

E poi gli chiede se il suo cuore sta sempre a sinistra.

Poi cresco e a trent’anni suonati mi capita per le mani Storia di un corpo, di Pennac.

E leggo della prima volta in cui il protagonista va dal sarto.

Si risveglia in me un ricordo. Sembrava perduto per sempre …

E scoppio a ridere anch’io.

buongiorno!

Tea Zanetti, Soulscapes, 2020

… tirò fuori una vecchia tela che aveva fatto quando era ancora a scuola. Mostrava il cantiere di un’acciaieria in costruzione. L’aveva dipinto al tempo in cui l’Accademia esigeva il più rigoroso realismo (allora l’arte non realista veniva considerata un tentativo di sovvertimento del socialismo) e Sabina, guidata dallo spirito della scommessa, cercava di essere ancora più rigorosa degli insegnanti e dipingeva con una tecnica che mascherava la pennellata e produceva l’effetto di una foto a colori.

«Quel quadro mi si era rovinato. Ci era gocciolato sopra del rosso. All’inizio mi infuriai, ma poi quella macchia cominciò a piacermi perché sembrava una crepa (… ) Cominciai a giocare con quella crepa, ad allargarla, a immaginare cosa sarebbe stato possibile vedere dietro (…) Davanti c’era sempre un mondo perfettamete realistico e un po’ più in là, come dietro alla tela strappata di uno scenario, si vedeva qualcos’altro, qualcosa di misterioso o di astratto.

Tacque, poi aggiunse: «Davanti c’era la menzogna comprensibile, e dietro, l’incomprensibile verità».

Tereza ascoltava (…) tutti i quadri di Sabina (…) parlavano sempre della stessa cosa, erano tutti l’incontro simultaneo di due temi, di due mondi, erano come fotografie risultate da una doppia esposizione …

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell‘essere

atlas

Gerhard Richter, Venedig, 1986

C’è un pittore tedesco, Gerhard Richter (Dresda, 1932) che, a partire dagli anni ’60, inizia una collezione di fotografie che lui giudica interessanti.

In origine il suo scopo è solamente quello di raccogliere le fotografie in cui si imbatte come iconografie  “già pronte” (dichiaratamente dei veri e propri “objét trouvés” o “ready made” secondo l’insegnamento di Duchamp) per ottenere un serbatoio cui attingere per riproporlo nei suoi quadri.

Ricava quindi dai quotidiani, dalle riviste illustrate, da fotografie che lui stesso scatta … tutto il “visivo” che gli interessa.

Con il passare del tempo si accorge però che questo “accumulo” gli interessa di per se stesso, perché ha finito col trasformarsi in un corpo unitario.

Decide così di organizzare il materiale in pannelli su cui lo incolla, accostando un’immagine all’altra secondo il suo gusto, le sue idee del momento … e chiama il progetto “Atlas“, perché di un vero e proprio atlante per immagini si tratta. E forse anche perché il peso di questo mondo di carta si sta facendo troppo grande per poterlo sostenere sulle sue sole spalle.

Al momento in cui scrivo i pannelli sono oltre 700 per un totale di circa 5.000 fotografie. Periodicamente sono esposti nelle più importanti gallerie d’arte del mondo.

Guardandole scorrere, in quella sorta di fiume continuamente fluente, come un film che ci si snoda davanti agli occhi (ho avuto occasione alcuni anni fa, ante covid, e, mannaggiaall’etàcheavanza non riesco a ricordarmi dove …), si ha la sensazione che certe immagini siano caratterizzate da un’impronta comune, rimandano ad altre esperienze visive, richiamano altre immagini.

E’ un po’ come il gioco delle associazioni di idee, che si faceva da bambini.