“Il cuore sempre a sinistra, colonello?”

Questa domanda che il sarto fa al babbo ogni volta fa scoppiare a ridere tutti e due.

Gli prende le misure, poi gli fa scegliere il modello (che tanto è sempre più o meno lo stesso: la giacca, il gilet, i pantaloni. Il massimo della trasgressione è il doppiopetto) e dopo la stoffa.

E poi gli chiede se il suo cuore sta sempre a sinistra.

Poi cresco e a trent’anni suonati mi capita per le mani Storia di un corpo, di Pennac.

E leggo della prima volta in cui il protagonista va dal sarto.

Si risveglia in me un ricordo. Sembrava perduto per sempre …

E scoppio a ridere anch’io.

BUONGIORNO!!!

kertész
André Kertész, L’orologio dell’Académie Française, 1929

Questo è un Buon Giorno, perché è un giorno Speciale! E questo BUONGIORNO! è per due persone speciali: Anna e Lodovica: due Cigni. Due Angeli battaglieri.
Quindi … godetevi il BUONGIORNO!

Una parte del mio mestiere consisteva nel persuadere i miei studenti più abbandonati a loro stessi che la gentilezza più del ceffone invita alla riflessione, che la vita in comunità ha delle regole, che il giorno e l’ora della consegna di un compito non sono negoziabili, che un compito malfatto è da rifare per l’indomani, che questo, che quello ma che mai e poi mai né i miei colleghi né io li avremmo abbandonati in mezzo al guado. Affinché avessero una possibilità di farcela, occorreva reinsegnare loro il concetto di stesso di sforzo, restituire loro il piacere della solitudine e del silenzio, e soprattutto il controllo del tempo, quindi della noia. Sì, qualche volta ho consigliato loro esercizi di noia, per collocarli nella durata. Li pregavo di non fare niente: non distrarsi, non consumare niente, nemmeno conversazione, né tantomeno studiare, insomma non fare niente, niente di niente.
“Oggi pomeriggio, esercizio di noia, venti minuti a non fare niente prima di mettervi a studiare.”
“Nemmeno ascoltare musica?”
“Assolutamente no!”
“Venti minuti?”
“Venti minuti. Orologio alla mano. Dalle 17.20 alle 17.40. Tornate diritti a casa, non rivolgete la parola a nessuna, non vi fermate in nessun bar, ignorate l’esistenza dei flipper, non riconoscete i vostri amici, entrate in camera vostra, vi sedete sul letto, non aprite la cartella, non vi mettete il walkman sulle orecchie, non guardate il vostro gameboy e aspettate venti minuti fissando il vuoto.”
“Per fare cosa?”
“Per curiosità. Concentratevi sui minuti che passano, non perdetevene neanche uno e domani mi raccontate.”
“E come farà, lei, a verificare che l’abbiamo fatto?”
“Non posso.”
“E dopo i venti minuti?”
“Buttatevi sui compiti come degli affamati.”
Daniel Pennac, Diario di scuola, 2007 – Traduzione: Yasmina Melaouah

BUONGIORNO!

monsieur malaussène

Andrea Dojmi, 1995

Il bambino non sembrava inchiodato, ma sfracellato davanti a loro, scagliato contro quella porta da una forza d’altri tempi.

“Ce n’è dappertutto”.

Si parla così dei morti, di cui la nostra vita ci dice che ormai sono soltanto materia. La suddetta materia, grumosa e sanguinolenta, tappezzava il pianerottolo ben oltre gli stipiti della porta.

“Non gli hanno nemmeno tolto gli occhiali”.

S’, e come spesso accade, quel dettaglio insignificante accresceva immensamente l’orrore.

Lo sguardo dilatato del bambino fissava il gruppetto attraverso il doppio cerchio degli occhiali rosa. Sguardo di civetta sacrificata.

“Come hanno potuto … come?”

L’avvocato La Herse si scopriva improvvisamente ostile a ogni forma di violenza.

“Guardate, respira ancora.”

Se si poteva chiamare respiro quel sibilo di polmoni sparpagliati. Se si poteva chiamare respiro quella schiuma rosata che imperlava le labbra del bambino.

“Le mani … i piedi …”

Né mani, né piedi … probabilmente maciullati dai chiodi mostruosi all’interno della djellaba. Ed era proprio questa la cosa peggiore, la djellaba quattro volte amputata, che era stata bianca.

“La polizia, chiamate subito la polizia!”

L’avvocato La Herse aveva lanciato l’ordine senza riuscire a staccare gli occhi dal bambino suppliziato.

“Niente polizia!”

Su questo punto Six la Neve non transigeva.

“Da quando in qua, la polizia?”

Uno dei loro principi infatti era quello di non ricorrere mai alle forze dell’ordine. Da quando in qua un pubblico ufficiale competente , che ha prestato debito giuramento, perfettamente assistito, aveva bisogno del concorso della forza pubblica per assolvere il proprio incarico?

Quindi il vecchio fabbro scrutò tranquillamente la faccia del piccolo martire.

Allora il bambino parlò. Distintamente, ma come un’anima che già si invola.

Il bambino disse:

“Non entrate”.

Six inarcò le sopracciglia.

“Possiamo sapere perché?”

Il bambino disse:

“Dentro è ancora peggio”

Difficile immaginare una risposta più dissuasiva, ma essa non turbò affatto il fabbro. Percorrendo con uno sguardo tranquillo la massa sanguinolenta, si limitò a chiedere:

“Posso assaggiare?”

Senza aspettare l’autorizzazione, tuffò il dito indice nella ferita che lacerava la djellaba sul fianco destro del bambino, lo leccò con cura, fece schioccare la lingua e concluse:

“Harissa”.

Gli occhi rivolti al cielo cercavano sfumature:

“Harissa … Ketchup …”

Schioccava la lingua come un vero intenditore:

“Una punta di marmellata di lamponi …”

Neanche avesse passato la vita a mangiare martirio.

“Ma perché le cipolle?”

“Per fare la pelle”, rispose spontaneamente il piccolo.

Daniel Pennac, Monsieur Malaussène

 

BUONGIORNO!

doisneau_bacio

Robert Doisneau – Le baiser à l’Hotel de Ville

 

26 anni, 5 mesi, 2 giorni         Domenica 12 marzo 1950

 

Erano mesi che non scrivevo, come sempre quando mi succede qualcosa di importante. Nel caso specifico, un colpo di fulmine. La priorità non era annotare ma vivere. Il soffocamento amoroso! Non facile da descrivere se non si vuole annegare nella melassa sentimentale. Per fortuna l’amore riguarda di brutto il corpo! Tre mesi fa, dunque, serata a casa di Fanche. L’appartamento è pieno. Suonano alla porta, io sono quello più vicino, apro. Lei dice soltanto: “Sono Mona”, e io me ne sto lì impalato, a sbarrarle il passaggio, travolto da un amore improvviso, incondizionato e definitivo. È pazzesco quanto credito il desiderio dà alla bellezza! Questa Mona, di sicuro l’apparizione più desiderabile che ci possa essere, è proclamata subito la più intelligente, la più simpatica, la più raffinata, la più gentile, la più affettuosa che ci sia! Una perfezione superlativa. Il mio cuore è saltato come un fusibile. Fosse anche stata , la più scema, la più cattiva, la più prevedibile, la più avida e calcolatrice e bugiarda e stronza e fottuta borghese o temporanea zoccola, e mi avessero affidato il suo dossier per un esame preliminare, il cuore avrebbe dato retta solo agli occhi! La mia vita aspettava solo lei! Quella che se ne sta in piedi davanti a me nel vano della porta, e che mi sembra che non abbia neanche lei molta fretta di entrare, è la mia! La donna maiuscola! La mia donna! Aggettivo possessivo! Con eterna certezza! E nell’istante in cui il fulmine ci colpisce, è tutta la nostra cultura che il flusso delle ghiandole ci fa riaffiorare al cuore, tutte le canzonette d’amore da due soldi e tutte le opere liriche più altolocate, il primo sguardo del Montecchi sulla Capuleti e quello del Nemours su Madame de Clèves, e le vergini e le Veneri e le Eve dei Cranach e dei Botticelli e tutta la spaventosa quantità di amore che riaffiora dalla strada e dai musei, dai rotocalchi e dai romanzi, dalle foto pubblicitarie e dai testi sacri, Cantico dei cantici dei cantici, tutta la somma dei desideri accumulati dalla nostra giovinezza, celebrati dalle nostre seghe ardenti, tutti quei colpi sparati a salve da adolescenti nelle immagini e nelle parole, tutte le mire della nostra anima appassionata, ecco cosa ci gonfia il cuore, ci incendia la mente! Ah! L’abbagliamento dell’amore! Che ti rende subito chiaroveggente! E impalato come un cretino davanti alla porta aperta. Dove per fortuna era appeso il mio cappotto. L’ho preso, e da tre mesi Mona e io non abbandoniamo più il letto dove ci siamo esaminati all’ingrosso e in dettaglio, per ora e per sempre. Madreperla, seta, fiamma e perla, perfezione del sesso di Mona! Per limitarmi all’essenziale, poiché c’è anche l’appetito del suo sguardo, e il velluto finissimo della pelle, e la delicata pesantezza del seno, e la morbida sodezza del sedere, e l’opportuna rotondità dei fianchi, e la curva perfetta delle spalle, tutto per la mia mano, tutto a mia esatta misura, alla mia giusta temperatura, per le mie narici e il mio gusto – ah, il sapore di Mona! – ci vuole un Dio perché una porta si apra sul suo complemento perfetto! Ci vuole almeno l’esistenza di un Dio per l’incastro così convincente dei nostri sessi! La progressione è d’obbligo, prima si sono scoperte le mani e le labbra, poi i sessi, che abbiamo blandito, accarezzato, stuzzicato, manipolato, accordato, per autorizzarli infine a visitarsi-inghiottirsi, ad allungare sapientemente la nota del piacere fino al do di petto, e adesso ogni scusa è buona per divorarsi e solcarsi, detto fatto, senza il nostro permesso, alla cieca, sulle scale, contro la porta, al cinema, nella cantina di un antiquario, nel guardaroba di un teatro, fra i cespugli di un giardinetto pubblico, in cima alla Tour Eiffel, e scusate se è poco! Perché dico “il nostro letto”, ma il nostro letto è Parigi, Parigi e dintorni, sulla Senna e sulla Marna!

Daniel Pennac, Storia di un corpo