I miei vent'anni
arrabbiati.
E la voglia di
libertà.
I miei trent'anni
addomesticati.
E la voglia di
libertà.
I miei quarant'anni
dubbiosi.
E la voglia di
libertà.
Poi l'esplosione
ribelle
dei miei cinquanta.
La voglia di andare.
Il vento che soffia
la libertà
(ri)conquistata.
E camminare
senza voltarmi indietro
perché da quando ho cominciato
ad andare
ho perso la strada.
Del ritorno.
Ti risveglio
ogni mattino
regalandoti il sole
e un buongiorno festoso
E alla notte ti accolgo
tra le braccia,
sul giardino del mio petto
che pigramente inanelli
con le tue dita sottili
E così ti addormenti
mentre mi sorridi...
E parlare, parlare, parlare
con te...
Sino a sentirci sfiniti,
svuotati,
felici di aver detto
tutto
e sapere però
di avere ancora
tutto da dirci.
... mi avevi promesso
che saresti rimasta,
qualunque cosa
ci fosse successa,
a camminare con me
e non mi avresti lasciato
e mi avresti tenuto la mano
anche se amarmi
non ti fosse più stato
possibile...
Quando ti ho conosciuta,
quasi mi vergognavo
che tu avessi notato
questi peli sul petto,
che non posso nascondere.
E ancora non sapevi del resto.
La foresta selvaggia
che sfugge a ogni regola e
ricopre il mio corpo di orso,
o di lupo,
in maniera bizzarra.
E quando, in quel giorno
di cielo di latte
e di luce d'inverno,
la prima volta, ti ho amata,
per un istante ho temuto
che non ti sarei piaciuto,
non appena avessi visto
tu che sei bianca
e leggera,
e hai la pelle di nuvole
e latte.
E invece tu sorridevi,
mentre mi guardavi.
E in quel momento sapevo
che prima di te nessuno
mi aveva mai visto
davvero.
E sorridevi ancora
e affondavi nel folto
le tue dita sottili.
E mi respiravi.
Le tue mani
mi percorrevano
imparavano a memoria
tutta la mia geografia.
E ora mi parli di me
del mio odore, che ami
alla stessa maniera in cui ami
tutto quello che io
definivo difetto
o mancanza
e per te, invece, è solo
ciò che mi caratterizza.
