26/4. 25 Aprile, un giorno dopo.

Ripensandoci (ripensando a quello che scrivevo ieri), una parola c’è. Ed è “antitotalitarista”.

È l’omologazione del pensiero, imposta a suon di purghe e torture e olio di ricino e prigione e assassinio, quella che va combattuta con decisione. Un appiattimento della coscienza in forza del quale chiunque si sente in dovere (si badi bene, non “in diritto”, ma proprio “in dovere”) di perpetrare sui suoi simili qualsiasi mostruosità in nome del “tutti devono fare così perché l’ha detto il capo”.

A qualunque colore appartenga, il totalitarismo (e coloro che lo appoggiano) è una sciagura.

Ecco, io sono antitotalitarista.

Paola Gassman

È morta Paola Gassman. Aveva 78 anni e una lunga carriera teatrale. Un’attrice attenta e precisa che sapeva fondersi con i personaggi che interpretava, trasfondendo sé stessa nelle loro vite (e forse, anche, portandoli nella sua).

Ma il teatro oggi non ha più la forza che aveva in passato e senza cinema o ospitate televisive si diventa invisibili.

Così, per farci capire bene di chi si sta parlando, oggi i giornali titolano: “è morta Paola Gassman, figlia di Vittorio, sorella di Alessandro, compagna di Ugo Pagliai”. Come se la sua carriera immensa non bastasse e per individuarla fosse necessario un accreditamento per il tramite degli uomini che hanno fatto parte sua vita, tutti ben più noti di lei.

12/06/2023

È morto Berlusconi.
Non riesco a dolermene.
La notizia mi raggiunge sul lavoro.
Al primo attimo di pausa, tutti la ribattiamo ad amici e conoscenti, con un messaggio WhatsApp, o di qualche altra app di messaggeria, in stile molto moderno, poche righe per quanto mi riguarda, un laconico “è morto Berlusconi”. E via la condivisione con un pulsante solo.
E mi balena in mente che fu proprio lui tra primi a capire l’importanza del l’interconnessione.
Non riesco a dolermene.
Il mio boss, che è un uomo intelligente, dice che un po’ gli dispiace.
A me no, nemmeno umanamente.
Lo so che sono cinica.
Una vecchia megera.
Lo so che ho le mie fisime.
Ma io proprio non riesco a vedere nessun motivo di tristezza nella morte di un uomo che ha dato una spallata definitiva al già molto vacillante senso delle istituzioni di questo mio paese strano.
Non riesco a dispiacermi della morte di uno che mostrava per le donne il medesimo rispetto che aveva per gli oggetti esposti sugli scaffali di vendita della Standa.
Non riesco a vedere nessuna buona ragione per rimpiangere uno che ha piegato la politica, e la legge, al suo volere, ovunque e comunque abbia potuto.
Sono solo io a ricordare Craxi tornato velocemente dalla Cina per promulgare un decreto legge (una norma dello Stato intesa a disciplinare una materia in casi di necessità ed urgenza!) e così riaprire le reti televisive che qualche pretore senza cuore gli aveva chiuso, così privando tutte le casalinghe di Voghera e dintorni della telenovela che le faceva piangere, insieme alle cipolle tagliate per il sugo all’ora di pranzo?
Uno che poi, quando è stato il momento di correre in soccorso di chi lo aveva aiutato, protetto, sostenuto… Si è smarcato come si scansano le merde sui marciapiedi.
E mi rincresce che lo magnifichi la donna che oggi ci governa, prima nella storia di questo mio strano paese, che da lui era stata definita “la zoccola”. Anche se dopo tutto fu smentito e ci fecero credere che le nostre orecchie non funzionassero bene.
Siamo un paese di pesci rossi. Sentimentali senza memoria.
Un paese di sudditi ignoranti, che mai ci hanno cresciuti come cittadini.
Ed è ovvio che sia così, se non conosci le regole del gioco e non sai quali sono i tuoi diritti, come fai a pretenderne il rispetto?
È morto Berlusconi. Uno che ci ha nutriti a balle e telenovelas. Ed è stato così bravo che abbiamo creduto a entrambe.
I milioni di posti di lavoro, il nuovo miracolo italiano, e figa per tutti, sino ancora all’ultimo minuto.
È morto Berlusconi, quello dei festini per Gheddafi, Putin, Erdogan…
Uno a cui è stato revocato, per disonore, il titolo di Cavaliere, ma che ha continuato a freg(i)arsene.
Potrei proseguire. Mi fermo qui.
Lo so che, in questo mio paese strano, diventiamo tutti santi, una volta sotto terra. Ma io sono la peppia che scrive.
È morto un uomo che mi ha fatto vergognare di essere Italiana.
E non riesco a dolermene.

Milan Kundera, Borges e Pierre Menard

Rileggendo (proprio in questi giorni di guerra russa all’Ucraina) L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera mi sono ritrovata a sentire la necessità di condividerne alcune brani sulle pagine di questo blog per l’evidente contiguità della vicenda narrata nel romanzo con quanto sta attualmente accadendo nel mondo.

Là l’invasione raccontata è quella, nel 1968, della Cecoslovacchia, sempre ad opera dei Russi, in cui gli Ucraini, come è stato per molti decenni, erano il braccio armato della Russia (curiose le capriole della storia da cui non riusciamo proprio a imparare nulla). Oggi a essere invasi sono gli Ucraini ma le riflessioni che Kundera faceva allora, mi pare, sono ancora attuali, in qualche modo sovrapponibili agli eventi che stiamo vivendo in queste ore.

Di ragionamento in ragionamento, di analogia in analogia, sono approdata al solito Borges che da quasi un anno mi fa compagnia, infestando i miei pensieri e i miei sogni e costringendomi a salti mortali intellettuali che mai avrei sospettato possibili.

In uno dei suoi racconti Borges parla di uno scrittore, Pierre Menard, tanto assurdo quanto geniale da aver deciso di riscrivere il Don Quijote di Cervantes.

Vista l’immensità dell’opera, Menard pensa di limitarsi, almeno per il momento, a tre soli capitoli il IX, il XXXVIII e un frammento del XXII.

Non intende scrivere “un altro Don Quijote”, vuole scrivere esattamente il Don Quijote di Cervantes. Peraltro non vuole limitarsi a ricopiarlo pedissequamente.

Per accingersi all’opera, studia la lingua adottata nel Seicento, approfondisce lo stile di Cervantes, si documenta sui costumi dell’epoca e altre finezze

Quando finalmente si sente pronto inizia a scrivere e approda al risultato tanto atteso.

I capitoli sono lì, perfetti.

Quel che accade però è sorprendente.

Chi legge il Quijote di Menard ha con sé il bagaglio di conoscenze costituito da tutta la propria vita pregressa, fatto di accadimenti, studi (storia, filosofia, letteratura), riflessioni personali (sul senso delle cose, sulla vita, sul passato antico e recente, sull’attualità), incontri, tra cui quello con l’intera vita di Cervantes (comprendente cioè anche quella da lui vissuta successivamente alla stesura del Don Quijote e che Cervantes stesso non poteva immaginare) così come quello con la vita di Menard …

Questa mole di sapere, dal momento che è inevitabile una lettura che ne prescinda, è in grado di trasformare le parole di Cervantes (e quelle successive, anche se identiche, di Menard) e di renderle altro da se stesse, conferendo loro innumerevoli diversi significati a seconda delle relazioni che il lettore saprà individuare, relazioni che saranno necessariamente diverse per ciascun lettore.

È questa l’operazione che ciascuno di noi fa nel momento in cui decide di citare le parole di un altro: le fa proprie, le carica dei propri significati che vanno a sommarsi a quelli impressi dallo scrittore originario e a quelli che, inevitabilmente, vi troverà il lettore cui saranno consegnate, in una sorta di staffetta che, a seconda della bontà dello scritto, può protrarsi per secoli, o millenni.