A Torino da piccola andavo allo zoo la barbarie era legalizzata ci si potevan trovare animali di tutte le specie che certo non tutta la gente avrebbe potuto vedere altrimenti. E stavano lì mansueti a farsi guardare a dare conferma tangibile che quel che leggevo sui libri non erano affatto fandonie. Elefanti, giraffe felini e serpenti dagli occhi ammalianti dai manti lucenti leoni, pantere ippopotami, tigri e pinguini chimere da ogni paese il condor andino maestoso avvoltoio dal collo pelato e scimmie col muso turchese o il culo di porpora oscene ai miei occhi di bimba borghese. Ma chi più di tutti mi aveva colpita era l'occhio cosciente del gorilla ingabbiato mi guardava e sapevo che anche lui sapeva di non essere libero mi guardava e sentivo che ero sbagliata nel guardarlo a mia volta. Per questo, io credo, non riesco a prendere in foto la gente per strada perché sempre mi sembra che l'occhio cosciente di quel che non posso chiamare animale mi guardi e mi chieda perché io mi arroghi diritti che ad altri non sono concessi. Ma i miei occhi funzionan comunque e vedono attorno le cose dei giorni, inconsuete o usuali, e la voglia di raccontarle mi rode da dentro. È così che da tempo oramai queste immagini le vomito in fretta in parole di prosa o poesia che poi mi si sciolgono al vento.