BUONGIORNO!

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Caroussel, Eugène Atget, 1920 circa

 

Nell’Ottocento, quando si posava la prima pietra di importanti manufatti pubblici cittadini, era consuetudine inserire nelle fondamenta alcuni oggetti dell’epoca, a futura memoria. Anche se c’era la quasi certezza che, annegati nella pietra e nel cemento, probabilmente non sarebbero mai più saltati fuori. Così si dice che sotto l’obelisco di piazza Savoia qualcuno abbia chiuso in una cassetta alcuni giornali, una copia delle leggi Siccardi, alcune monete, un sacchetto con semi di riso, un pacco di grissini e una bottiglia di Barbera, e che nei piloni del ponte napoleonico di piazza Vittorio siano stati sotterrati denari francesi coniati appositamente per l’occasione. Invece in quelli del ponte Isabella, secondo la leggenda, ci sarebbero dei dobloni. E, come se non bastasse, su una spalletta del viadotto sarebbe stata fissata una misteriosa piastrella di argilla cotta che nessuno ha mai più ritrovato…

Maurizio Ternavasio, 50 motivi per amare Torino

 

BUONGIORNO!

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Eugène Atget

 

Le città sottili. 4.

La città di Sofronia si compone di due mezze città.

In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra mezza città.

Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario d’ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.

Italo Calvino, Le città invisibili