Al cinema!

Qui rido io (Mario Martone, 2021)

Mario Martone è un genio cinematografico. E questo suo ultimo film un piccolo grande gioiello.

Il racconto di un pezzo (importante) della storia di Napoli e della “napoletanità”, raccontato con gli occhi di chi in questo liquido amniotico è da sempre completamente immerso.

Il racconto della vita spericolata di Eduardo Scarpetta. Attore, commediografo, padre di molti figli, “legittimi e non”, come si usava dire al tempo, ma tutti generosamente trattati alla stessa maniera. E tra questi quei tre De Filippo (mai riconosciuti ma da tutti ben conosciuti) che tanto hanno contribuito alla diffusione nel mondo dell’immagine della loro città, del teatro e di una filosofia capace di ritrovare il filo sottile dell’ironia insita in ogni vera tragedia.

Il racconto di una società molto più aperta di quella in cui oggi abitiamo. O forse la semplice scoperta che, in ogni epoca, è possibile essere aperti solo volendolo e essendo disposti a pagarne le conseguenze.

Il racconto, anche, di una sentenza che fece scalpore, con la quale, partendo dalle riflessioni di Benedetto Croce, il Tribunale di Napoli – non dimentichiamo che la città è anche madre di una grande scuola giuridica – partendo dalla denuncia per plagio che D’Annunzio presentò contro Scarpetta (La figlia di Iorio era la tragedia plagiata, il plagio la commedia scarpettiana Il figlio di Iorio) delineò i confini della parodia e del diritto di parodiare.

Una riflessione sul tempo che passa, sul cinematografo che sostituisce il teatro, sul modo di ridere che cambia a seconda del momento storico in cui si vive …

Un film necessario.

E per me davvero un bel modo per riprendere l’abitudine del cinema, dopo oltre un anno e mezzo di dolorosa astinenza.

Al cinema! Al cinema!!!

Mai come oggi mi piace scrivere e sottolineare e riempire di punti esclamativi e urlare il titolo di questa mia tradizionale rubrica.

Al cinema, siamo tornati ieri. Che bellezza! La sala buia, lo schermo grande (GRANDE!), le poltroncine in cui affondare, sobbalzare, contorcersi, a seconda del momento che scorre sullo schermo, della posizione sempre scomoda da aggiustare …

Al cinema! Avevo gli occhi pieni di gioia e commozione nel ritrovare i volti amici dei gestori, della maschera, della cassiera del caro vecchio cinema Eliseo di Torino, un cinema del circuito d’essai che, a quanto pare già conta una vittima a causa della pandemia (nel momento in cui scrivo il cinema Nazionale non ha ancora riaperto i battenti e non si sa se e quando tornerà a farlo).

Al cinema, dunque! Eravamo in nove (pare che sia un buon numero, a dire dei gestori).

Tutti distanziati, tutti con le mascherine, tutti igienizzati ma … così felici di esserci.

E ora vorrete sapere qualcosa del film.

Il film…

Il collezionista di carte, di Paul Schrader, sì proprio quel Paul Schrader di American gigolo.

Bill Tell (Guglielmo Tell, insomma) è un ex detenuto che si guadagna da vivere con il gioco d’azzardo.

Avendo avuto molto tempo per meditare, quando era in carcere, ha imparato il calcolo probabilistico e il modo per applicarlo a proprio vantaggio in qualunque gioco d’azzardo giocabile.

E’ un uomo austero, di poche pretese, che gioca per vincere poco, ma vincere sempre, per non dare nell’occhio. E ci riesce. E conduce una vita nomade da un casino all’altro di un’America livida e chiassosa.

Le sue notti però sono tormentate dall’incubo di un una malebolge che arriva dal passato, un’oscenità di depravazione e violenza, un labirinto di urla, latrati, scariche elettriche, colpi ripetuti, calci, pianti strazianti, che si riapre su se stesso, sempre uguale e infinito e dal quale è impossibile fuggire.

Niente è mai come sembra e Tell nasconde un passato scomodo che riuscirà ad affrontare grazie a un ragazzino che lo contatta per portare a compimento una propria vendetta nei confronti di un uomo che faceva parte del passato di suo padre e anche di quello di tell.

Gli attori sono tutti perfettamente in parte, compreso il cameo preciso e asciutto di Willem Dafoe.

C’è, in questo film, il ritmo sincopato delle narrazioni che si muovono su diversi piani (il ricordo, il sogno, il presente, le speranze). C’è l’America dei casino, non luoghi difficili da distinguere gli uni dagli altri.

C’è pure spazio per l’amore e il perdono, in primo luogo di se stessi. E c’è la capacità tutta statunitense di fare cinema.

Il film mi è piaciuto sino a cinque minuti dal finale. Non spoilero nulla, però.

E comunque lo consiglio.

THE FAMILIES OF MAN

Sì, avete letto bene, “The Families” e non “The Family”. Non mi sono sbagliata.

La fine di agosto è per me il momento delle mostre. Non che durante il resto dell’anno (covid permettendo, naturalmente, da un po’ di tempo in qua) non frequenti i musei. Però… la fine di agosto è il periodo in cui mi diletto a fare la turista in casa mia (e dintorni).

La Regione Valle d’Aosta riunisce in sé due caratteristiche eccezionali: è regione autonoma ed è regione ben amministrata (è intuitivo capire come l’una cosa senza l’altra non porti frutti altrettanto buoni).

Questa singolare, e fortunata, combinazione permette, tra le altre cose, una vita culturale di alto (quando non altissimo) livello.

Tutti conosciamo le belle esibizioni organizzate dal Forte di Bard, mi riferisco anzitutto alle mostre fotografiche perché questo argomento, come è noto ai miei poco più che venticinque lettori, mi sta particolarmente a cuore.

Ma non esiste solo il Forte di Bard.

A Chatillon c’è il Castello Gamba (attualmente espone una temporanea sul pensiero di Giugiaro letto in parallelo rispetto a quello di Leonardo, di cui parlerò in un altro post).

Tutto questo sproloquio iniziale per arrivare a dire che … Ieri sono andata ad Aosta dove, al MAR (Museo Archeologico Regionale) è in esposizione (fino al 21/10/2021) … The Families of Man.

I curatori Elio Grazioli e Walter Guadagnini, intelligenti e sensibili, partendo dalla arcinota The Family of Man, esibizione tenutasi al MoMA, all’indomani della seconda guerra mondiale per celebrare la fraternità tra i popoli, sotto l’egida del deus ex machina Edward STEICHEN, hanno allestito nelle stanze del museo aostano una riflessione per immagini sugli ultimi trentadue anni di storia mondiale.

Dalla caduta del muro di Berlino all’irruzione nelle nostre vite della nuova Sars Covid2, con tutto quello che questa catastrofe mondiale si è portata appresso, le fotografie si snodano in un racconto quasi privo di parole e che però, o forse proprio grazie a ciò, è pregno di significati.

La storia narrata dalla mostra tiene insieme e pone in relazione tra loro tre piani di lettura: i cambiamenti subiti dal paesaggio in conseguenza di rivolgimenti politici, economici e naturali (cito per tutte le fotografie che documentano i luoghi del Muro di Berlino prima e dopo quel fatidico 29/11/1989), il modo in cui questi cambiamenti si sono riverberati sulla società (ad esempio per le ondate di migranti che ne sono derivate e l’impatto del loro arrivo nelle vite di coloro che abitano i paesi più ricchi), i modi in cui i popoli hanno reagito (adattandosi, non adattandosi, reinventandosi …) a questa cosa che chiamiamo “globalizzazione” e che, volenti o nolenti, ci fa sempre più cittadini del mondo intero e sempre meno “esponenti di razze pure”.

Mentre osservavo, mi rendevo conto (se ce ne fosse ancora bisogno) di quanta parte abbiano le fotografie in tutto questo. Documentazione, certo, racconto, anche, ma pure insegnamento, conoscenza e con essi apertura mentale.

Siamo alle solite: se ci raccontano un luogo, una situazione, una persona, un modo di vivere o qualsiasi altra cosa possa venire in mente, per quanto sia grande l’abilità del narratore di descrivere attraverso le parole, resta comunque sempre intatta la possibilità di conferire, a nostro piacimento, la forma e il colore.

Tutto ciò che non vediamo resta in qualche modo astratto.

Ma nel momento in cui ci esibiscono una fotografia, la sfera della nostra fantasia si riduce sensibilmente.

Potere dell’immagine fatta a macchina che, per quanto non sia riproduzione fedele della realtà, ne è comunque il miglior documento possibile a nostra disposizione.