Gli eventi di queste ultime ore, in prossimità dell’anniversario di dolore e rabbia del 7 ottobre, mi hanno aperto gli occhi.
Sentire le parole che il beniamino solo di nome ha rivolto al grande popolo persiano (così lo chiama lui) mi ha fatto venire i brividi.
L’esortazione alla ribellione, la promessa nemmeno troppo velata di un sostegno, la situazione interna di un gigante i cui governanti da troppo tempo ormai non sono più in sintonia con i governati, una dittatura feroce di vecchie cornacchie che uccidono le donne e gli adolescenti (la vita e il fututro) solo perché chiedono essere liberi di cantare, di vestirsi come desiderano… Tutto questo costituisce una miscela esplosiva.
Una decina di anni fa avevo incontrato a Gerico un vecchio sacerdote, arabo e cattolico (un reietto tra i reietti si era definito sorridendo, quando si era presentato) con semplici parole aveva spiegato che Abramo arrivava da Ur dei Caldei, che Ismaele e Isacco erano i suoi figli, che la frattura nasce in Abramo e che solo in Abramo si può risaldare.

la rsposta è già tra le considerazioni scritte
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Già
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si, Abramo come mezzo verso l’altro da sé, non come strumento di dominio.
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Abramo come leva insurrezionale
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