Davanti allo specchio

Io voglio te.
La tua ironia.
Il tuo sguardo sereno sul mondo.
Il tuo stupore per le cose che si avverano quando ormai non le speravi più.

Non sei fatto per annegare in questo miele di malinconia.

Come faccio a fartelo capire?
Le parole di Neruda, di Borges e Cortazar, Gelman, Rulfo e potrei citarne altri mille e non avrei ancora finito … quelle parole sono meravigliose.
Ma io voglio le tue.

Voglio sapere cose che non ho mai visto e ciononostante sentirne la nostalgia, semplicemente perché me le stai raccontando tu.
Voglio le mattine in silenzio, a scrutare l’orizzonte chiedendosi se pioverà e quelle col mate in mano e lo sguardo a interrogare il giorno che sta per cominciare, nell’incertezza di quello che porterà.
Voglio le giornate di fatica e sudore e polvere, le mani rotte e il coltello e le cicatrici che ti ha lasciato.
Voglio le notti sotto le stelle, quelle a cavallo, quelle accanto a un fuoco a raccontare a raccontarsi, tra uomini di frontiera.

Voglio le donne che hai amato.
E sorprendermi a ritrovare una scheggia di me in ognuna di loro.
E infine scoprire che le hai amate tutte proprio perché tutte insieme erano me.

Voglio essere per te Fenarete e la figlia di Fenarete.
Voglio essere la levatrice che ti fa partorire l’Aristocle dalle spalle larghe che porti in te.

Questa è più di un’avventura.
Ci vuole coraggio per darmi quello che ti chiedo.
Molto più coraggio di quello che ti è stato necessario per fare tutto quello che hai fatto fino a qui.
Perché io voglio tutto.
Esattamente come io ti ho dato tutto di me stessa.
Comprese le cose di cui mi vergogno e che nessun altro conosce.

buongiorno!

Tea Zanetti, Azzorre, 2019
No te voy a cansar con más poemas.
Digamos que te dije
nubes, tijeras, barriletes, lápices,
y acaso alguna vez
te sonreíste.

(Julio Cortázar,
Cinco últimos poemas para Cris, 5)
Non ti annoierò con altre poesie.
Facciamo che ti dico
nuvole, cesoie, aquiloni, matite
e forse qualche volta
hai sorriso.

(Julio Cortázar,
Cinque ultime poesie per Cris, 5)

Buzones de tiempo

Leggendo Mario Benedetti ho riscoperto la bellezza delle lettere scritte a mano. Passeggiando per le strade dell’Argentina ho scoperto la bellezza dei portoni su cui si aprono le buche delle cassette delle lettere. C’è qualcosa di struggente e romantico nell’aspettare e ricevere una lettera scritta a mano.

Reading Mario Benedetti I have rediscovered the loveliness of handwritten letters. Walking on the streets of Argentina I discovered the loveliness of the main doors in which the holes of the letterbox are opened. There is something heartbreakingly romantic in waiting for a handwritten letter and receving it.

Azul, Dicembre 2021 – Positivo/Negativo

Azul è una cittadina nel cuore della Pampa Argentina. Ci sono arrivata portata dal caso e dall’ostinazione. E da una buona dose di incoscienza. Percorrere quelle strade, viste in precedenza solo in fotografia con gli occhi di chi quotidianamente le viveva, si è rivelata un’esperienza del cuore.

Azul is a little town in the heart of Argentinian Pampa. I got there brought by chance, obstinacy. And a good dose of thoughtlessness. Walking on those streets, which I have seen before only through the eyes of the people who daily live them, turned out being a heart experience.

naufraghi metropolitani

Il ricordo più bello che ho dei nonni è di loro due abbracciati, accanto alla staccionata, mentre ci guardavano andar via, dopo l’inizio delle vacanze estive, a gennaio…

Credo che per loro fosse un momento ossimorico (come mi piace usare questi termini esagerati!): erano dispiaciuti, perché sarebbero trascorsi ancora molti mesi prima che la loro grande casa risuonasse di nuovo di tutte le nostre risate, chiacchiere, corse lungo i corridoi, racconti … Ma allo stesso tempo erano sollevati perché cominciavano a essere vecchietti e tutta quella baraonda li stancava (“in effetti siete un po’ faticosi” diceva la nonna, con quel suo eterno meraviglioso sorriso).

Il nonno era enorme. Un orso. Imponente, con un gran pancione sodo, dove mi piaceva appoggiare l’orecchio per ascoltare tutto quello che il suo “didentro” aveva da raccontarmi. E braccia forti e mani sempre calde e tanto grandi. Però curate. Mani di uno che non si faceva problemi a lavorare con le mani. Mani di uno che però, poi, era uno scrittore.

La nonna era d’acciaio. Esile, questo sì. Un filo d’acciaio. Non era tanto piccola. Solo che, avvolta nel suo caldo poncho di guanaco, accanto a NonnOrso e col suo braccio attorno alle spalle, sembrava sempre minuscola.

Io restavo incantato a guardarli attraverso il vetro posteriore della macchina, mentre diventavano sempre più formichini, fino a svanire del tutto alla mia vista. Però lo sapevo che, quando restavano soli, lui la stringeva a sé e le diceva “vamonos, mujer, ya no es hora de llorar”. E allora lei sorrideva, con quel suo sorriso un po’ velato e battendogli la mano sul petto, gli rispondeva “vamonos, viejo gruñon, es hora de preparar algo que comer”. Lo sapevo o lo immaginavo, perché una volta li avevo visti fare così e guardarsi, occhi negli occhi, come se fossero ancora due ragazzini innamorati.

Tra loro parlavano in Spagnolo (anzi, in Castellano rioplatense che è la variante, addolcita nella pronuncia, che si parla in Argentina). Ma la nonna non era Argentina. E nemmeno Spagnola. E a voler dirla proprio tutta non era nemmeno la mia nonna. Cioè, lo era senza dubbio, se penso con il cuore. Ma non lo era se guardo all’albero genealogico.

Perché, e mi ci sono voluti anni per metterlo a fuoco, la banda con cui trascorrevo le vacanze di Natale all’estancia era quanto di più colorato si potesse immaginare.

Infatti il nonno era veramente mio nonno, nel senso che era proprio il papà della mamma, però ad esempio non era il nonno di Letizia, Thomas e Françoise né del piccolo Jorge. Già perché loro erano i nipoti della nonna, che era la mamma del loro papà, il suo unico figlio, il quale però “si era dato da fare” e aveva avuto tre mogli (o compagne, o qualcuna l’aveva sposata e qualcuna no, questo non l’ho mai accertato e in fondo non era granché importante) e aveva avuto Letizia con la prima, Thomas e Françoise con la seconda (che era una Francese un po’ supponente), e con Angeles, la sua terza moglie, che era di Buenos Aires, Jorge (che per la precisione si chiamava Jorge Luís, in onore di Borges, per la gioia dei nonni che si erano conosciuti e amati grazie a quello che si divertivano a chiamare “il Maestro”).

Non che dalla nostra parte le cose fosse più semplici.

Anche al nonno erano piaciute troppe donne, come diceva mamma maliziosamente, e ne aveva sposate due e con loro aveva avuto quattro figli (uno con la prima e tre con la seconda, tra cui la mamma). E poi c’era stata una terza e anche con lei aveva avuto dei figli (due).

E questa terza però era un po’ un mistero di cui lui non parlava volentieri e nessuno l’aveva vista mai. Anche se tutti eravamo certi che la nonna di lei sapesse perché, come sosteneva il nonno, la nonna di lui sapeva tutto e gli indovinava persino le intenzioni (questa cosa sta scritta in un racconto di Borges, che è un racconto bellissimo che parla del tango, che la nonna ballava e il nonno era un orso e quindi lui no, e di coltelli e risse, che invece piacevano tanto al nonno – aveva certe cicatrici sulle braccia … e una più profonda, sul petto).

Però … anche quelli erano figli suoi e li aveva amati e cresciuti al pari di tutti gli altri.

Vivevamo sparpagliati in giro per il mondo. Il che non ci impediva di riunirci tutti, ma proprio tutti, tranne la Francese supponente, all’estancia per Natale.