naufraghi metropolitani

Il ricordo più bello che ho dei nonni è di loro due abbracciati, accanto alla staccionata dell’estancia, mentre ci guardavano andar via, dopo l’inizio delle vacanze estive, a gennaio…

Credo che per loro fosse un momento ossimorico (come mi piace usare questi termini esagerati!): erano dispiaciuti, perché sarebbero trascorsi ancora molti mesi prima che la loro grande casa risuonasse di nuovo di tutte le nostre risate, chiacchiere, corse lungo i corridoi, racconti … Ma allo stesso tempo erano sollevati perché cominciavano a essere vecchietti e tutta quella baraonda li stancava (“in effetti è un po’ faticoso” diceva la nonna, con quel suo eterno meraviglioso sorriso).

Il nonno era enorme. Un orso. Imponente, con un gran pancione sodo, dove mi piaceva appoggiare l’orecchio. E braccia forti e mani sempre calde e grandi. Però curate. Mani di uno che non si faceva problemi a lavorare con le mani. Mani di uno che però, poi, era uno scrittore.

La nonna era d’acciaio. Esile, questo sì. Un filo d’acciaio. Non era tanto piccola. Solo che, avvolta nel suo caldo poncho di guanaco, accanto a NonnOrso e col suo braccio attorno alle spalle, sembrava sempre minuscola.

Io restavo incantato a guardarli attraverso il vetro posteriore della macchina, mentre diventavano sempre più formichini, fino a svanire del tutto alla mia vista. Però lo sapevo che, quando restavano soli, lui la stringeva a sé e le diceva “vamonos, mujer, ya no es hora de llorar”. E allora lei sorrideva, con quel suo sorriso un po’ velato e battendogli la mano sul petto, gli rispondeva “vamonos, viejo gruñon, es hora de preparar algo que comer”.

Tra loro parlavano in Spagnolo (anzi, in Castellano rioplatense che è la variante, addolcita nella pronuncia, che si parla in Argentina). Ma la nonna non era Argentina. E nemmeno Spagnola. E a voler dirla proprio tutta non era nemmeno la mia nonna. Cioè, lo era senza dubbio, se penso con il cuore. Ma non lo era se guardo all’albero genealogico.

Perché, e mi ci sono voluti anni per metterlo a fuoco, la banda con cui trascorrevo le vacanze di Natale all’estancia era quanto di più colorato si potesse immaginare.

Infatti il nonno era veramente mio nonno, nel senso che era proprio il papà della mamma, però ad esempio non era il nonno di Letizia, Thomas e Françoise né del piccolo Jorge. Già perché loro erano i nipoti della nonna, che era la mamma del loro papà, il suo unico figlio, il quale però si era dato da fare e aveva avuto tre mogli (o compagne, o qualcuna l’aveva sposata e qualcuna no, questo non l’ho mai accertato e in fondo non era granché importante) e aveva avuto Letizia con la prima, Thomas e Françoise con la seconda (che era una Francese un po’ supponente), e Jorge (che per la precisione si chiamava Jorge Luís, in onore di Borges, per la gioia dei nonni che si erano conosciuti e amati grazie a quello che si divertivano a chiamare “il Maestro”) con Angeles, la sua terza moglie, che era di Buenos Aires.

Non che dalla nostra parte le cose fosse più semplici.

Anche al nonno erano piaciute troppe donne, così diceva mamma maliziosamente, e ne aveva sposate due e con loro aveva avuto quattro figli (uno con la prima e tre con la seconda, tra cui la mamma). E poi c’era stata una terza e anche con lei aveva avuto dei figli (due).

E questa terza però era un po’ un mistero di cui lui non parlava volentieri e nessuno l’aveva vista mai. Anche se tutti eravamo certi che la nonna di lei sapesse perché, come sosteneva il nonno, la nonna di lui sapeva tutto e gli indovinava persino le intenzioni (questa cosa sta scritta in un racconto di Borges, che è un racconto bellissimo che parla del tango, che la nonna ballava e il nonno era un orso e quindi lui no, e di coltelli e risse, che invece piacevano tanto al nonno – aveva certe cicatrici sulle braccia … e una più profonda, sul petto). Però … anche quelli erano figli suoi e li aveva amati e cresciuti al pari di tutti gli altri.

Vivevamo sparpagliati in giro per il mondo. Il che non ci impediva di riunirci tutti, ma proprio tutti, tranne la Francese supponente, all’estancia per Natale.

buongiorno!

Tea Zanetti, autoritratto, 2021
Mucho mas grave

Todas las parcelas de mi vida tienen algo tuyo
y eso en verdad no es nada extraordinario
vos lo sabés tan objetivamente como yo.
Sin embargo hay algo que quisiera aclararte,
cuando digo todas las parcelas,
no me refiero solo a esto de ahora,
a esto de esperarte y aleluya encontrarte,
y carajo perderte,
y volverte a encontrar,
y ojalá nada más.
No me refiero a que de pronto digas, voy a llorar
y yo con un discreto nudo en la garganta, bueno llorá.
Y que un lindo aguacero invisible nos ampare
y quizás por eso salga enseguida el sol.
Ni me refiero a solo a que día tras día,
aumente el stock de nuestras pequeñas y decisivas complicidades,
o que yo pueda o creerme que puedo convertir mis reveses en victorias,
o me hagas el tierno regalo de tu más reciente desesperación.

No.
La cosa es muchísimo más grave.
Cuando digo todas las parcelas
quiero decir que además de ese dulce cataclismo,
también estas reescribiendo mi infancia,
esa edad en que uno dice cosas adultas y solemnes
y los solemnes adultos las celebran,
y vos en cambio sabés que eso no sirve.
Quiero decir que estás rearmando mi adolescencia,
ese tiempo en que fui un viejo cargado de recelos,
y vos sabés en cambio extraer de ese páramo,
mi germen de alegría y regarlo mirándolo.
Quiero decir que estás sacudiendo mi juventud,
ese cántaro que nadie tomó nunca en sus manos,
esa sombra que nadie arrimó a su sombra,
y vos en cambio sabés estremecerla
hasta que empiecen a caer las hojas secas,
y quede la armazón de mi verdad sin proezas.
Quiero decir que estás abrazando mi madurez
esta mezcla de estupor y experiencia,
este extraño confín de angustia y nieve,
esta bujía que ilumina la muerte,
este precipicio de la pobre vida.
Como ves es más grave,
Muchísimo más grave,
Porque con estas y con otras palabras,
quiero decir que no sos tan solo,
la querida muchacha que sos,
sino también las espléndidas o cautelosas mujeres
que quise o quiero.


Porque gracias a vos he descubierto,
(dirás que ya era hora y con razón),
que el amor es una bahía linda y generosa,
que se ilumina y se oscurece,
según venga la vida,
una bahía donde los barcos llegan y se van,
llegan con pájaros y augurios,
y se van con sirenas y nubarrones.
Una bahía linda y generosa,
Donde los barcos llegan y se van.
Pero vos,
Por favor,
No te vayas

(Mario Benedetti)
Molto più grave

Tutte le particelle della mia vita hanno qualcosa di te
E questo, per la verità non ha nulla di straordinario
Tu lo sai tanto oggettivamente quanto me.
Però c’è qualcosa che vorrei chiarirti,
cuando dico tutte le particelle,
non mi riferisco solo a questo di adesso,
a questo di aspettarti e allujah trovarti,
eccheccazzo perderti,
e ritrovarti,
e diolovoglia che non succeda più.
Non mi riferisco al fatto che magari d’improvviso tu dica sto per piangere e io, con un discreto groppo in gola, beh… piangi pure.
E che un bell’acquazzone invisibile ci protegga
E forse, per mezzo di lui, dopo, esca il sole.
Né mi riferisco solamente al fatto che, giorno dopo giorno, aumenta la scorta delle nostre piccole e grandi complicità,
o che io possa o creda di potere convertire i miei rovesci in altrettante vittorie
o che tu mi faccia il tenero regalo della tua più recente disperazione.

No.
La cosa è decisamente molto più grave.
Cuando dico tutte le particelle
Voglio dire che, oltre questo dolce cataclisma,
stai anche riscrivendo la mia infanzia, quell’età in cui uno dice cose adulte e solenni
e i solenni adulti le celebrano,
e tu invece sai che questo non serve.
Voglio dire che stai risistemando la mia adolescenza,
quel tempo in cui ero un vecchio carico di paure,
e tu invece sai estrarre da quel cumulo di macerie,
il mio germe di allegria e innaffiarlo guardandolo.
Voglio dire che stai scuotendo la mia giovinezza,
quella brocca che mai nessuno prese tra le sue mani,
quell’ombra che mai nessuno accostò alla propria ombra,
e tu invece sai scuoterla
sino a che iniziano a cadere le foglie secche,
e rimane la mia carcassa di verità senza prodezze.
Voglio dire che stai abbracciando la mia maturità
Questo composto di stupore e esperienza
Questo strano confine di dolore e neve,
questa candela che illumina la morte,
questo precipizio della povera vita.
Come vedi è più grave.
Decisamente molto più grave
Perché con queste e con altre parole,
voglio dire che non sei tanto solo,
la cara ragazza che sei,
ma anche tutte le splendide e le prudenti donne
che ho desiderato e che desidero.

Perché grazie a te ho scoperto,
(dirai e a ragione che già era ora),
che l’amore è un’insenatura bella e generosa,
che si illumina e si oscura,
a seconda di come viene la vita,
un’insenatura dove le navi vengono e vanno,
vengono con uccelli e auguri,
e se ne vanno con sirene e nuvoloni.
Un’insenatura bella e generosa
Dove le navi vengono
e se ne vanno.
Però tu,
Per favore,
Non andartene.

(Mario Benedetti)




La quarantena indicata non esiste

Il 4 gennaio, dopo un paio di giorni di febbre, diarrea, mal di gola ecc. risulto positiva a un covid test domiciliare. Chiamo la mia medichessa per avere informazioni sul da farsi e ella testualmente mi risponde (riporto le parole esatte del suo messaggio vocale, perché ha dell’incredibile): “Deve fare il tampone rapido in farmacia perché devono registrarla sul portale perché quello domiciliare non può essere registrato da nessuna parte. Purtroppo io non riesco a prenotarglielo, perché glielo posso prenotare solo a Novara. Quindi, se lei vuole andare a Novara a farsi un tampone, me lo dica e io subito domani mattina glielo prenoto“. Quasi mi sembra che mi stia prendendo in giro…

Per fortuna la farmacia vicino a casa è retta da persone intelligenti che non perdono troppo tempo e in men che non si dica mi arriva l’esito (che conferma ahimé la positività) via email con un file pdf recante il mio codice fiscale (che verifico sette volte – la cabala, la cabala! – per sicurezza ed è corretto).

Dopo alcune ore ricevo, sempre, via email (riportante il mio codice fiscale, che risulta essere, ancora una volta! evidentemente è il mio giorno fortunato, corretto) l’ordinanza del sindaco con la quale mi viene comunicato che il mio green pass è sospeso e che devo stare in isolamento. Mi vengono specificate, poi, tutte le regole che devo seguire e mi si ricorda che, qualora contravvenissi alle prescrizioni indicate incorrerei nelle sanzioni previste dall’art 650 c.p. (che chiulo! sono una penalista e so bene di che cosa stiamo parlando!).

Contestualmente mi arriva, sempre via email (sempre con l’indicazione del mio codice fiscale corretto) il questionario, anzi “l’intervista epidemiologica”, da compilare online.

Compilo il modulo e mi metto in fiduciosa attesa.

Nel mentre la farmacia (per fortuna che almeno loro sono affidabili!!!) mi comunica di avermi prenotato un test di controllo per l’11 gennaio.

Dopo poco anche l’ASL pensa bene di comunicarmi, questa volta via SMS, che il mio appuntamento per ricevere la terza dose di vaccino è stato fissato al 31 gennaio.

Ma… Ohibò?

In qualità di ammalata e (spero) futura guarita, la somministrazione della terza dose non dovrebbe essere rinviata?

Decido di non pormi, almeno per il momento, domande la risposta alle quali già so che non mi piacerebbe e di continuare a restare in fiduciosa attesa.

L’11 gennaio purtroppo risulto ancora positiva e qui iniziano le cose davvero strane.

Infatti, alcuni giorni appresso mi arriva, sempre via email (ci credereste? Il codice fiscale indicato è sempre quello giusto!!!) l’avviso di una seconda intervista epidemiologica da compilare.

La compilo ma… Al termine della procedura, dopo aver pigiato il tasto “invio” il sistema mi dice che “il codice fiscale inserito non corrisponde a quello indicato sull’esito del tampone”. 😳 

Ma??? Ma se, proprio per non sbagliare, e accertatami che fosse corretto (il n. di codice fiscale era stato inserito al momento del tampone tramite il lettore di codici a barre), avevo fatto un copia e incolla dalla copia dell’esito del tampone che aveva dato avvio alla procedura!!!

Ritento, sarò più fortunata. Ma… Non lo sono. Ritento… Ritento… Ritent… Senza esito.

Alla fine mi rassegno ad aprire un ticket per segnalare che non riesco a compilare l’intervista epidemiologica e chiedendo di essere richiamata telefonicamente da un operatore.

Dopo alcuni minuti ricevo una email (con il mio codice fiscale corretto!!!!) con la quale mi viene comunicato che il ticket è stato regolarmente ricevuto e che nelle successive 48h riceverò la chiamata di un operatore dell’ASL di competenza.

Felice del buon esito mi rimetto tranquillamente isolata ad attendere fiduciosa.

Trascorse le 48h non ricevo alcuna chiamata.

Ma… Allo scoccare della sessantesima ora mi arriva una email (naturalmente il codice fiscale indicato era corretto anche questa volta!) con cui mi viene comunicato che il mio ticket è stato felicemente risolto (come? quando? da chi???) e che di conseguenza mi è stato prenotato un tampone di controllo per 17 gennaio 😳😳😳  Ma… io ne ho già uno prenotato per il 18!!! E che riceverò nelle successive 24h un sms con il quale mi comunicheranno ora e luogo dell’appuntamento.

Trascorrono 24h e naturalmente di comunicazioni neanche l’ombra.

Però… Dopo altre 48h (e siamo a poco più di un’ora fa, ste cose le sto scrivendo quasi in diretta!) mi arriva una email in cui mi si chiede di compilare il modulo di monitoraggio a seguito della mia riscontrata positività.

E… Come tutte le precedenti email, anche questa reca in bella evidenza il mio codice fiscale CORRETTO (così so che sono proprio io e non mi posso sbagliare!!!).

Con santa pazienza inizio a compilare il modulo di monitoraggio.

Hai la tosse (sì da pazzi!!!). Ma quanta tosse hai? Cinque colpi al giorno? 10 colpi al giorno? Più di dieci? Ma cazzo!!! Ne ho dieci colpi al minuto!!!

Hai la diarrea? E quanta ne hai? Diarrea grazie ma no, i primi giorni sì però, ma per fortuna adesso mi è passata. E no, o hai la diarrea o non hai la diarrea, che sono sti distinguo da sofisti? Ma… Niente ma! Diarrea sì o no? E vabbè, no.

Hai perso il gusto?

Hai perso l’olfatto?

Hai le vertigini?

Hai mialgia?

Hai astenia?

No, no, no, no, no.

Hai mal di gola (no, sembra strano ma non ce l’ho).

Problemi di respirazione?

No.

Hai la febbre? (35,9).

Quanto è la tua pressione massima: (107).

No, inserisci un valore corretto. Cazzo, ho 107. No. Verifica la pressione e inserisci un valore corretto.

Ma porc… Ho 107 su 60, è la mia cazzo di pressione da sempre. Sempre l’ho avuta bassissima! Non mi si è alzata nemmeno quando ero incinta!!!

Verifica e inserisci un valore corretto. Beh…

Poi leggo: questo non è un campo obbligatorio. Ah!!! Bene!!! Allora cancello!!! Non mi vuoi credere? Non è un problema mio. Non obbligo e non mendico (questa l’ho imparata da uno che diceva di amarmi, un genio assoluto! “Il mio amore non obbliga e non mendica“. No, segnatevela perché adesso non ci state facendo troppo caso, ma vi assicuro che se ci pensate un attimo è geniale. Ve la potete rivendere e poi vedrete che verrete a ringraziarmi). Comunque sia niente pressione, non ti meriti di sapere un bel niente sulla mia pressione!!!

Passiamo alla domanda successiva: Quanto saturi? Eh… Sapessi… sono satura, saturissima!!! Di perdere tempo con le tue domande… Fortunatamente anche questo non è un campo obbligatorio. E finalmente sono giunta al termine!

Pigio il tasto “conferma e invia” e… 

???? Ritento, sarò più fortunata.

La quarantena indicata non esiste.

Ultima volta e poi vaffanchiulo.

La quarantena indicata non esiste.

Ci rinuncio.

Fortuna che domani ho il tampone in farmacia e da loro ho appena ricevuto questo messaggio via WhatsApp:

⚕️Buongiorno, Per poter procedere alla registrazione del vostro tampone avremmo bisogno che ci scriviate:
1. Codice Fiscale

2. Numero tessera sanitaria (presente sul retro)

3. Scadenza tessera sanitaria

4. Telefono

5. Email

6. Nome

7. Cognome

8. Luogo di nascita

9. Indirizzo di Residenza e domicilio

10. Se non l’avete già indicato, l’ora e il giorno in cui vorreste fare il tampone.

Il costo è calmierato ed è di 8€ per i minori dai 12 ai 18 anni e di 15€ per i maggiorenni

Esito: dopo 20 minuti via mail

GreenPass: dopo un’ora via sms dal ministero della salute o sull’app Io/Immuni.
Qualora abbiate problemi a scaricare il GreenPass autonomamente dopo un’ora dall’esame potete richiederlo direttamente in questa chat

Al fine di accelerare la procedura di registrazione vi chiediamo la cortesia di scrivere i dati richiesti anziché mandare le foto dei documenti
Grazie per la vostra collaborazione”


Peccato che mi sia arrivato in risposta alla mia domanda: “domani 18 gennaio ho appuntamento presso la Vs. farmacia per effettuare il tampone di controllo, potreste per cortesia dirmi per che ora devo venire, perché l’ho dimenticato“.

riflessioni tra henri cartier bresson e leonor fini

Leonor Fini ritratta da Henri Cartier Bresson, 1932

Certa come sono che la fotografia sia un linguaggio universale tanto in senso orizzontale quanto in senso verticale, perché parla a tutti i suoi contemporanei, a qualunque cultura appartengano, così come parla ai posteri, per quanto il loro tempo li faccia distanti dalla fonte, mi è venuta l’idea di cercare capire quanto dell’originaria forza dirompente di una fotografia si conservi sulla lunga distanza e quanto, al contempo, essa possa arricchirsi di significati nuovi, per mezzo di quel deposito iconografico che, molto più frequentemente di quanto non crediamo, ci portiamo appresso come bagaglio inconscio.

Inizio col dire che le ragazze hanno un occhio super attento e quel che ai maschi sfugge, come ad esempio il trucco, a noi parla chiarissimamente. Esatto quindi è il riferimento, se a qualcuna è venuto in mente, ai primi anni del Novecento: quelle sopracciglia, quell’eyeliner in tratto spesso, quelle labbra truccate a cuore non possono mentire e dicono chiaramente di un’epoca. Di quell’epoca.

Esattissimo poi il riferimento al Surrealismo. Sia in modo diretto, sia indiretto, col riferimento all’idea di un mondo allucinato della protagonista, alla sua espressione sovraccarica, esasperata, al suo occhio che ci osserva, inquieto e inquietante.

Un riferimento a Kubrik mi dà la sponda per affrontare una volta di più un discorso che mi sta a cuore.
Premetto che mutuo l’ossessione da Ghirri che ne accenna in “Lezioni di fotografia” e poi continuo a ragionarci nel tempo andando a cercare tracce di questo discorso nelle varie fotografie in cui mi imbatto.

A volte qualcuno si infastidisce se gli dico che ritrovo nelle sue immagini elementi iconografici di autori noti e mi sento rispondere che nemmeno sanno di chi io stia parlando, figurarsi del suo lavoro. Ma il punto è proprio qui. Spesso, molto più di quanto immaginiamo, le immagini (appunto!) ci passano sotto agli occhi e ci sembra che non lascino memoria di sé. Ma poi, per qualche oscura ragione, ricompaiono, nel modo in cui inquadriamo una scena, o in quello in cui scegliamo di restituire i colori, nella grana (rumore digitale!) che magari aggiungiamo a una foto per il solo fatto che ci sembra che stia bene …

Questa fotografia è del 1932 e l’occhio allucinato della protagonista (che è anche ideatrice di quel che oggi chiameremmo il “concept” della foto) ne è, secondo me, la chiave di volta.

Nel 1929 Luis Buñuel (maestro del surrealismo cinematografico) girava e interpretava, insieme a Salvador Dalì, “Un chien andalou”.
Come Arancia Meccanica, anche il film di Buñuel è violento e disturbante. Racconta la tensione erotica tra un uomo e una donna che non riescono a soddisfare le proprie reciproche voglie a causa di una serie di eventi, evocati attraverso immagini sconvolgenti, accostate tra loro senza apparente nesso logico, e culmina nella scena raccapricciante del taglio dell’occhio con un rasoio.

Il centro di tutto è quell’occhio, allucinato appunto, che (ci) osserva e che certamente la pittrice surrealista Leonor Fini (è lei la donna ritratta) ben conosceva, come altrettanto bene lo conosceva Kubrik, che infatti in più di un’occasione (e Arancia Meccanica è una di queste) cita apertamente Buñuel e la lezione del surrealismo sull’ambigua provocazione portata da quei segni complessi che sono le immagini.

E veniamo quindi al Surrealismo.

Il 20 febbraio 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica a Parigi il Manifesto del Futurismo. Ora non fermiamoci alle quattro nozioni che abbiamo imparato a scuola sul Futurismo come arte fascista. Non è così. Le date parlano da sole.

Il Futurismo è la prima avanguardia (anche qui, non lasciamoci fuorviare dal significato eminentemente negativo che il termine “avanguardista” ha nella nostra lingua) e fornisce il modello per tutte quelle successive.

Nasce come movimento di frattura violenta rispetto alla concezione borghese tardo ottocentesca della vita e delle sue manifestazioni, dalla letteratura alla pittura, passando per la musica, l’architettura e tutte le altre arti, arrivando infine, almeno nei suoi intenti, a investire la politica (che sia poi quest’ultima, abilmente manovrata, ad investire successivamente il Futurismo è storia ahinoi nota).

Proprio perché la frattura rispetto a quel mondo accademico e manierista, sentimentale e kitsch deve essere violenta e dirompente (l’opera d’arte deve essere aggressiva), uno dei miti, insieme a quelli della velocità, della tecnologia, del rumore che queste si portano appresso, è la guerra: la distruzione del vecchio sistema deve essere infatti brutale e totale, fare tabula rasa del passato per ricominciare sulla base di presupposti completamente nuovi.

È così che nasce l’arte dettata dall’immaginazione senza fili; che vede la luce il teatro dello stupore; che in letteratura si scardina la sintassi, abolendo la punteggiatura e facendo ampio ricorso all’onomatopea; che fa la sua comparsa la musica c.d. bruitistica, la quale mutua la sua bellezza dal clangore delle fabbriche …

Tutto questo affonda le proprie radici nel pensiero filosofico irrazionalista, reazione estrema al razionalismo e al positivismo (annoverati tra i tipici valori borghesi) del periodo immediatamente precedente e nelle teorie psicanalitiche che cominciano a circolare proprio in quegli anni.

L’orrore della Prima Guerra Mondiale, che cancella dalla faccia della terra proprio la generazione dei più giovani, di quelli che avrebbero invece dovuto fondare il tanto agognato uomo nuovo, produce quale reazione altrettanto feroce il movimento Dada.

A Zurigo i giovani intellettuali anarchici, confluiti nella neutrale Svizzera da ogni parte d’Europa per sfuggire alla guerra (li chiameremmo disertori), si riuniscono al Cafè Voltaire. Anche loro intendono rompere col passato ma, a differenza dei Futuristi, aborrono la guerra, perché hanno già avuto modo di assaggiarne le conseguenze – la battaglia delle Ardenne è di agosto 1914, Verdun è di febbraio 1916 e proprio nel 1916 Tristan Tsara pubblica a Zurigo il manifesto.

Non è più la guerra il mezzo per sovvertire l’ordine costituito, ma lo scherno, la messa in ridicolo, l’attività ludica e paradossale vista quale elemento fondante dell’attività artistica, attraverso il gesto e in particolare attraverso il gesto scandaloso. Ancora una volta l’interesse si concentra sull’intervento, nel processo creativo, dell’inconscio, dell’irrazionalità e della follia.

Il rifiuto di sostituire con qualcosa di nuovo il vecchio sistema da distruggere, dal momento che una simile sostituzione avrebbe portato alla costituzione di un nuovo sistema che a sua volta sarebbe sfociato in nuovi accademismi a loro volta da distruggere, conduce i Dada al nihilismo e infine alla dissoluzione del loro movimento, che culmina (siamo ormai nel 1922) nello scisma Surrealista capitanato da André Breton.

Breton è un borghese, è un medico, interessato alle teorie psicanalitiche sui meccanismi dell’inconscio, che però declina in una versione propria del tutto originale.

Costituisce il gruppo Surrealista, dopo una breve militanza nei Dada, organizzandolo come una cellula del partito comunista (non dimentichiamo che aveva avuto contatti diretti con gli ideologi comunisti perché, ad esempio, in quegli stessi anni anche Lenin era – spintaneamente – a Zurigo, a schiarirsi le idee dopo l’abortita rivoluzione del 1905).

In modo tutt’altro che anarchico, è Breton a stabilire che cosa è surrealista e che cosa non lo è (e di conseguenza chi è surrealista e chi no, cioè chi entra nel gruppo e chi ne esce, o non ci entra affatto).

Diversamente da Freud, che cerca di calare la sonda della razionalità nella parte meno controllata del comportamento umano per liberarla dalle catene dell’inconscio, Breton è convinto che l’irrazionalità e l’inconscio siano un bene in sé, la parte migliore dell’uomo e la fonte primordiale delle sue migliori energie, da liberare dalle profondità dell’animo per poi scatenarli in chiave antiborghese.

In tutto questo Breton descrive il Surrealismo come “Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere (…) il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale”.

Il paradosso bretoniano è nel suo coniugare l’inconscio con il positivismo scientifico proprio dell’ideologia marx-leninista. Una via di compromesso tra le istanze anarchiche, libertarie, distruttive – e inevitabilmente autodistruttive – dei Dada e un’evoluzione del loro pensiero verso una qualche utilità orientata dal comunismo (scientifico, positivista e razionale), che in quel momento rappresenta, almeno a suo modo di vedere, la miglior prospettiva storica per offrire all’umanità dei vantaggi concreti.

Sebbene la disciplina imposta da Breton all’interno di quello che egli stesso chiama “partito artistico” contrasti con le ideologie propugnate dal movimento, la grandezza sta in ciò che gli appartenenti riescono a sviluppare, ciascuno con le proprie tematiche mentre tra loro, benché esistano affinità, non si può invece riscontrare uno stile condiviso.
È un clima fertile che porta non a risultati di stile uniforme, ma a risultati individuali e indipendenti legati dall’ideologia che condividono.

Anche il Surrealismo, come i movimenti Futurista e Dada che lo avevano preceduto, attraverso una nuova concezione della realtà, si propone la creazione di un nuovo ideale di bellezza che deriva, in questo caso, dalla dimensione del sogno e si manifesta nella forza visionaria dell’opera d’arte, nella sua capacità evocativa e nella forza straniante che suscita.

Ancora una volta il terreno di coltura sono le teorie psicanalitiche.

Ma perché tutto questo agitarsi degli artisti attorno alla psicanalisi? Perché tutta questa necessità di riappropriarsi della propria dimensione irrazionale ed emotiva?

La risposta più lucida viene proprio dall’autore di questa fotografia che, in una lunga intervista rilasciata in vecchiaia, spiega come tutti gli artisti in quell’epoca sentissero la necessità di ricomporre la frattura tra arte e vita determinata dal fatto ideologico borghese (ritenuto, a causa delle sue idee legate al profitto, al buon senso comune e alla tranquillità, responsabile della disumanizzazione patita dalle classi meno abbienti trasformate in masse amorfe, al contempo produttive e consumatrici – la lezione di Hannah Arendt ci spiega bene a quali mostruose conseguenze questa concezione abbia condotto).

Per questa ragione la macchina fotografica, che permette di “realizzare l’opera d’arte” nel momento stesso in cui “la vita si verifica”, costituisce un mezzo insostituibile per l’artista surrealista.

Il pittore, lo scultore, l’architetto, lo scrittore, il musicista … tutti hanno bisogno di un lasso di tempo più o meno lungo (eminentemente dipendente dalla quantità di denaro a disposizione …) tra il momento in cui l’opera si affaccia alla loro mente e quello in cui il risultato concreto del loro lavoro vede la luce.

Per il fotografo non è così. Grazie alla macchina il fotografo può materializzare il risultato artistico nel momento stesso in cui esso si manifesta al suo sguardo nel fluire incessante della vita. A questo si aggiunga che la macchina, in quanto occhio meccanico, è in grado di consegnare un visivo spesso non voluto e che, per quanto sia comunemente ritenuto un perfetto analogo di ciò che ritrae, non lo è affatto, per gli scarti con la realtà di cui abbiamo avuto modo di parlare in altre occasioni.

Sotto il profilo strettamente iconografico il grande fotografo di questa immagine altro non è che la scimmia che premette il pulsante di scatto (tanto è vero che difficilmente si arriva ad attribuirglielo, a meno di non conoscerne in precedenza la genesi).

Vera autore della fotografia è invece proprio Leonor Fini che immaginò, si truccò, si infilò una calza in testa (quel che sporge è il braccio cui è attaccata la mano che tiene stretta in pugno la calza), si mise in posa e gli chiese una foto (ricordo che Duchamp utilizzava Man Ray come scimmia scattante, quanto poco rispetto da parte dei pittori per i fotografi!).

Una foto rispondente all’iconografia surrealista. Così rispondente, anzi, che quei caratteri sono ancora palesi a distanza di quasi 90 anni.

Una foto però distante dall’iconografia riconosciuta di colui che la scattò.

Perché, e qui risiede il fraintendimento sull’etichetta di fotografo surrealista attribuitagli, per sua stessa ammissione la sua adesione al movimento non riguarda necessariamente le estetiche a cui questo tende, bensì più propriamente l’ideologia sottesavi: raccolta l’eredità anarchica Dada e del primissimo Surrealismo, vede come patrimonio da sviluppare nella propria esistenza l’ideale della libertà e, nell’arte, l’unico meccanismo che gli permette di rimanere libero come individuo, slegato dai condizionamenti socio economici propri dell’altissima borghesia industriale francese in cui è nato.

Ah, dimenticavo di dirvi una cosa! Questa fotografia è di Henri Cartier Bresson.

naufraghi metropolitani

covid19

Qué puedo decir
de este momento?
De esto preciso instante
en que el respiro se me corta?

Qué es esta noche
de vidrios negros y frio?
La Luna llueve como una bendición
en mi solitario cuarto tosiente.

Piensando
en nuestros sueños,
entrelazando nisperos y hielo,
y el azahar … me pierdo.

Resplandeciente es el oceano
de tus silencios,
limón de lágrimas
queman mis mejillas. Y los labios.
covid19

Che posso dire
di questo momento?
Di questo preciso instante
in cui il respiro mi si taglia?

Che cosa è questa notte
di vetri neri e freddo?
La Luna piove come una bendizione
nella mia solitaria stanza tossente.

Pensando
ai nostri sogni,
intrecciando nespoli e gelo,
e le zagare … mi perdo.

Luminoso è l'oceano
dei tuoi silenzi,
limone di lacrime
bruciano le mie guance. E le labbra.