NEWTON, Helmut o l’immaginario erotico del figlio di un fabbricante di bottoni

Oggi avevo le dita in fibrillazione dalla voglia di scrivere qualcosa.
Di scrivere qualcosa di CATTIVO.

Il destro me l’ha fornito il buon Fulvio Bortolozzo.
I trenta lettori che mi seguono – e già, ho superato Manzoni! – sanno che lo considero uno dei miei maestri (se non proprio IL mio maestro).
Ieri sera mi è arrivata la notifica del suo articolo “Le pere di Newton”

scritto a valle del vernissage per la mostra di Helmut Newton, appunto, che proprio ieri ha aperto i battenti alla GAM di Torino.

Premesso che, per quanto sono strega, l’avrei intitolato “Le (o)pere di Newton“, ma questa è un’altra storia … Non fosse stato per la sua chiosa “E le donne che vedranno la mostra? Aspetto con curiosità di sentire la loro voce“, io a vedere la mostra di Newton non sarei nemmeno andata (mi era bastata – avanzata – la super completa di Rivoli, alla fine degli anni Novanta, del Novecento …).

A me Newton non è che sia mai piaciuto troppo. Non ne metto in discussione la capacità di fotografo. Certo era uno che sapeva usare la macchina fotografica. Non mi sognerei mai di dire il contrario. Sono i contenuti che mi “infastidiscono” (tanto per usare un eufemismo).

Sarà che sono figlia di un soldato e le cose ho imparato presto a chiamarle con il loro nome proprio, anche quelle brutte, come ad esempio La Morte.
Sarà che ultimamente frequento troppi aristocratici, da Gillo Dorfles a Herman Broch, senza scordar De Sade … Come dite? Sono tutti passati a miglior vita? Lo so, ma che ci volete fare? Se uno fa bene il proprio lavoro (scrive bene, dipinge bene, pensa bene …) non è che dopo la sepoltura quel che ha detto e fatto non vale più!

Sarà quel che sarà, come diceva la canzone, ma a me pare che Newton sia proprio quello che era: un borghesuccio senza coraggio.
Ha una bella voglia il nostro a proclamare “Non mi interessa il buon gusto. Mi piace essere l’enfant terrible”.

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Ma quale Enfant Terrible?

Che cosa c’è di così scandaloso, alla fine degli anni ’90 del Novecento, nel mostrare due femmine strette in micropelle e tacchi a spillissimo che si abbracciano voluttuose sul pavimento verde acido e ricoperto di giornali di un garage a Montecarlo? (Che è un garage e che è a Montecarlo – e non ad esempio un set tuttofinto montato alla bisogna in un qualsiasi studio di posa – ce lo dicono “loro”, e con “loro” intendo Il Sistema, I Curatori della mostra e forse Newton stesso. E ci dobbiamo fidare. Come sempre in fotografia, che sarà pure un’arte minore, ma quanto a capacità di infinocchiare il guardante – in questo caso pure un po’ guardone – non è seconda a nessuno).

Che cosa c’è di così scandaloso nel sedere della Parietti che sbuca tra gli alberi della collina Torinese, immortalato nel 1996 per L’Espresso? Scandalosa semmai è la foto che, per come è concepita, verrebbe sferzata a sangue se solo la presentassero anche nell’ultimo dei circoli fotografici.

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Che cosa c’è di così scandaloso in una tizia che mangia e beve con una tetta al vento? Una sola, perché così è più ammiccante …

Chi è un po’ stagionato come me sicuramente ricorderà lo scandalino della tettina (una prima sulla fiducia!) di Patsy Kensit, sfuggita maliziosa dalla rottura della spallina della sottovestina che indossava a Sanremo un milione di anni fa.

“Tutta invidia!”, direte voi, perché io che ho superato (di molto) gli anta, manco potrei sognare di osare una sottoveste senza reggiseno!
Vero.
L’odiosa legge di gravità fa il suo sporco lavoro!!!
(A proposito, con alcune amiche e colleghe giuriste avrei redatto una proposta abrogativa per manifesta violazione dell’art. 3 della nostra Carta Costituzionale: discriminazione per sesso, età, razza … direi che ce n’è abbastanza, no?).

Di Newton mi fa rabbia la mancanza di coraggio.
Quel pierineggiare pallido e assorto, sempre trattenuto però, di uno che vorrebbe dire, ma soprattutto fare, delle maialate da bordello, ma la morale glielo impedisce. La speculazione basata sul voyeurismo dell’osservatore che alla fine impone di ammantare tutto di “artistico“, per non sentirsi pornografico e poter così parlare (e fotografare!) di sessoossesso senza sentirsi troppo in peccato mor(t)ale.

Nella sua opera non vedo nessuna vera dissolutezza, nessuna morale profondamente corrotta ma così umana da diventare, quella sì, vera arte, grazie alla forza d’urto corrosiva del genio.
Penso, tanto per fare qualche nome, a Nan Goldin o a Alberto Garcìa Alìx (dolorosamente tremenda la sua fotografia “El Rey”), al loro coraggio, che non stento a definire immenso, nel mostrare e nel mostrarsi, dopo giorni e notti di assoluta depravazione, senza infiginmenti, senza belletti, senza quella untuosa patina di perbenismo e benpensantismo tipici del borghesismo (al MoMA hanno abolito gli “ismi” ma io li adoro e continuo a usarli!).

Non una delle donne di Newton può anche solo lontanamente essere paragonata a quella leggendaria cortigiana che fu Kiki de Montparnasse. Come si possono dimenticare le sue labbra perfette, rese immortali da Man Ray, mentre si stringono al sesso di Paul Elouard?

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Eh, mi direte voi a questo punto, ma Newton si occupava di pubblicità e di moda (ah! la moda! che cosa è poi? Magari ne parliamo un’altra volta), non faceva arte!
La sua era fotografia che doveva comunque servire a vendere, e per riuscirci doveva essere visibile e vista e non censurata e rinchiusa in oscure camere. Insomma non è che potesse fare proprio come gli pareva, altrimenti chi gli avrebbe mai commissionato il lavoro? Come a dire: scandalizzare sì, ma entro certi limiti, giusto per solleticare certi brividi, ma senza spingersi troppo oltre, un sado-maso-soft se vogliamo, così da incuriosire.

Ma, se “non faceva arte”, allora perché ci ostiniamo a chiamarlo “artista” o anche “ilgrandemaestrodell’erotismo“?

E allora eccoci al vero punto: non è questione di fare l’enfant terrible. Non è questione di fare o non fare arte.
E’, più prosaicamente, questione di attirare denari con una merce, il sesso appunto, che notoriamente da sempre “[i]tira[/i]”.

Basta parlar chiaro, no?
Alla fine, l’erotismo di Newton, così intriso di etico, vacilla. Non è altro che un sentimento spurio che tenta di surrogare il sentimento reale. E finisce con il tradursi inesorabilmente in ridicolo.

Davvero l’immaginario erotico del figlio di un fabbricante di bottoni tedesco non vale un grammo di quello di un aristocratico debosciato francese …

Di questa mostra ricorderò solo le scarpe e i piedi delle modelle.
Un vero supplizio.
Piedi gonfi, sgraziati, storti …
E scarpe brutte, grosse, sporche …

La nitidezza è un concetto borghese? Parte prima

Stanca di vedere le gocce di cioccolato della mia torta pere e cioccolato affondare miseramente (e depositarsi sulla base della tortiera), anziché rimanere intrappolate nell’impasto (come vuole l’immaginario erotico di ogni cuoca che si rispetti), “cerco su internet” un suggerimento facile e efficace.

Su internet” c’è sempre tutto!

Infatti non mi sbaglio.
Mi basta iniziare a digitare “come evitare che le gocc …” che, sotto ai miei occhi increduli, si compone da sé la stringa “come evitare che le gocce di cioccolato si depositino sul fondo della tortiera”.

Evidentemente il problema è serio e avvertito come tale da molti appartenenti al popolo di forni e fornelli.

Scelgo a caso (non proprio a caso veramente, perché alcuni siti sono più affidabili di altri) e clicco …

COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO NEI DOLCI?

Se ti stai chiedendo come fare, per non far cadere sul fondo della tua torta, tutti i pezzi di cioccolato, dopo la cottura in forno, sei nel posto giusto”.

Dai che ci siamo! Sto per scoprire finalmente questa alchimia da iniziati! La MIA torta pere e cioccolata sarà spaziale, deliziosa! E soprattutto con le gocce perfettamente posizionate là dove devono essere!
Nessuno più dovrà grattarle dal fondo della teglia (tra mille maledizioni, perché mi si rovina il teflon) …

Oggi, ti spiegherò il mio trucchetto per non far depositare sulla base le gocce di cioccolato in torte, ciambelle, muffin e plumcake.

Purtroppo, capita a molte questo fastidioso problema, ma bastano pochi e semplici passaggi per far rimanere, tutte le gocce di cioccolato nell’impasto.
In questo modo le vostre torte e ciambelloni avranno un aspetto omogeneo o scenografico.

Riuscire a non fare affondare le gocce di cioccolato nei dolci sarà possibile con un trucco semplice ma molto efficace. In questo modo i vostri dolci saranno sempre perfetti e molto golosi. Scopriamo insieme come fare”.

Fantastico! Ancora pochi passaggi e anch’io sarò depositaria di questo preziosissimo segreto!

TRUCCO PER NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO NEI DOLCI

 Ingredienti:

  • Gocce di cioccolato q.b.
  • Farina q.b.

 COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO

 il metodo è semplicissimo”.

Ora, dopo aver letto almeno venti righe di INUTILI blablabla ed essermi sentita chiedere per ben DIECI volte se quello che cerco è proprio il trucco per non far affondare le gocce di cioccolato nei dolci, comincio a spazientirmi (lo so che devo sorbirmi tutti i banner pubblicitari prima di arrivare al dunque, ma almeno si potrebbe inventare qualche idea migliore della ripetizione ossessiva di un concetto che definire banale è eufemistico).
L’ho capito che il metodo è semplicissimo. Me l’hai ripetuto milleduecento volte da quando ho aperto questa pagina …
Credi che sia scema? Che non sappia leggere? Che mi abbiano lobotomizzata a cinque anni?

 CERTO CHE E’ QUELLO CHE VOGLIO SAPERE!!!!!

Dimmi come “ca xxx o” devo fare perché ste stramaledette gocce di cioccolata NON AFFONDINO nella MIA stramaledetta torta pere e cioccolata!!!

Suadente il nostro scrittore fallito prosegue:

Innanzitutto, per non far affondare le gocce di cioccolato nei dolci” …

MA E’ UNO SCHERZO???? Soffri per caso di eiaculazione impossibile?

 DIMMI COME DEVO FAREEEEEEEEE!!!!!!!!!!!!!!!!!

E finalmente:

dovete andare a riporli in freezer per almeno mezzora prima di utilizzarli”.

Che cosa devo riporLI in freezer? Non stavamo parlando delle gocce di cioccolata (femminile, plurale?) dove hai fatto le elementari?

“Andate a mettete, quindi, prima di iniziare la lavorazione dei vari ingredienti le gocce di cioccolato in freezer o, per un tempo più prolungato, in frigorifero.
Quando il vostro impasto sarà pronto non dovrete fare altro che andare a riprendere le gocce di cioccolato, infarinarle leggermente e quindi andare ad aggiungerle ed amalgamarle al composto.
L’umidità che si è andata a creare sulla vostre gocce di cioccolato permetterà alla farina di andare ad aderire alla perfezione. Eliminate l’eccesso, se necessario utilizzando un colino

Spero che questo semplice trucchetto per capire COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO vi sia piaciuto e vi tornerà utile”.

ALLELUUUUUUUU – JAH!!!!

Al di là della grammatica quanto meno bizzarra (passaggi repentini dal tu al voi; accordi sostantivo aggettivo con spericolati cambi di genere – evidentemente anche in cucina la parità di genere va forte! Utilizzo scriteriato della consecutio temporum; frasi senza capo né coda, in cui soggetto e predicato verbale paiono non essersi mai frequentati prima …), sulla quale (ma solamente se mi dai un consiglio che funziona davvero) posso anche pensare di soprassedere.

Al di là del fatto che non capisco per quale assurda ragione quelli che ti istruiscono di cucina debbano sempre “andare a” (andare ad amalgamare, andare a riporre, andare a fare e magari anche andare a ca xxx are!).

Al di là delle mille parole che hai usato in modo paludato e straccione (Carofiglio ti amo!) …

MA NON POTEVI MOLTO SEMPLICEMENTE DIRMI:

se vuoi che le gocce di cioccolata rimangano perfettamente posizionate all’interno della TUA torta di pere e cioccolata e non affondino miseramente, appiccicandosi alla base della tortiera, ti sarà sufficiente, prima di aggiungerle all’impasto, infarinarle dopo averle messe un quarto d’ora in freezer”?

Quattro righe scarse ed eravamo felici in due: io perché non mi smarronavo a leggere un’ora di insulsaggini e tu perché non dovevi lambiccarti il cervello per stare appresso alla grammatica italiana, che si vede ad occhio nudo che non è esattamente la tua migliore amica.

Ogni volta che si ha poco da dire, ma ci si vuol dare un tono e far passare l’idea che quel poco sia di fondamentale importanza, si adotta un linguaggio ampolloso e ridondante (adoro la parola ridondante! Ti fa proprio sentire le campane in testa! La ripetizione del nulla che echeggia nel vuoto, sbattendo tra le tempie e la nuca, per poi rimbalzare sul parietale destro e di qui riprendere la sua corsa).

Si riempie lo spazio tra una parola e l’altra di infinite altre parole di cui si poteva benissimo fare a meno: domande retoriche reiterate a ogni piè sospinto, avverbi come se piovesse, nevicate di aggettivi … proprio come quando, alle scuole medie, la prof. di lettere diceva solenne che non avrebbe dato la sufficienza a nessun tema sotto le quattro pagine e tu avevi esaurito tutti i concetti in non più di due …

Comunque, adesso vado a  provare il trucchetto per vedere se funziona veramente.

Ecco. Ma … che cosa c’entra tutto questo con la fotografia?

Continua

Tratti di strada

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Tere Zanetti, Azzorre – 2019

Sto preparando il nuovo pezzo, al solito tra il serio e il faceto, di fotografia, ricette di cucina e altre sciocchezze, quando la mia e-mail trilla per avvertirmi che c’è posta per me.
E’ un messaggio di Borful (Fulvio Bortolozzo).

Li accolgo sempre con gioia, i messaggi di Fulvio, perché è un amico (memorabili le chiacchierate al bar delle formiche alla GAM), un maestro (preziosi i suoi seminari, immersioni sempre arricchenti nella fotografia) e mi regala riflessioni interessanti (anche quando non condivido).

E’ la notifica del nuovo articolo Noi siamo storie, uscito sul suo blog Camera Doppia        ( http://borful.blogspot.com/ ).

Interrompo le mie elucubrazioni, che possono serenamente aspettare, e vado a leggere.

E’ triste, Fulvio, mentre scrive di Marco Benna. Ne scrive con commozione e affetto e con un senso di perdita che raramente mi è capitato di osservare.

Io manco lo conoscevo Marco Benna.
Eppure era un fotografo di Torino.
Era uno stimato fotografo di Torino.

Così cerco capire di chi mi sta raccontando.

Vado al suo sito www.marcobennaphoto.it

che rimanda al suo profilo Medium: https://medium.com/@marcobenna

e poi al suo profilo Instagram: @marco_fluens …

Marco Benna insegnava fotografia allo IAAD di Torino e si era formato con i più grandi maestri italiani e stranieri. Il FESTIVAL DELLE ROCCHE, le SOSTE DI DANZA CONTEMPORANEA, i cortometraggi, le mostre, i libri …

Il progetto PHOM ( http://www.phom.it ).

La sua biografia è scritta rigorosamente in prima persona singolare. E all’indicativo presente. Si interessava di semiotica. Scriveva articoli e riflessioni su quello che erano per lui la fotografia e il fotografare. Sul significato di un gesto che compiamo, finanche troppo distrattamente, decine di volte al giorno, per prendere rapidamente appunti visivi.

Fotografava i luoghi del suo passaggio quotidiano. Volti e istanti. E lo faceva con uno sguardo limpido, senza troppi fronzoli (che, davvero, non ne servono), senza enfasi.
Il mare. La nostra città. I suoi figli. Notturni stradali. La libreria di casa. L’ospedale. Fabbriche e aree dismesse. Porta Palazzo, le stazioni di servizio. Le luci d’artista …

Tessere, mosaici, oggetti preziosi … Fotografie – prima parte

Quante volte ci è capitato di scandalizzarci, di sentirci quasi offesi, scoprendo che fotografie che ci appaiono francamente insulse, quando non del tutto inutili, sono invece considerate pietre miliari della storia della fotografia?

Quante volte abbiamo letteralmente sobbalzato sulla sedia sapendo che “una foto che saprei fare meglio io” è stata esposta, con grande consenso di critica e pubblico, in istituzioni museali internazionali di altissima fama e prestigio?

*****

E’ ARTE QUESTA?
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Bernd & Hilla BECHER, Fachwerkhäuser

E QUESTA? QUESTA, E’ ARTE?
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William EGGLESTONE, William EGGLESTONE’s Guide

O ANCORA QUESTA … E’ ARTE?
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Thomas RUFF, Andere Porträts

La domanda è capziosa, quasi una domanda retorica volta ad ottenere proprio una risposta negativa.

Volutamente fuorviante, equivale a chiedere

tessere-mosaico
QUESTE TESSERE DI MOSAICO, SONO ARTE?

Attenti bene che, se si trattasse di un’installazione di “arte contemporanea”, la risposta potrebbe essere proprio sì … Ma non lo sono (un’installazione di arte contemporanea, intendo), per fortuna.

I processi di significazione sono materia delicata.
Impongono di fermarsi davanti al fenomeno che si sta osservando con la consapevolezza che la presenza di chi lo osserva, inevitabilmente, lo altera.

Saussure liquida la faccenda in maniera piuttosto sbrigativa sostenendo che a ogni “significante” corrisponde un “significato”.

Dove per “significante” intende un “segno”, cioè un “qualcosa” di materialmente presente che “sta al posto di qualcos’altro”.

E per “significato” QUEL “qualcos’altro”.

La parola “sedia”, ad esempio, sta al posto dell’oggetto concreto su cui appoggio le mie terga quando sono stanca.
La parola “sedia” è quello che mi permette di chiedere un oggetto per appoggiare le mie terga e di vedermelo offrire dal mio interlocutore (ammesso che sia abbastanza cavaliere da farlo), senza che debba sempre averne una a portata di mano da indicare per far capire di che cosa ho bisogno.

Da questo punto di vista viviamo sostanzialmente in un mondo di metafore. Inquietante no?

E fin qui tutto bene (o almeno così parrebbe).

Le cose però si complicano se solo si pensa che ci sono significanti con più significati.
Basti pensare alla parola “affetto”.
Un sostantivo maschile singolare (primitivo, astratto … cara vecchia analisi grammaticale! Ecco a che servivi!!!) che esprime i miei sentimenti di devozione verso qualcuno.
Un participio passato che indica che mi sono beccato qualche malattia.
Un indicativo presente che può far pensare che abbia cambiato mestiere e mi sia messa a fare la salumiera.

E’ per questo che qualcuno ha cominciato a pensare che attribuire un significato a un significante non fosse una cosa così lineare.
Peirce, ad esempio.
Un giorno gli viene in mente di introdurre nella coppia perfetta un terzo incomodo.
“L’interpretante”.
Si badi bene che non è “l’interprete”, cioè colui che si accosta al fenomeno compiendo un atto semiotico, un atto, cioè, di attribuzione di senso.
L’interpretante è invece l’elemento chiave, la chiave di lettura che collega i due termini dell’operazione, tramite cui si attribuisce significato al significante.

Eh, ma … a sua volta, anche l’interpretante è un segno.

E quindi bisognerà attribuirgli un significato …

Avremo bisogno di un altro interpretante?
La risposta è sì.
E per attribuire significato a questo nuovo interpretante, come faremo?

La risposta è dentro di voi. E so già che è quella giusta.

La catena è infinita.

Proviamo per esempio ad attribuire significato alla parola libro.

Probabilmente ci serviremo di interpretanti quali “pagine”, “inchiostro”, “scrittura” …
Ma volendo andare più a fondo, anche a questi interpretanti dovremo attribuire significato.
E magicamente li trasformeremo in segni che spiegheremo attraverso altri interpretanti e così via.

Ecco perché la semiosi (o semiotica, il che è lo stesso, perché Eco, che ne è universalmente riconosciuto come il padre, nel Trattato ci autorizza a farlo) è un processo iterativo.
E tendente all’infinito.

Il “segno” è denotazione.
L’interpretante è connotazione.

Ma, sulla base di quello che abbiamo detto fin qui, ogni segno è contemporaneamente connotazione per quel che lo precede, denotazione per quello che lo segue.

Ma la catena si ferma?

Se intendiamo la semiosi come un processo lineare, sì.
Dovrebbe esistere da qualche parte un significante assoluto che contiene in se stesso il proprio significato.
Una sorta di “motore primo” dei significanti.
Peccato che nessuno lo abbia ancora trovato.

E se, invece, cominciassimo a pensare la semiosi come qualcosa di circolare?
Eco ha cominciato a pensare che il significato di un segno è attribuito dal “contorno”.
Ciò che precede si comprende con ciò che segue.
Ma anche viceversa.
E non solo.
Ciò che è più ristretto e ri-compreso in ciò che è più ampio.
Che a sua volta assume significato dalla somma di ciò che abbraccia.

Si comincia a capire dove voglio andare a parare?

In fotografia, a differenza che in pittura o in scultura, le arti che più le si avvicinano, non è l’oggetto a essere prezioso (o meglio, non sempre, perché se pensiamo a quanto costa produrre le immense stampe cromogeniche di Gursky ci viene un infarto. Per non parlare delle platinotipie di Sugimoto, in cui il supporto stesso è un oggetto preziosissimo).

Una stampa, purché realizzata con lo stesso identico metodo, vale l’altra.
Quello che conta, invece, è “l’idea” trasfusa nell’oggetto.
Ma quell’idea non può trarsi dalla singola fotografia.

E infatti i tre esempi con cui ho aperto questo sproloquio non sono fotografie a se stanti.
Sono, invece, parte di progetti di molto più ampio respiro.
Sono tessere di mosaico e assumono significato grazie alla tessera che le precede. Al contempo ne conferiscono a quella che le segue.

E solo guardando l’insieme si potrà apprezzarne il vero valore, esattamente come quando ci troviamo alla presenza della maestà del mosaico di Sant’Apollinare in Classe.

E attenzione!
Spostare una tessera CAMBIA inesorabilmente il significato del mosaico.
Si tratta di un’operazione forse ancora più capziosa della sua estrapolazione dal contesto.

E non possiamo fermarci qui, perché ognuno degli autori di quelle tre fotografie ha espressamente dichiarato che il suo lavoro affonda le proprie radici nel lavoro di altri, fotografi e pittori, scrittori e scultori, che li hanno preceduti e che hanno fatto a loro volta considerazioni tratte dall’opera di altri ancora … In un processo semiotico infinito.

Quindi bisogna andare a ritroso?
Sarebbe opportuno.
E come fare?

Guardando.
Che cosa?
I lavori per intero.
E quelli in cui questi affondano le proprie radici.

Lavori di grandi autori, significativi per chi è venuto dopo.
A loro volta frutto di considerazioni sul lavoro di chi è venuto prima.
Bibliografia:
1) Umberto Eco, Trattato di semiotica generale, Einaudi, Torino

2) Ferdinand de Saussure, Cours de linguistique générale, a cura di A. Sechehaye e C. Bally

3) The Peirce Seminar Papers: an Annual of Semiotic Analysis: 1994, a cura di Michael Shapiro

Magnum e la Montagna

Rientro adesso dalla mostra “Mountains by Magnum Photagraphers”, aperta al Forte di Bard appena quattro giorni fa e sino al 06/01/2020.

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Il gioiello valdostano, cui l’intelligente recupero ha regalato una nuova vita e una nuova vocazione, non si smentisce neanche questa volta e conferma l’altissimo livello delle sue proposte espositive.

E’ curioso vedere la montagna raccontata dai membri della più grande agenzia fotografica mondiale, abituati come siamo ad associare i loro nomi ai reportage di guerra, di denuncia sociale … E invece questa volta ci troviamo al cospetto di momenti di rara bellezza, segno che anche loro, qualche volta, si fermavano per godere un po’ di serenità.

Tre scatti di un Capa, finalmente lontano dai conflitti, ci svelano il suo lato divertito, sorridente.

McCurry è presente con una foto soltanto. L’ho osservata con attenzione e non ho trovato segni di timbro clone, segno che questa volta si è astenuto. O forse che ha trovato uno smanettone più capace del precedente …

Una vera e propria folgorazione il pannello di Werner Bischof, che dimostra quanto fosse avvezzo ai panorami alpini.

E ancora Susan Meiselas, Inge Morat, Martin Parr che non si smentisce mai e trova il lato grottesco anche tra le nevi.

Mi resta un dubbio… Esiste uno “standard Magnum” per quello che riguarda il modo in cui le stampe delle fotografie dei suoi membri devono apparire? La grana è sempre invariabilmente grossa, qualunque sia il fotografo. Come se tutte le foto fossero scattate con un rullino kodak trix 400 caricato su una Leica …

Sito ufficiale:

Mountains by Magnum Photographers

Informazioni:
Telefono: + 39 0125 833818
prenotazioni@fortedibard.it

Orario:
Feriali 10.00 | 18.00
Sabato, domenica e festivi 10.00 | 19.00
Lunedì chiuso
Aperture straordinarie:
aperta tutti i giorni (lunedì inclusi) dal 29 luglio al 15 settembre