Kabul

I fiori fioccavano a frotte
dalle frasche del vecchio ciliegio
la luce filtrava negli occhi
attraverso le palpebre chiuse.
Mio padre mi insegnava a sparare
a barattoli in fila
su un muro tra cocci di vetro
nel sole d'estate
mentre il suono dei miei pomeriggi
si faceva ossessione stordita.
Con gli occhi socchiusi ascoltavo
fischiare pallottole
e chioccare di latta e cicale cantare
nel silenzio floccato dei fiori
diventati ormai frutti
maturi di rosso brillante
come gocce di sangue
sulla neve al mattino
in montagna.
Il libro frusciava nel vento
aperto sulle ginocchia.
Ora vivo una quinta stagione
senza sole
né pioggia
né brezza
immobile
il corpo ammantato
da scampoli azzurri
che pesano come macigni
e finestre murate
o serrate da grate.
Torino, 2 marzo 2025

23 febbraio 2025

La notte scorsa
mi ha ridestata
un sogno assurdo
o meglio
mostruoso
di immagini folli
che uscivano a flutti
da schermi lucenti
in tutto il mondo
di motoseghe
che come regali
a feste di bimbi
venivan donate
dai presidenti delle nazioni
a un uomo di plastica
in occhiali da sole.
Qualcuno che urlava
DIO M'HA SALVATO!
PER FARE IL PAESE
GRANDE DI NUOVO!
Un bimbo arrabbiato
in spalle a suo padre
odiava ancor prima
di aver mai amato.
E sulla tastiera
del mio cellulare
non ritrovavo
le mie parole
ce n'erano altre
sconclusionate
imposte
da un ente
che solo fingeva
di saper pensare.
E giunta a quel punto
prendevo la penna
sul foglio bianco
iniziavo a vergare
l'elenco più lungo
che potevo inventare
di parole obsolete
antiche, preziose!
E giunta al termine
del mio lavoro
scattavo una foto
e la diffondevo
tra amici reali
ed altri virtuali
che ne facevano
strisce stampate
stelle filanti
che poi soffiavano
sul carnevale.