SENZA PRETESE di Anna Marogna

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Anna Marogna, Senza pretese, 2015

Riflettevo sul significato dell’amicizia in questi tempi moderni.

Su come, in particolare, ci si possa sentire così tanto in sintonia con persone mai viste e come, poi, il vederle “dal vivo” possa sembrare solo un tassello, in un puzzle ben più complesso e articolato, fatto di migliaia di tessere, in cui la conoscenza reciproca, la stima, l’affetto arrivano ben prima e a poco a poco.

Nel mio caso specifico è accaduto frequentando due comunità fotografiche: http://www.photo4u.it e http://www.maxartis.com. Guardando le fotografie degli altri utenti e commentandole; sottoponendo i miei scatti al loro sguardo e leggendo le loro riflessioni; sovente sorprendendomi di come le mie immagini possano parlare a una persona in un modo e in uno tutto diverso a un’altra …

E di come questi modi possano essere profondamente diversi dal mio.

In queste due community ho visto arrivare molti utenti; molti altri andarsene, qualcuno anche sbattendo la porta. Ho visto anche ritornare qualcuno.

Sono nati figli, nipoti; sono cresciuti bambine e bambini che scatto dopo scatto si sono trasformati in splendidi ragazze e ragazzi …

Qualcuno (penso a un fotografo di razza, come Enzo Casillo o a un mattacchione come Francesco-Tropico, di cui non ho conosciuto il cognome, persone che non ricorderò mai con sufficiente gratitudine per la generosità, per l’allegria, la generosità, davvero sconfinata, il punto di vista sempre alternativo), se ne è andato per sempre.

Tutto proprio come accade in una famiglia.

E proprio come accade in famiglia, ci si vuole più o meno bene tutti, certo.

Ma con quel cugino particolarmente bizzarro o con la vecchia zia, perfida sì, però tremendamente simpatica; con qualche sorella o fratello, ci si trova proprio sulla stessa identica lunghezza d’onda.

E magari passano mesi senza sentirsi ma, appena ci si rivede, si riprende la conversazione esattamente da dove era rimasta la volta precedente.

Un’affettuosa lontananza … Come se il tempo in mezzo nemmeno ci fosse stato.

Una è Anna.

Sarà che come me è un po’ Sarda e un po’ Furlana.
Sarà che è sensibile, sempre pronta ad ascoltare il punto di vista degli altri.
Sarà che però difende a spada tratta le idee in cui crede.
Sarà che solo lei ha saputo fotografare Haitian Fight Song di Mingus …
Sarà tutto questo e sicuramente ancora altro …

È inverno, ormai …

Dalla mia finestra oggi vedo un cielo limpido, nella luce della sera. Non fa nemmeno freddo, il che è inconsueto per questa mia città, severa e timidamente bella.

La stagione fredda è solo un incidente di percorso, ed è solo un ricordo il profumo caldo delle castagne arrostite, vendute in quei cartocci di giornale da cui le sfili a una a una, rimpallandole da una mano all’altra, perché scottano …

E devo dire che provo un po’ di nostalgia per quegli anni nebbiosi, in cui è bello andar per le Langhe ad ammirare le colline che si snodano a perdita d’occhio in onde sinuose; le viti in interminabili filari, ormai a riposo, magari coperti di neve …

La Morra, Cherasco, Alba o Santa Vittoria, Treiso, Monforte o Verduno … In un itinerario che è anche, almeno per me lo è, una strada del cuore, su cui ritrovo la me stessa bambina e un po’ (tanto) monella, coi codini alti sopra le orecchie, la “esse” un po’ sibilata (quanto sforzo per correggere un difetto di pronuncia che detestavo …), che chiacchierava a ruota libera e chiedeva il perché di ogni cosa a genitori pazienti che rispondevano sempre, già sapendo che ogni risposta avrebbe generato un nuovo “perché?”.

Quegli inverni in cui, poi, tutti belli intirizziti, ci si infila in qualche vecchia “piola piemontese”, per assaggiare le acciughe al verde, i tomini elettrici, un bollito misto fumante nel suo brodo o gli “agnolotti del plin”, o ancora i tajarin col sugo d’arrosto; il fritto misto piemontese (non tutti lo sanno, ma è un antipasto!), i peperoni arrostiti con la bagna caoda (si pronuncia “cauda” e non ci vuole il latte, tantomeno la panna), e se capita un uovo al tegamino con una bella nevicata di scaglie di tartufo d’Alba …

Il tutto annaffiato con un Nebbiolo sincero, o se proprio vogliamo esagerare con un buon Barbaresco, ché il Barolo è buono, buonissimo, si sa, ma lo vogliono tutti quelli che capitano da queste parti … perché forse non ne conoscono altri.

Ecco di che cosa mi parla Anna con questa sua fotografia “senza pretese”.

Di una domenica serena, in cui far cose semplici, affettuose quasi, con le persone cui si vuol bene, per il puro piacere di gustarle insieme.

E chi se ne importa se la trattoria è un po’ spoglia, con strani quadri alle pareti e le crepe sul muro!
Chi bada alle piccole cose di pessimo gusto che sono sparse un po’ ovunque nella sala?
L’azzurro gozzaniano delle stoviglie e delle pareti …

Quel che conta è la compagnia piacevole.
Il cibo buono.
Le tovaglie di fiandra bianca che profumano di pulito.

E fuori è freddo …
Ma è una bella giornata di festa all’ora di pranzo.
Il rientro al lavoro è ancora lontano

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