Mentre mi fissi

Mentre mi fissi con gli occhi lucidi e una smorfia di dolore che ti sconvolge il volto, stringi nel pugno che ancora risponde al tuo comando tutti i tubicini cui è appesa la tua vita.

Non diciamo nulla, perché ormai non puoi nemmeno più parlare, ma io capisco parola per parola tutto quel che mi vuoi dire. Che la vita non è fatta per essere subita. Che continuare a vivere per la sola paura di morire non è nemmeno un’ipotesi sul tuo tavolo da gioco.

In poco più di due settimane, questo mostro assurdo, che ti è esploso dentro tutto d’un colpo, ti ha portato via a te stesso. Il fisico atletico è un sarcofago di ferro. La voce pacata e profonda, arrugginita da migliaia di sigarette, non risuona più nelle mie stanze. Nemmeno lo scoppio della tua risata. Persino il proverbiale promontorio che caratterizzava il tuo viso è ora una lama sottile e affilata…

Non ci sono parole. Solo ti prendo la mano. Allento la morsa delle tue dita che sembrano rimaste il solo luogo in cui si concentra la forza che ti ha sempre abitato. Ti sistemo le flebo, il catetere, il respiratore …

Il medico è costernato e mi dice che si potrebbe tentare una manovra.

Lo fisso, esattamente come avresti fatto tu: senza distogliere lo sguardo. Senza battere ciglio. E con una voce ferma che mai mi sarei sospettata gli chiedo: è una manovra alla quale lei sottoporrebbe suo padre?

Si stringe nel camice. È una brava persona e non sa fingere. Abbassa gli occhi. Esce dalla stanza.

Rimaniamo tu e io, nella penombra di questa sera di un luglio quasi australe.

E finalmente ti assopisci.

O(tro sueño de Murasaki)

Atados,
esperan en la sombra.
Son sogas las palabras.
No saben cuando llegan.
La tinta china negra
y el pincel
rozan el papel blanco.
Frío. Y el deseo.
Se estremece su piel.
Legati,
attendono nell'ombra.
Son corde le parole.
Non sanno quando arriveranno.
L'inchiostro di china nero
ed il pennello
sfiorano la carta bianca.
Freddo. E il desiderio.
Rabbrividisce la pelle.

O/OPPURE

Yo también quiero escribir-te, 
en tu espalda abracadabras
de ocasos rojo vivo
hirvientes de palabras.

Quiero escribir amargo
qué es ese sabor negro
de tu silencio, cuando
se hace demasiado largo.

Quiero escribir dolor,
que de esa tinta obscura
que ya injuria mi piel
del corazón es el color.

Pero, también, yo luz dibujaré.
Los amarillos rayos
que siempre me sonrien
si rodean tus ojos.

Y aún pintaré estrellas,
azules en tus hombros,
así que siempre sepas
que a ti miran mis ojos.

Por fin escribiré cuchillas
entrerrianas donde, en tu pecho, 
verde sopla mi aliento, 
entre tus canas.

Atado, entre palabras 
estás vos, en las sombras
de tu cuarto, y ahí me esperas.

No sabés si o cuando y como llegan,
la tinta china negra, 
y mi pincel.

Rozo el papel blanco.
Frío. Y tu deseo.
Se estremece tu piel.
Anch’io voglio scriver-ti,
sulla schiena abracadabra
di tramonti rosso vivo
roventi di parole.

Voglio scrivere amaro
che quel sapor nero
del tuo silenzio, quando
si fa troppo lungo.

Voglio scrivere dolore,
che di quell’inchiostro buio
che già ingiuria la mia pelle
del cuore è il colore.

Però, anche luce disegnerò.
I raggi gialli
Che sempre mi sorridono
Se contornano i tuoi occhi.

E anche dipingerò le stelle,
azzurre sulle tue spalle,
così che sempre sappia
che a te guardano i miei occhi.

E per finire scriverò colline
di Entrerrios dove, sul tuo petto
verde soffia il mio alito,
tra le tue canizie.

Legato, tra le parole,
stai tu, nelle ombre
della tua stanza, e lì mi aspetti.

Non sai se o quando e come arrivano
l’inchiostro di china nero
e il mio pennello.

Sfioro la carta bianca.
Freddo. E il tuo desiderio.
Rabbrividisce la tua pell

Torino vale 27 campagne

Con quei tuoi occhiali tondi e neri, un po’ Le Corbusier, e la faccia spigolosa, la aspetti. Ma chi è già? Non mi ricordo più se questa volta è Pucci o la Milly.

Sei lì, ormai da sei ore alla Meridiana, sotto l’acqua di novembre e le lenti bagnate dai due lati, mentre lei sgattaiola dalla porta di servizio, ridendo un po’ coquette, al braccio di quel tipo coi pantaloni a doppie pince senza il risvolto. E un doppiopetto che fa tanto gagà.

Ma i ragazzi non le sono mai piaciuti. Chissà se questo tu non lo sapevi o forse era soltanto che non volevi crederci.

E resti lì da solo, fuori dalla porta principale, con la delusione in corpo e un vizio assurdo, che si va facendo largo nel tuo cuore. E quei tre mesi di pleurite da scontare.

E chi l’avrebbe detto mai che la tua corsa un giorno sarebbe terminata a soli pochi passi da quel pomeriggio di quasi inverno e caldarroste.

Intanto Alice, ostinata, rimane a guardare la città e i gatti e quei vestiti scuri per la pioggia che ti pendono addosso come panni tristi.