Da Aristotele a Niépce. E oltre.

Esiste un sottile filo rosso che unisce Aristotele a Nièpce?

L’immagine di una scena posta all’esterno di una scatola in cui è praticato un piccolo foro viene proiettata, grazie al passaggio della luce, capovolta e specchiata, all’interno della scatola stessa, sulla parete opposta al foro. Il fenomeno è quello ottico naturale della camera oscura ed è già noto nell’antica Grecia perché osservato all’interno delle caverne (e qui si potrebbe aprire una bella parentesi filosofica sul mito Platonico della caverna e tutto quel che ne è conseguito, ma magari ce lo risparmiamo).

Scrivevo, in un altro post, che l’uomo, nel suo tentativo di produrre immagini fatte a mano, ha sempre cercato la maggior attinenza possibile alla realtà. Per questa ragione si può sostenere che l’invenzione di un congegno come la macchina fotografica, capace di fissare definitivamente su un foglio l’immagine immateriale che si crea grazie alla camera oscura (o camera ottica) è stato un passo necessitato.

Aristotele (e prima di lui il filosofo Mo-Ti – o Mozi, nella Cina del V secolo prima di Cristo, e dopo di lui Euclide, nel suo trattato sull’ottica) conosce il fenomeno (ne fa cenno nei Problemata Physica) e, nel IV secolo avanti Cristo, concepisce una vera e propria camera oscura per osservare un’eclissi di sole. Il sistema viene utilizzato nei secoli a venire (sempre per lo stesso scopo di osservazione delle eclissi di sole) sia dagli Arabi (se ne è servito Alhazan Ibn Al-Haitham) sia, successivamente, in Europa (Guglielmo di St. Cloud grazie ad essa può osservare l’eclissi di sole del 05/06/1285).

Ma è Leonardo da Vinci che, comprese le enormi potenzialità del mezzo, nel Codice Atlantico del 1515, inventa un procedimento per disegnare edifici e paesaggi, dal vero e con estrema precisione: applica al foro una lente regolabile di modo che, sulla parete opposta, alla quale appende un foglio di carta, si proietti un’immagine fedele (anche se capovolta e con inversione di lato) del paesaggio esterno, che può quindi essere agevolmente copiata. L’idea di Leonardo viene poi ampiamente sfruttata dai pittori successivi (da Raffaello a Caravaggio, da Canaletto ai Fiamminghi) per realizzare ritratti e paesaggi.

Qualche anno dopo (nel 1550), Girolamo Cardano, fisico e filosofo, applica al foro stenopeico una lente convessa che consente di ottenere un’immagine più nitida di quella proiettata dal foro nudo: è l’antenato dei moderni obiettivi fotografici.

Nel Seicento, viene ideata una camera oscura portatile: una scatola con una lente da una parte ed uno schermo di vetro smerigliato dall’altra, che permette di riflettere l’immagine fuori dalla camera. Nel 1685 l’inventore tedesco Johan Zahn ha l’intuizione di inserire all’interno della camera oscura uno specchio a 45° rispetto alla lente dell’apertura che riflette l’immagine, finalmente raddrizzata, sul vetro smerigliato. È questo il principio su cui si basano le moderne macchine (quanto mi piace il termine “macchina”) fotografiche reflex.

Non restava che trovare il sistema per trasferire stabilmente su un supporto l’immagine che si formava grazie al fenomeno ottico.

E qui soccorre la chimica.

Parallelamente alle invenzioni tecnologiche derivanti dalle scoperte inerenti alle leggi fisiche dell’ottica, nell’ombra lavorano i chimici e, prima di loro, in gran segreto, gli alchimisti. Questi ultimi già nel Medioevo, alla ricerca della pietra filosofale, si divertono a cuocere insieme diverse sostanze. Non trovano la soluzione per trasformare in oro i vili metalli ma, del tutto per caso (ed è più che probabile che lo interpretino pure come un fallimento) scoprono che, riscaldando del comune sale da cucina (cloruro di sodio) con della polvere d’argento si ottiene un composto, il cloruro d’argento,  che, esposto alla luce, da bianco diventa nero.

Nel ‘500, a diverse latitudini, studiando il comportamento dei sali d’argento, si arriva a capire che tutti, se sottoposti a determinate condizioni, si scuriscono. Il gioco è divertente, ma nessuno riesce a trovarne un’applicazione pratica. Fino a che nel ‘700, mettendo insieme fisica e chimica, a qualcuno balena l’idea di ottenere immagini esponendo alla luce superfici cosparse di sali d’argento.

Nel 1727 il chimico tedesco Johan Heinrich Schulze utilizza per la prima volta la parola “fotografia”. Cosparsa di sali d’argento una lastra metallica, vi posa sopra degli oggetti ed espone il tutto alla luce che annerisce le parti non coperte, ottenendone così la silhouette in bianco. Il procedimento però non è duraturo: infatti non si riesce a fissarne gli effetti, sicché appena si espone alla luce la lastra impressionata, anche le parti rimaste bianche scuriscono e il disegno svanisce. Ancora nel 1802 Thomas Wedgwood, discendente della nota casata di ceramisti (chiedete alle nonne che sanno bene di che parlo) prova a cospargere di nitrato d’argento dei pellami e ottiene così delle immagini evanescenti che possono essere osservate ad una flebile luce per alcuni istanti. Non fa a tempo a completare i suoi studi in materia, perché a soli 37 passa a miglior vita.

Nel 1814 Nicéphore Niépce cerca un metodo per semplificare l’incisione su metallo. Come spesso accade, cercando una cosa se ne trova un’altra.

E così, un bel giorno, nella sua casa di campagna a Chalon-sur-Saône, non avendo niente di meglio da fare, cosparge con bitume di Giudea (volgarmente detto asfalto, ma vuoi mettere l’effetto?) una lastra di rame argentato e la sistema sul fondo di una camera oscura posta di fronte a un dipinto. Espone poi il tutto al sole. Dopo “appena” 14 ore, l’azione della luce riflessa dalle parti più chiare del dipinto ha cotto il bitume, facendolo diventare bianco e solido, lasciando “crudo” (e nero e molle) il restante bitume che facilmente può così sciogliere in un bagno di olio essenziale di lavanda (che non intacca però il bitume solidificato dall’azione della luce). Ha ottenuto il primo negativo della storia. Per preparare la lastra per la stampa, una volta liberata dal bitume crudo, la cosparge con dell’acido che ne scava, corrodendole, le parti non ricoperte dal bitume indurito. Alla fine lava via il tutto (acido e bitume indurito) e ottiene, ancora una volta in negativo, il disegno pronto per essere mandato in tipografia, cosparso di inchiostro e stampato su carta.

Se a Niépce occorrono 14 ore per impressionare la lastra, Daguerre, grazie a una botta di c … grande fortuna, scopre, perché si dimentica in un armadio in cui è conservato del mercurio – non chiediamoci che cosa diamine ci facesse Daguerre con del mercurio nell’armadio! – delle lastre ricoperte di Sali d’argento che, una volta esposte rimangono impressionate in circa quindici minuti.

Il progresso, si sa, corre e, in quegli stessi anni, Fox Talbot, dal Regno Unito, con lastre ricoperte di collodio umido, porta ad appena due secondi il tempo necessario a impressionarle.

Migliorata la tecnica di impressione, ci si mette all’opera per la produzione di obiettivi che consentano una buona qualità dell’immagine. Nomi arcinoti di lenti per la fotografia, da Zeiss a Voigtländer, passando per Leica (tanto per citarne alcuni), risalgono alla seconda metà dell’Ottocento!

Con l’invenzione della “lastra asciutta” (in cui il collodio umido è sostituito dalla gelatina d’argento) nasce la fotografia moderna.

Nel 1888 la Kodak produce la n. 1: la prima fotocamera portatile con 100 pose pre – caricate.

kodakn1

Costa $ 25 (non esattamente economica) e viene pubblicizzata con il mitico slogan “You press the button. We do the rest”.

Ma una volta ottenuta una restituzione fedele del reale, ci si è trovati di fronte a qualcosa cui probabilmente non si era pronti: sotto questo specifico profilo, nessuna immagine fatta a mano avrebbe mai potuto competere con il prodigio e la perfezione dell’immagine fatta a macchina.

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