23 febbraio 2025

La notte scorsa
mi ha ridestata
un sogno assurdo
o meglio
mostruoso
di immagini folli
che uscivano a flutti
da schermi lucenti
in tutto il mondo
di motoseghe
che come regali
a feste di bimbi
venivan donate
dai presidenti delle nazioni
a un uomo di plastica
in occhiali da sole.
Qualcuno che urlava
DIO M'HA SALVATO!
PER FARE IL PAESE
GRANDE DI NUOVO!
Un bimbo arrabbiato
in spalle a suo padre
odiava ancor prima
di aver mai amato.
E sulla tastiera
del mio cellulare
non ritrovavo
le mie parole
ce n'erano altre
sconclusionate
imposte
da un ente
che solo fingeva
di saper pensare.
E giunta a quel punto
prendevo la penna
sul foglio bianco
iniziavo a vergare
l'elenco più lungo
che potevo inventare
di parole obsolete
antiche, preziose!
E giunta al termine
del mio lavoro
scattavo una foto
e la diffondevo
tra amici reali
ed altri virtuali
che ne facevano
strisce stampate
stelle filanti
che poi soffiavano
sul carnevale.

Le mie tre sorelle. In Iran con Čechov.

Mai prima di oggi mi era capitato di assistere a un tributo agli attori di oltre cinque minuti ininterrotti di applausi.

Rientro adesso dal @tpe_teatroastra di Torino e se dovessi descrivere il mio stato d’animo, probabilmente evocherei il Capriccio n. 24 in La minore di Paganini.

Ma… riavvolgiamo il nastro.
Lunedì sera ricevo un messaggio da Benedetta (l’amica che ho visto illuminarsi di luce mistica in un’alba di Gerusalemme inondata dal canto del muezzin, poco prima di partire per Ramallah).
“Ciao sorella. Proposta indecente: Teatro, mercoledì 19 alle h. 19. Si può rifiutare, mi rendo conto: in farsi… sopratitolato in italiano… Una roba non tanto light…”.
Mai io già so di che cosa si tratta: @ashkan Katibi (il drammaturgo e regista) e le sue attrici, rendendo omaggio alle Tre sorelle di Anton Cechov, ci raccontano come si vive, da donne, in Iran.
Chi mi conosce sa quanto mi stia a cuore la questione iraniana, e infatti già avevo in animo di andarci.
La mia risposta è un immediato sì, senza condizioni.

Stasera il teatro era pieno, lo spettacolo asciutto, tenero, duro, ironico, schietto.
Vero.
Così vero che l’attrice @sadafbaghbani che interpreta la protagonista È la protagonista e RIVIVE, ogni volta che la porta sul palcoscenico, la sua stessa storia di combattente per la libertà in Iran. La storia di una giovane donna che porta ancora nel corpo 150 proiettili (che non è stato possibile estrarre).

Alle spalle degli attori, a ritmo di rap, scorrono i video della repressione violenta delle manifestazioni durante le quali Sadaf è stata ferita.

Non riesco più a trattenere le lacrime.
Mi guardo intorno e sono molti in sala quelli che piangono con me.

Cinque minuti ininterrotti di applausi sono una cosa difficile da descrivere.

Unfitting fragments

Il 27 maggio 2014 ho ricevuto in dono per i miei 45 anni un iPhone.

Un prodigio della tecnologia, per me che arrivavo da un Motorola che, sebbene fosse di buona qualità, era pur sempre di vecchia concezione.

Con questo nuovo aggeggio tra le mani potevo fare qualcosa che per la prima volta davvero si avvicinava alla fotografia tradizionale (quella digitale fatta con la macchina fotografica).

Lo so che i puristi storceranno i loro augusti nasi, ma io non sono mai stata una talebana e so bene che, agli inizi del ‘900, la neonata Leica (la LEICA!!! quel monumento della storia della fotografia!) era stata liquidata dagli addetti ai lavori del tempo (vecchi barbogi ammuffiti che concepivano unicamente la fotografia fuoriuscita dal banco ottico) una “scatola di sardine” buona, al massimo, per immortalare qualche festicciola in famiglia.

Felice come un gatto con il gomitolo di lana, sono scesa in strada per “provare a fare qualche scatto”. La prima cosa che fotografai furono delle carte da gioco sparpagliate sul selciato vicino a un marciapiede. Frammenti anodini che avevano attirato la mia attenzione per il semplice fatto che non avrebbero dovuto trovarsi lì.

Ho preso così l’abitudine di registrare queste piccole stranezze ogni volta che mi imbattevo in una di loro.

Non so dire in quale momento poi ho iniziato a guardare con intenzione lungo i miei cammini, cercandole.

La serie è ancora aperta. Oggetti abbandonati, perduti, collocati da chissà chi e chissà perché dove non ci si aspetterebbe mai di vederli (un paio di mutande in un cimitero argentino, zeppe in puro stile hippy anni ’70 in un prato, una scopa di saggina in mezzo al bosco…). Unfitting fragments.

Linea 16

A Torino, all’8bis di Via Valperga, c’è un ristorante che non ti aspetti.

Perché è un piccolo posto, perché è pure un po’ nascosto, perché quasi è da carbonari, così fuori come si trova dal tradizionale itinerario (il centro, il Quadrilatero, Vanchiglia o San Salvario) del tempo libero e del dopolavoro torinesi.

Si chiama Linea16, come il tram che passa giusto là, ed è un locale intimo e semplice di quella semplicità fatta di distillazione che, per me, è la quintessenza dell’eleganza.

È un ristorante in cui i sapori giocano la danza degli ossimori, e in un’alcova croccante di rosmarino si consumano gli amplessi tra la dolcezza delle carote in puré e l’aroma deciso e secco della polvere di caffè. Le cappesante si crogiolano nel tepore di una zuppa di cannellini avvolgente e vellutata e le foglie di verza dei capunet, tratti dalla tradizione contadina piemontese, avvolgono amorevolmente lo stracotto di cinghiale con coccole bizzarre di cioccolato e chiodi di garofano.

E tutto questo trionfo di amorosi sensi culmina in un dolce tipico torinese, che è la panna cotta, delicata e soave e il cuoco la declina alle erbe aromatiche e accostandola alla crema di castagne e a una pioggia di nocciole di quella varietà tonda gentile che per noi è orgoglio nazionale.

In questo ristorante sono così ben immersi nella torinesità che ti coccolano davvero e stanno attenti che il cestino del pane e dei grissini non si svuoti e ti accolgono con un goloso benvenuto e in più, tra gli antipasti e la portata principale, fanno entrare in scena un intermezzo che, nel mio caso, si è concretizzato in crema di verza viola con fiocchetti di robiola e croccante di pane aromatizzato.

Di più c’è che ho annaffiato la mia cena con un Nebbiolo delle Langhe estratto dal cilindro magico di una carta dei vini decisamente all’altezza della situazione.