Del mio andare fotografico

A Torino
da piccola andavo allo zoo
la barbarie era legalizzata
ci si potevan trovare
animali di tutte le specie
che certo non tutta la gente
avrebbe potuto
vedere altrimenti.
E stavano lì
mansueti a farsi guardare
a dare conferma tangibile
che quel che leggevo sui libri
non erano affatto fandonie.
Elefanti, giraffe
felini e serpenti
dagli occhi ammalianti
dai manti lucenti
leoni, pantere
ippopotami, tigri e pinguini
chimere da ogni paese
il condor andino
maestoso avvoltoio dal collo pelato
e scimmie col muso turchese
o il culo di porpora
oscene ai miei occhi
di bimba borghese.
Ma chi più di tutti
mi aveva colpita
era l'occhio cosciente
del gorilla ingabbiato
mi guardava e sapevo
che anche lui sapeva
di non essere libero
mi guardava e sentivo
che ero sbagliata
nel guardarlo a mia volta.
Per questo, io credo,
non riesco
a prendere in foto
la gente per strada
perché sempre mi sembra
che l'occhio cosciente
di quel che non posso
chiamare animale
mi guardi e mi chieda
perché io mi arroghi diritti
che ad altri non sono concessi.
Ma i miei occhi funzionan comunque
e vedono attorno
le cose dei giorni, inconsuete
o usuali, e la voglia di raccontarle
mi rode da dentro.
È così che da tempo
oramai queste immagini
le vomito in fretta
in parole di prosa
o poesia
che poi mi si sciolgono
al vento.

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