AL CINEMA! I segreti di Wind River

I segreti di Wind River, Taylor Sheridan, 2017

 

I visi pallidi, ai Nativi Americani, hanno tolto tutto, relegandoli nelle riserve, tranne il silenzio e la neve.

Corey è un cacciatore di professione. Ha un figlio di otto anni. Una ex moglie nativa americana. Dee suoceri che lo amano come un figlio. E una figlia morta in circostanze misteriose.

Cacciando un puma (ma sono tre), che fa strage di vitelli nella riserva indiana dove vivono i suoi suoceri, si imbatte nel cadavere della figlia del suo più caro amico.

La ragazza ha i piedi congelati e giace nella pozza del sangue che ha perso dal naso e dalla bocca. Succede quando a meno trenta, in mezzo a una bufera di neve, corri per chilometri: l’aria gelida di ghiaccia gli alveoli polmonari, che si spaccano e sanguinano. E anneghi.

A risolvere il caso viene mandata una giovane e inesperta agente federale che, a poco a poco, impara a conoscere una realtà, quella della frontiera desolata, che non solo è nascosta, ma della quale capisce piuttosto in fretta che non interessa a nessuno.

E davanti a una porta chiusa, nel nulla assoluto, capisce tutta la tragica storia che l’ha condotta sino a lì.

La neve e il silenzio delle montagne del Wyoming vengono per un attimo turbati da una violenta sparatoria, al termine della quale riprenderanno a regnare sovrani. Come se nulla fosse mai accaduto.

Se un appunto si può fare al film di Sheridan (che chiude dopo Sicario e Hell or high Water la trilogia che il regista e sceneggiatore dedica al tema della moderna frontiera americana) è quello di essere, a tratti, un po’ troppo enfatico, almeno agli occhi di un’Europea di mezza età quale io sono. O forse è il trovarsi di fronte alla forza degli elementi a rendere enfatici.

Un buon film, in ogni caso.