Une histoire d’amour et de désir

Leyla Bouzid, Une histoire d’amour et de désir, 2021

Farah è una giovane tunisina di buona famiglia, ed è a Parigi per frequentare, alla Sorbona, i corsi di letteratura araba e francese.

Ahmed è il figlio di emigrati algerini. Vive, come molti “zemigrés” (contrazione di les émigrés, termine con cui vengono indicati gli emigrati nordafricani), nella banlieue parigina e, grazie a una borsa di studio conseguita per merito negli studi, è alla Sorbona per frequentare i corsi di letteratura araba e francese.

Non è tanto importante il fatto che i due si innamorino e che lui sia vergine e lei no (ammesso che nel 2020 questo termine abbia, e a quanto pare ancora ne ha, un significato). O meglio, è importante, ma solo in quanto pretesto per parlare di differenze culturali tra ricchi nordafricani che mandano i figli a studiare in Francia e poveri nordafricani emigrati in Francia i cui figli si ritrovano strapiantati perché non sono e non si sentono Francesi e allo stesso tempo non conoscono la cultura da cui provengono.

Frequentando Farah e il corso universitario, Ahmed si rende conto che tutto ciò che sa dell’Islam si riduce a quanto gli è stato raccontato – o inculcato – da imam senza scrupoli e spesso ignoranti.

Intorno ai due fluttua tanta umanità: la famiglia di Ahmed, con un papà scrittore di successo in patria e depresso nullafacente in esilio e una madre che si arrabatta con i lavori più umili per sbarcare il lunario e una sorella ribelle che gli causa problemi di reputazione; gli amici del giovane (alcuni invidiosi, altri orgogliosi della possibilità di studiare che si è guadagnato); i compagni dell’università …

La fortuna di essere Torinese e di vivere in questa città affascinante, poliedrica eppure schiva consiste, tra l’altro, nella possibilità non solo di vedere al cinema i film in lingua originale, ma anche di avere la regista in sala per poter discutere con lei.

E Bouzid, in un bel cineforum al sapore di liceo, ci ha raccontato dell’accoglienza molto positiva riservata al suo film nelle sale del Nord Africa e del Medioriente (è stato distribuito SENZA CENSURE anche negli Emirati Arabi!), di quanto la “gente normale” senta il bisogno di affrontare questi argomenti (non solo quello della sessualità in una cultura sessuofoba, ma ancora di più quello della mistificazione della cultura).

À plein temps

Eric Gravel, À plein temps, 2021

Mi sono concessa (grazie a marito e figlio che mi assecondano e si rassegnano a leggere sottotitoli non sempre a caratteri cubitali) una serie di film in lingua originale, tutti imperniati su donne forti.

Come la Anaïs di Les amours d’Anaïs anche Julie corre: corre la corsa a ostacoli dal mattino molto presto alla sera molto tardi, della donna e madre che lavora, ma corre molto di più di quanto si possa immaginare perché lavora come addetta alle camere in un hotel cinque stelle in centro a Parigi e però vive nella seconda cintura della grande città (oltre la banlieue, in quasi campagna) ed è divorziata, con due figli a carico e i conti da far quadrare e la scuola che chiude molto prima che lei riesca a rincasare dal lavoro e le baby sitter che costano e una vicina gentile che le guarda i piccoli e però comincia a essere un po’ anziana e a volte perde qualche colpo … e un ex marito ectoplasmatico che non paga gli alimenti, non trascorre mai coi figli (che sono anche suoi ma sembra dimenticarlo troppo facilmente) i giorni prestabiliti e compare in tutto il film solo come messaggio whatsapp o come voce registrata della sua segreteria telefonica, che avverte che “al momento non sono in città …”.

Julie corre e spera anche di trovare un lavoro più adatto alle sue competenze e capacità. Perché (e questo dovrebbe farci meditare) Julie è laureata e ha un master e parla tre lingue e, essendo donna, quando l’azienda per la quale lavorava ha deciso per un taglio del personale, è stata tra le prime a esserne colpite.

Il tutto scandito da una musica angosciante.

Les amours d’Anaïs

Les amours d’Anaïs, Charline Bourgeois-Tacquet, 2021

Corre, Anaïs, corre sempre. Su e giù per le scale, anche fino al ventesimo piano se ce n’è bisogno, perché lei è claustrofobica. Per strada, perché spesso la sua bicicletta si rompe. Nella vita, perché lei la vita la prende a morsi e la mangia tutta.

E gli altri faticano a stare al suo passo.

È un tornado, Anaïs, e come tale entra nelle vite degli altri, le scompiglia e poi riparte. Finché conosce Emilie. Che potrebbe essere sua madre. E invece si innamorano.

Una storia meravigliosa, in cui gli uomini fanno un po’ la figura dei bambinetti sperduti, piagnucolosi e incapaci di prendere in mano le proprie vite (infatti a mio marito non è piaciuto per niente).

Parigi tutto in una notte

Catherine Corsini, 2022

Questo è un film intelligente in cui si parla con leggerezza (che non significa superficialità) di argomenti seri e tutt’altro che leggeri.

Una coppia lesbica si sta per separare ma arriva una caduta per strada di una delle due donne a devastarle il gomito (e lei fa la disegnatrice …) e a cambiare tutte le prospettive.

Raphäelle (una Valeria Bruni Tedeschi a dir poco fantastica) viene portata in ambulanza al pronto soccorso di un ospedale pubblico proprio nel momento in cui per le strade di Parigi si sta scatenando la guerriglia urbana tra i gilet jaunes che rivendicano migliori condizioni (di lavoro, di salute, di vita … i Francesi hanno ben chiara la differenza tra sudditi e cittadini cosa che, ad esempio, a noi Italiani ancora sfugge) e la polizia. Quella notte in ospedale le garantisce un punto di vista privilegiato sulla vita non solo propria ma anche di chi le sta intorno e non condivide la sua stessa condizione sociale.

Nel pronto soccorso al collasso, (tra carenze varie – di personale medico e paramedico, di medicinali, di barelle, di garze e chi più ne ha più ne metta – e ricoveri sempre più incalzanti di “ammalati comuni” e di feriti negli scontri di piazza) si intrecciano le vite dei personaggi che ricordano la commedia umana raccontata da Balzac.

Kurdbun (Essere Curdo)

Fariborz Kamkari, 2020

I Curdi sono un popolo senza terra, quaranta milioni di persone che non possono riconoscersi nazione perché prive di un suolo cui ritenersi appartenenti. All’indomani della sconfitta dell’Impero Ottomano fu promessa loro una terra ma nei primi anni ’20 del ‘900 questa promessa non fu mantenuta. Da allora, smistati su territori diversi, i Curdi vivono come minoranza etnica in Turchia, Iran, Iraq, Siria. Ciononostante cercano di rivendicare la propria identità e di tenere vive le loro radici, la loro lingua, la loro religione … Cosa che diventa sempre più difficile man mano che il tempo passa e ai giovani non si riconosce il diritto di studiare nella propria lingua, a scuola.

La riflessione su che cosa significhi “essere Curdo” prende le mosse dall’assedio di Cizre ad opera dell’esercito Turco, nel 2016, volto proprio a colpire una volta di più la notoria resilienza curda, per aver osato vincere le elezioni ed entrare nel parlamento di Ankara.

Un’occasione unica per riflettere su un dramma silenzioso