Normalmente sono un po’ riottosa quando si tratta di andare a vedere i film tratti da romanzi che ho letto e amato: la trasformazione in immagini di idee che la mia fantasia aveva concepito attraverso le parole dell’autore mi ha spesso deluso.
Questa volta però il regista è François Ozon, che apprezzo per la feroce ironia e per l’alta qualità estetica della fotografia dei suoi lavori. Così, anche se il libro cui Lo Straniero si ispira è l’omonimo capolavoro di Albert Camus, uno di quelli su cui si sono schiantate molte delle domande sul senso delle cose che mi ponevo durante l’adolescenza, ho deciso che valeva la pena di pagare il biglietto (peraltro di soli € 3.50, visto che il film è tra quelli scontati grazie all’iniziativa Cinema Revolution, sino al 20 settembre prossimo, in tutte le sale italiane aderenti).
E ho fatto bene.
Riempiendo i vuoti, in cui invece Camus ci lascia macerare per metterci davanti all’assoluta insensatezza, secondo la sua visione delle cose, dell’esistenza, Ozon tradisce il libro e così fornisce un’ipotesi talmente plausibile da diventare un vero e proprio atto di fedeltà alla teoria dello scrittore.
Quanto alle scelte stilistiche, il bianco e nero abbacinato in cui l’intera pellicola è immersa non ha deluso alcuna delle mie aspettative.
LO STRANIERO, François Ozon, durata 120 min, valutazione MyMovie 3,75/5
Categoria: al cinema!
Il Cileno
Il Cileno è ambientato a Torino durante gli anni di piombo e già solo per questo, da Torinese che in quegli anni frequentava le elementari e le medie, per me valeva la pena di vederlo.
È la storia (ispirata a una vicenda realmente accaduta) di un minatore a cui, dopo il colpo di stato del 1973, viene fatto capire in maniera inequivocabile che il suo essere socialista e oppositore di Pinochet è sgradito e perciò pericoloso.
Il giovane decide così di fuggire e rifugiarsi in Italia, stabilendosi proprio nella mia città dove in poco tempo lo aggancia una cellula anarco-insurrezionalista che intende avvalersi della sua esperienza con gli esplosivi.
I fatti, narrati come una cronaca asciutta, sono presentati nudi e crudi, senza enfasi, senza esprimere giudizi.
La città, che pur restando sempre velatamente sullo sfondo è però presente e vibrante in ogni fotogramma, è resa tale e quale a come la ricordo io.
IL CILENO, Sergio CASTRO SAN MARTIN, durata 100 min, valutazione MyMovie 3,48/5
al cinema! Una figlia, di Ivano de Matteo

Per rovinare un buon soggetto cinematografico è sufficiente trascurare i dettagli e affidare una delle parti principali a un attore non all’altezza.
Pietro è un tranquillo signore borghese che ha una seconda occasione dopo la morte della moglie. E questa seconda occasione è l’infermiera che si è presa cura della moglie nella parte terminale della sua vita.
Pietro ha anche una figlia adolescente, con cui ha vissuto in completa simbiosi dopo la vedovanza e che non sopporta l’arrivo della nuova compagna (a cui attribuisce anche delle responsabilità nella vicenda della madre) nella vita sua e del papà, tanto faticosamente ricostruita.
Poi succede che la ragazza ferisce la donna e fugge sconvolta. Se avesse chiamato subito i soccorsi forse la donna si sarebbe salvata.
Queste le premesse. Di qui si sviluppa la storia: l’interesse morboso dei media; l’elaborazione da parte di Pietro di un lutto che riguarda la morte fisica della donna che amava e quella sociale della figlia che non riesce più ad amare; la presa di coscienza da parte della ragazza di ciò che ha fatto; la carcerazione che si ritrova a fronteggiare, con giovani donne che hanno vite così distanti dalla sua… Il tutto, però, senza andare troppo in profondità, sorvolando a volo d’uccello i temi, importanti, messi sul piatto sin dalle prime scene.
Una buona idea di storia dicevo…
Ginevra Francesconi (la figlia) mostra doti di vera attrice. Stefano Accorsi è rimasto l’attor giovane che va bene per i tre minuti dello spot del Maxibon.
al cinema! L’infinito, di Umberto Contarello

Da trent’anni Umberto vive a Roma la sua solitudine onirica, sempre in bilico tra la realtà e le sue fantastiche speranze, raccontando storie bellissime e del tutto inutili.
Surreale e poetico, declinato in un bianconero luminoso e arioso.
Un film che ho amato.
al cinema! Queer, di Luca Guadagnino

Guadagnino riesce a concentrare in due ore tutti gli stereotipi sugli scrittori americani omosessuali che vivono in Messico (anche se sembra Cuba). Pensatene uno e in Queer lo trovate.
Lee è ricco, perverso, beve moltissimo, fuma moltissimo, scopa moltissimo, si droga moltissimo, vive in una casa sporchissima e disordinatissima.
Questa è la prima parte del film.
La seconda parte è pure peggio.
Lee incontra un ragazzo che gli piace e a cui non si capisce bene se lui piace o no o un po’ sì e un po’ no o forse boh.
Partono insieme alla ricerca di una droga sciamanica che permette di avere esperienze di telepatia. E qui il film va definitivamente alla deriva.
Un’opera eminentemente estetica: la fotografia è superlativa, la colonna sonora è perfetta, gli attori sono tutti bravi… però questo non basta a fare un buon film.
