naufraghi metropolitani

Pioveva su quella sera di inizio autunno. E tu arrivavi, saltando tra le pozzanghere, come fossero ballerine quelle che avevi ai piedi. Mi sono finto distratto, per guardarti di sottecchi e mi pareva sorridessi perché mi avevi riconosciuto. Come una ragazzina al primo appuntamento.

E in fondo un primo appuntamento lo era, quello. Sotto la pioggia sottile e grigio pallido che rendeva Torino ancora più Torino. E non avrei potuto chiedere di meglio …

La tua allegria che sempre mi rallegra. La mia cortesia un po’ fuori moda, che non ti dispiaceva. Camminavi veloce, sotto i portici, scartando tavolini e gente ferma a chiacchierare. E io dietro di te, col mio bagaglio a mano. E ogni tanto ti voltavi per vedere dov’ero finito e perché non ti stavo a fianco. E sorridevi.

E ci siamo seduti in Piazza Carignano, in quel caffè di tavolini in ferro e marmo e odore antico di legno e di velluti. Chiacchieravamo come vecchi amici. Come vecchi amanti che si voglion bene e che non han segreti. E nessun imbarazzo è sceso fra di noi, manco un istante, per quelle notti incendiarie, passate a bruciare tutte le strade di fronte e dietro alla nostra corsa lungo i nevrotici sentieri binari della rete. Per  quelle cose scritte un po’ per scherzo e un po’ davvero sulle tue gambe e i tuoi corsetti in raso. Sulla tua arte di esibir te stessa con la tua faccia d’angelo e il corpo di un demonio.

E siamo usciti, poi, ridendo mentre si faceva buio a poco a poco, sulle nostre chiacchiere sotto la pioggia. Abbiamo percorso insieme ancora un breve tratto acciottolato.

E non credo di aver amato mai una donna così tanto come ho amato te, in quell’istante perfetto in cui, lanciandomi un bacio al volo, hai decretato “arrivati all’angolo, tu giri a sinistra. Io vado a destra”. Poi, non ti sei voltata. Nessuna esitazione ha rallentato il tuo passo. Ti sei allontanata sicura, sulle tue scarpe di vertigine e suole rosse, stretta nell’impermeabile nero. Sotto la pioggia, con il tuo ombrello scarlatto che vibrava lucido vicino ai lampioni.

Nemmeno l’eco dei tuoi passi mi ha raggiunto.

naufraghi metropolitani

“Finalmente sono tornata in me!

Non ne potevo più della melassa di malinconia in cui mi ero lasciata scivolare in questi ultimi mesi.

Ho pianto fino a seccarmi gli occhi. Cazzo! Ho dormito poco e male. Con il rischio di rovinare il lavoro di Jamal, benedetto ragazzo, fortunachec’è. Mi ha risistemata in un amen, eh, ma che sgridata! Mi ha fatto una paternale che manco Padre Boschetti … Te loricordiPadreBoschetti? Che pppppalllllleeeeeee! Paternali su tutto… PadrePaternaleBoschettiSJ (es gei, Societatis Jesu!).

Ora ho la pelle di una bambina. MenomalecheJamal ha la mano così delicata che non mi concia come quei fenomeni da baraccone con labbra a canotto, zigomi a mela di Biancaneve e sopracciglia all’altezza dell’attaccatura dei capelli!”

Parla a raffica, Luminosa. È fatta così. La mia amica… Abbiamo abbondantemente superato i cinquanta ed è sempre uguale. Bella e inquieta. Ed è tornata, finalmente. È tornata a essere se stessa. Luminosa di nome e di fatto, le dicevamo al liceo.

Mentre mi racconta, me la immagino. Si dondola sulla sedia, attorciglia tra le sue lunghe dita ossute il filo del telefono (sì, ha ancora questo vezzo del telefono fisso… Perchémipiacegiocarecolfilo,micaperaltro!) e guarda il soffitto.

È fatta così, lei. Un tornado!

E non hai scampo, prima o poi, per triste che tu sia, riesce a farti ridere.

Puoi metterti d’impegno, decidere che le terrai il broncio per i prossimi sei mesi ma, se disgraziatamente abbassi la guardia e la lasci fare, in capo a mezz’ora ti smonta tutti i piani d’attacco e ti ritrovi a ridere a crepapelle con le sue sparacazzatestratosferiche.

“No perché, vedi che scema che sono? Mi sono innamorata di un fotografo. Non aveva cinquantanni e si sentiva un vecchio, mi spiegava di tutti i suoi acciacchi, l’alcol, le pasticche, il mal di schiena chedovevafarsimetterelecalzette (cazzo, così le chiamava, “le calzette”) dalla moglie. Ma ti rendi conto????? Farsi mettere le calze dalla moglie??? E io, con la mia sindromedellacrocerossina, appresso a lui, decisa a farlo ridere. E ci sono riuscita! Beh certo checisonoriuscita, ci riesco sempre! Ci smanazzavamo, osceni come ricci – i ricci sono osceni? Boh, chissenefrega, noi lo eravamo! Ci smanazzavamo, dicevo, alla Stazione Centrale a Milano, in mezzo al mondo intero. E nessuno che ci guardasse manco per sbaglio. A Milano, vanno sempre tutti di fretta. Eccheccazzo, Anna, come si fa ad andare sempre così tuttidifretta? E noi a smanazzarci dappertutto e a ridere come ragazzini scemi in mezzo a tutta quella gente che correva”.

Lo amava quel suo fotografo. Lo amava come solo lei sa amare. Senza filtri, senza riserve, senza remore. Lui la trattava di merda e lei lo amava. Gliene ha combinate di tutte i colori, ma lei lo amava. Poi a un certo punto le cose hanno cominciato a starle strette, a pesarle. Lui era diventato una noia mortale, sempre lo stesso copione ogni giorno. Tre telefonate a orario fisso (colazione, pranzo e cena, come le pasticche!), messaggi a pioggia che diventavano via via più insulsi, più vuoti, più tristi man mano che aumentavano di numero … Luminosa … Luminosa, come hai potuto resistere così tanto? Gli anni passano anche per te.

“Annaaaaa, gliannipassanoancheperme, cazzo! Mi sembrava che potessimo riprendere le fila di un discorso. Era un bravo fotografo, Anna. Ma bravo proprio! Accidentialui! Poi ha cominciato a fare quelle cagate della streetphotography … Cheppallelastreetphotography, lo sai come la penso, no? Insomma, a un certo punto è arrivato questo tipo. Un pazzo. Vabbé, i Greci hanno nomea di essere pazzi. Mi raccontava un mio amico che la sua compagna, Greca pure lei, lo menava. Si incazzava senza ragione (o magari la ragione ce l’aveva anche, però eccheccazzo, menare!, anche se hai ragione … Piuttosto facciamoci una scopata per farcela passare, no?) e giù botte. Mah? Alla fine lui l’ha lasciata. Bene Jollino! Bene hai fatto a mollarla quella stronzapazza!”.

Devo ammettere che più di una volta ho avuto il sospetto, Luminosa, che sia pazza pure tu. Questo comunque non ti ha impedito di laurearti a pieni voti a ventiquattro anni e diventare una stimatissima cardiochirurga ben prima dei trenta. A volte penso ai tuoi pazienti … Se solo sapessero che razzadipazza (tu stessa ti definisci così) tiene in mano il bisturi che di lì a poco li aprirà in due…

“Comunque, quel Greco scriveva. Da dio, scriveva, Anna! Faceva fotografie delcazzo, ORRENDE, ma orrendeorrendeorrende, ti dico, ma scrivere … Scriveva da dio! E sai cosa? Scriveva per me. Questo mi ha mandata in palla. Non che fosse il mio tipo. Cioè, non era male, chiariamoci, l’hai visto, ti ho mandato le foto, però non era il mio tipo. Aveva la pancia, una bella pancia (pensavo avesse settantanni, Anna, invece non ne aveva ancora sessantaquandol’hoconosciuto, te l’avevo detto no?) comunque, la pancia, mezzo calvo (vabbé, quell’altro era calvo del tutto. Però, dai, calvo del tutto non è male! Bello liscio, che quando gli leccavo la pelata mi eccitavo! Quasiquasi mi faccio un po’ schifo… Che dici, Anna, sonozozza? Sì chelosono,losodame!), e le gambe poi, Anna! Le gambe bianche come quelle di un polletto. Il culo non lo so, ma secondo me non ce l’aveva troppo bello …

… Comunque, dicevo, scriveva da dio e scriveva per me quelle sue lettere pazzesche piene di metafore assurde e mi scriveva nel cuore della notte, mi raccontava di cose magiche. Le cose magiche, Anna, lo sai che per me sono tabù. Sì che lo sai. La magia mi è sempre stata accanto, ma su un binario parallelo. Fin da piccola sentivo che c’era qualcosa di strano, la nonna voleva parlarmene, ma il babbo non voleva! Vietato parlarne! Assolutamente! Sta di fatto che lui mi scriveva la notte e io mi svegliavo appena mi aveva scritto. Non perché avessi dimenticato di silenziare il cellulare! Mi svegliavo in trance, come per magia. Nonladevopiùdirequestacosadellamagia! Vietato! Severamentevietatomagheggiare!”.

Luminosa … Mente Luminosa, LuminosaMente, mattamente Luminosa. Ma quanto ti voglio bene sorella mia? Mi commuovi.

La so tutta questa storia. Abbiamo vissuto insieme ogni istante, ogni risata, ogni gioia sfrenata, ogni lacrima disperata. Ma questa sera a te fa bene parlarne ancora, perché sei tornata tu, finalmente. Lo sento che ti sei liberata dalla zavorra di chi non ti lasciava volare tanto alto quanto sai.

E però ho il sospetto che ci sia qualcosa che, fino a qui, mi hai tenuto nascosto.

E che hai una voglia pazza di raccontarmi adesso.

naufraghi metropolitani

Nella città semideserta di agosto mi aggiro tra le vetrine dei negozi che ancora si ostinano a rimanere aperti nella speranza di intercettare qualche cliente.

Sono stupita, io che ho l’acquisto compulsivo, di non riuscire a trovare nulla da desiderare. Non una borsa o un paio di scarpe, non un vestito … nemmeno uno straccio di camicetta. I saldi mi attirano quanto indossare un sandalo gioiello, rigorosamente tacco 12, potrebbe attrarre un lottatore di sumo.

Non ho ben capito che cosa mi sia successo in questi mesi di reclusione senza colpa. All’inizio mi sembrava impensabile non poter uscire di casa. Fotografavo ossessivamente il panorama dal mio balcone. Tre volte al giorno, sempre alla stessa ora, come un medicinale da assumere a stomaco pieno, tre foto distinte, sempre invariabilmente rivolgendo l’obiettivo a sud, a ovest, a nord, in questo preciso ordine. Ripetevo un mantra incapace di darmi pace.

Riguardandole ora, tutte insieme, mi accorgo della loro coesione quasi inquietante. La forza del tempo che scorre, lasciando immutate le forme di edifici, strade, di tutte le architetture che chiamiamo minime, si rivela nel variare della luce, dei suoi colori, nelle giornate terse o piovose, nel cielo di nuvole in corsa, di voli d’uccelli.

Stridevano i gabbiani nel cielo di metà aprile. Dall’Adriatico, avevano ripercorso il fiume a ritroso arrivando alle pendici delle Alpi. O forse Genova è più vicina a Torino di quanto siamo disposti ad ammettere.

A poco a poco, assumevo gli orari cadenzati di un carcerato, o di un ricoverato o di un soldato, tanto è lo stesso.

Sveglia presto e colazione. Telefonata alla mamma ultraottantenne che si è vissuta la quarantena da sola, ridendo perché “alla fine di tutta questa storia, noi vecchi, magari non ci saremo ammalati, ma a forza di star da soli a parlar coi muri e con le piante, tutti quanti batteremo i coperchi!”. Fotografie. Pulizie di casa e allenamento. Pulizia personale e lavoro da casa.

Preparazione e consumazione del pranzo con marito e figlio, seduti increduli, i primi tempi, di stare intorno a un tavolo tutti insieme ogni giorno, a ogni pasto. Fotografie. Riposo pomeridiano e lavoro da casa. Telefonata alla mamma che già da subito “non ne posso più di morire di noia e libri e pulizie e settimane enigmistiche e telefonate a parenti e amiche per lamentarmi di tutta questa follia, che tanto siamo vecchi e un pretesto per morire dovremo pur trovarlo!”.

Preparazione e consumazione della cena, ammutoliti davanti al piatto, nel suono incessante delle sirene delle ambulanze. Fotografie. Telefonata alla mamma che “anche oggi è passato, per fortuna, e speriamo che finisca presto, che tutte queste ambulanze a tutte le ore mi stanno dando sui nervi e se ci fosse ancora papà chissà che direbbe! Intanto lo aggiorno, lui lì nella sua scatola sul comodino dalla sua parte del letto, che non sa niente e se non glielo racconto io, mentre lo spolvero”. Pulizia personale e a letto a cercar di leggere qualcosa e di scrivere a te, senza riuscire in nessuna delle due operazioni.

Non sentirci.

Riusciamo a litigare anche solo scrivendoci.

Il ricordo di quel tempo claustrale è una marmellata in cui tutto si è mescolato, il prima e il dopo, le cose che ho fatto, la durata, che scopro con orrore essere stata di quasi due mesi mentre ero convinta che non fossero più di venti giorni …

Ho passato le notti a desiderare qualcosa di nuovo da mettermi addosso e adesso, che sono libera di andar per vetrine e comprarmi quello che voglio, non mi interessa più nulla.

naufraghi metropolitani

Sei qui, abbracciata a me, il tuo respiro lieve si infila tra i peli del mio petto, facendomi il solletico. Ti guardo e sorrido. Io che non sorrido mai. Nuda, su di me che sono nudo accanto a te, dormi come una bambina, la testa sul mio cuore, il palmo della mano posato sul mio costato, l’indice che lambisce l’orlo del mio capezzolo destro. Ti ho passato il braccio attorno alle spalle, mi hai attorcigliato le gambe con le tue. Hai bofonchiato in quel tuo modo buffo di quando sei troppo stanca ma vuoi ancora dire qualcosa, prima di sprofondare nel sonno. Mi commuovono i tuoi capelli sottili, così corti e biondissimi e tutti arruffati e li accarezzo e poi ti sfioro la pelle, appena in punta di dita, per non svegliarti. Mi piace sentirla, morbida e liscia, fresca in questa notte di fine estate, col profumo delle vigne che arriva portato dal vento. Il tuo sesso umido e tiepido preme contro la mia coscia, ma non sono eccitato, non ora che sei così, abbandonata.

Me lo avevi detto. Mi avevi scritto: “Potrei dormire nuda solo al tuo fianco. È necessaria una fiducia totale per esporsi così. Non si tratta solo di levare ogni barriera allo sguardo dell’altro sul proprio corpo. C’è in più la rinuncia alla vigilanza. Essere due volte esposti richiede fiducia assoluta”.

Che ti fidi di me in questo modo totale mi fa felice.

Felice … è una parola che ho scoperto con te. Nemmeno ti credevo quando mi ripetevi che ti impegnavi per fare felici le persone a cui tenevi. Mi veniva da ridere. Ma non perché fossi felice, o anche solo contento. Una risata amara, delle mie, di uno che non ci credeva. O forse non osava più sperarci.

E invece sono qui, con un sorriso ebete, a guardare te che dormi tra le mie braccia. E questa è pura felicità. Paragonabile solo a quella di quando, la prima volta, ero dentro di te e siamo rimasti immobili a guardarci negli occhi, perché già essere così uniti ci è sembrato troppo e il cuore traboccava e già quello era fare l’amore, senza arrivare all’urgenza dell’orgasmo.

Dormi, Amore mio. Ci sono io che veglio su di te finché non spunta il sole.