Buongiorno!

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Fabiana Melis – Nicola Marongiu. 2019

 

Uno scrittore è come Dio. Stai lì a pensare ai tuoi personaggi, a cercare qualcosa di interessante (se non proprio sensazionale) che gli possa capitare … E poi ti rendi conto che delle loro vite puoi fare quello che vuoi.

Allora ti dai una calmata, ti viene una specie di remora. Ti senti responsabile.

E a un certo punto capisci che sono loro a vivere e tu semplicemente li osservi. E descrivi quello che fanno.

Forse è così anche per noi, per le nostre “vite reali”, intendo.

Forse siamo in un libro!

Conversazioni con Anna, Teresa Zanetti, 2019

 

SENZA PRETESE di Anna Marogna

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Anna Marogna, Senza pretese, 2015

Riflettevo sul significato dell’amicizia in questi tempi moderni.

Su come, in particolare, ci si possa sentire così tanto in sintonia con persone mai viste e come, poi, il vederle “dal vivo” possa sembrare solo un tassello, in un puzzle ben più complesso e articolato, fatto di migliaia di tessere, in cui la conoscenza reciproca, la stima, l’affetto arrivano ben prima e a poco a poco.

Nel mio caso specifico è accaduto frequentando due comunità fotografiche: http://www.photo4u.it e http://www.maxartis.com. Guardando le fotografie degli altri utenti e commentandole; sottoponendo i miei scatti al loro sguardo e leggendo le loro riflessioni; sovente sorprendendomi di come le mie immagini possano parlare a una persona in un modo e in uno tutto diverso a un’altra …

E di come questi modi possano essere profondamente diversi dal mio.

In queste due community ho visto arrivare molti utenti; molti altri andarsene, qualcuno anche sbattendo la porta. Ho visto anche ritornare qualcuno.

Sono nati figli, nipoti; sono cresciuti bambine e bambini che scatto dopo scatto si sono trasformati in splendidi ragazze e ragazzi …

Qualcuno (penso a un fotografo di razza, come Enzo Casillo o a un mattacchione come Francesco-Tropico, di cui non ho conosciuto il cognome, persone che non ricorderò mai con sufficiente gratitudine per la generosità, per l’allegria, la generosità, davvero sconfinata, il punto di vista sempre alternativo), se ne è andato per sempre.

Tutto proprio come accade in una famiglia.

E proprio come accade in famiglia, ci si vuole più o meno bene tutti, certo.

Ma con quel cugino particolarmente bizzarro o con la vecchia zia, perfida sì, però tremendamente simpatica; con qualche sorella o fratello, ci si trova proprio sulla stessa identica lunghezza d’onda.

E magari passano mesi senza sentirsi ma, appena ci si rivede, si riprende la conversazione esattamente da dove era rimasta la volta precedente.

Un’affettuosa lontananza … Come se il tempo in mezzo nemmeno ci fosse stato.

Una è Anna.

Sarà che come me è un po’ Sarda e un po’ Furlana.
Sarà che è sensibile, sempre pronta ad ascoltare il punto di vista degli altri.
Sarà che però difende a spada tratta le idee in cui crede.
Sarà che solo lei ha saputo fotografare Haitian Fight Song di Mingus …
Sarà tutto questo e sicuramente ancora altro …

È inverno, ormai …

Dalla mia finestra oggi vedo un cielo limpido, nella luce della sera. Non fa nemmeno freddo, il che è inconsueto per questa mia città, severa e timidamente bella.

La stagione fredda è solo un incidente di percorso, ed è solo un ricordo il profumo caldo delle castagne arrostite, vendute in quei cartocci di giornale da cui le sfili a una a una, rimpallandole da una mano all’altra, perché scottano …

E devo dire che provo un po’ di nostalgia per quegli anni nebbiosi, in cui è bello andar per le Langhe ad ammirare le colline che si snodano a perdita d’occhio in onde sinuose; le viti in interminabili filari, ormai a riposo, magari coperti di neve …

La Morra, Cherasco, Alba o Santa Vittoria, Treiso, Monforte o Verduno … In un itinerario che è anche, almeno per me lo è, una strada del cuore, su cui ritrovo la me stessa bambina e un po’ (tanto) monella, coi codini alti sopra le orecchie, la “esse” un po’ sibilata (quanto sforzo per correggere un difetto di pronuncia che detestavo …), che chiacchierava a ruota libera e chiedeva il perché di ogni cosa a genitori pazienti che rispondevano sempre, già sapendo che ogni risposta avrebbe generato un nuovo “perché?”.

Quegli inverni in cui, poi, tutti belli intirizziti, ci si infila in qualche vecchia “piola piemontese”, per assaggiare le acciughe al verde, i tomini elettrici, un bollito misto fumante nel suo brodo o gli “agnolotti del plin”, o ancora i tajarin col sugo d’arrosto; il fritto misto piemontese (non tutti lo sanno, ma è un antipasto!), i peperoni arrostiti con la bagna caoda (si pronuncia “cauda” e non ci vuole il latte, tantomeno la panna), e se capita un uovo al tegamino con una bella nevicata di scaglie di tartufo d’Alba …

Il tutto annaffiato con un Nebbiolo sincero, o se proprio vogliamo esagerare con un buon Barbaresco, ché il Barolo è buono, buonissimo, si sa, ma lo vogliono tutti quelli che capitano da queste parti … perché forse non ne conoscono altri.

Ecco di che cosa mi parla Anna con questa sua fotografia “senza pretese”.

Di una domenica serena, in cui far cose semplici, affettuose quasi, con le persone cui si vuol bene, per il puro piacere di gustarle insieme.

E chi se ne importa se la trattoria è un po’ spoglia, con strani quadri alle pareti e le crepe sul muro!
Chi bada alle piccole cose di pessimo gusto che sono sparse un po’ ovunque nella sala?
L’azzurro gozzaniano delle stoviglie e delle pareti …

Quel che conta è la compagnia piacevole.
Il cibo buono.
Le tovaglie di fiandra bianca che profumano di pulito.

E fuori è freddo …
Ma è una bella giornata di festa all’ora di pranzo.
Il rientro al lavoro è ancora lontano

II – Anna

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Dorothea Lange, Migratory Cotton Picker, 1940

– Ti aspettavo-
E mentre pronuncia queste parole gli occhi della vecchia non sono più specchi ma fessure rosse puntate su di lui.
Neanche un sussurro da quella folla.

In quel buio fradicio di silenzio e di odore fetido, il piccolo si guarda intorno come a cercare qualcun altro.
– Sei tu – dice ancora quella voce grippata dal tempo. Tuttavia percepisce
che non è ostile.

Il sottofondo del timbro gli pare di conoscerlo, di averlo già sentito, così diverso da quello della sua mamma eppure familiare.

E’ così piccolo lui però … dove poteva aver registrato quel suono? In un sogno? O prima di nascere?
– Ho atteso a lungo questo giorno. Ho attraversato il fiume dei secoli per
poterti incontrare. Avvicinati. –
Ha paura, solleva lo sguardo verso la madre ma lei guarda una figura che si è staccata dalla marea umana.

Indistinta, quasi opalescente. E’ un uomo.

UNO

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Gregory Crewdson, Natural Wonder, 1991

 

Hanno camminato di notte, senza sosta, nel bosco.

Per tutto il tragitto il piccolo, curioso e spaventato a un tempo, tutti i sensi all’erta, aveva cercato di riconoscere ogni minimo suono … Il richiamo lontano dell’assiolo, lo scricchiolio dei rami secchi sotto i piedi, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi che si piegavano a sfiorargli il viso … Ogni rumore noto, che di giorno era null’altro che se stesso, nella sua fantasia notturna, in quella foresta, cambiava la propria sostanza per trasformarsi in qualcosa di mostruoso che lo costringeva a schiacciarsi sempre di più contro la morbida curva del fianco della madre.

E’ ancora buio quando arrivano alla radura. Si accodano in silenzio ad una lunga fila di pezzenti. Coperti di stracci e piaghe, ricordano i lebbrosi di certi racconti antichi.

Il piccolo spalanca gli occhi alla vista di quella umanità dolente. Che cosa ci fanno lui e sua madre, nei loro ricchi abiti caldi, in mezzo a quei corpi putridi?

E d’un tratto la vede. Là in fondo, una figura appena accennata nel chiarore della luna velata di nubi.

La vecchia è un totem.

Nuda, su un cumulo di immondizia che brulica di scarafaggi e vermi, la vecchia sta.

Immobile. Muta.

Nessuna espressione in viso e gli occhi spalancati e cupi sono vuoti. Sono solo specchi che riflettono all’infinito l’orrore che la circonda.

La pelle grigia e rugosa è secca e flaccida e costellata di verruche screpolate: sembra un cielo infernale le cui stelle vomitano il loro odio sui dannati che faticano in basso.

I seni cascano sul ventre prominente, come se non avessero mai conosciuto né l’amore di un uomo, né la devozione di un figlio.

Un’ancella, incurante della vita che abita quella collina marcescente, è inginocchiata ai suoi piedi e ingrassa senza sosta quelle macchie oscure con un unguento nero e nauseabondo che prende a piccoli tocchi da un’anfora di opale su cui sono incastonati due scarabei.

Assorta nei suoi pensieri, la vecchia pare non accorgersi del massaggio che le regala l’ancella e nemmeno della lunga coda di poveracci che si snoda di fronte a lei.

D’un tratto la vecchia si alza. Punta l’indice verso il piccolo. La sua voce roca risuona.