II – Anna

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Daido Moriyama
Dove sei andata?   Stronza!
La chiama così nei suoi  pensieri, non riesce da allora a pronunciare il suo nome, è finito anch’esso  in quell’abisso di sofferenza che lo attanaglia.
Quegli indumenti abbandonati stridono acutamente con l’immagine di lei che sta prendendo forma.
L’aveva spiata innumerevoli volte attraverso la porta socchiusa: la sua immagine riflessa nello specchio dell’armadio anni ’50, seduta sulla sponda del letto mentre si infilava le calze agganciandole alla guêpière.
Elegante.
Compiva quel gesto come una lunga carezza lenta, indugiando, e guardandolo di sottecchi, lo sguardo obliquo, ammiccante mentre schiudeva leggermente le cosce. Maliziosa.
Sapeva benissimo di essere vista.
La sensualità era il suo corredo genetico, non faceva nulla per esserlo ma era capace come nessuna di gettartela addosso.
Erotica e materna senza che le due dimensioni entrassero in conflitto l’una con l’altra. Capace di divorarlo e accoglierlo al contempo.
E ora quelle labbra insinuanti sono come materializzate davanti a lui come potesse toccarle solo allungando una mano, sarebbe così facile godere di quella felicità. 
E’ lurido, sudicio di misera sciattezza e assecondare la stretta della vecchia gli pare la via più facile per fuggire dal ricordo ed invece si accorge di avere un’erezione imponente.
Quella sensazione di turgore ha il potere di rammentargli, sovrapponendolo a quello di lei, un altro volto, quell’uomo.
Era entrato nella loro vita sinuosamente, strisciando come quei serpenti  neri che da tanto tempo lo accompagnano.
La loro vita perfetta sgretolata da un passo di maschia baldanza.
Quel suadente porsi con impareggiabili eloqui  in un ammuffito corteggiamento.
Doppiogiochista capace di riservare a lui sguardi di scherno, quando non di sprezzante sufficienza.
Avrebbe voluto contrastarlo, no, picchiarlo a sangue, scorticarsi le nocche per strappargli via il viso e con esso ogni parte di lui.
Aveva sviluppato, invece, una strana voglia di nascondersi, astrarsi, sparire in chiusure meditabonde.
“Mamma salvami!” o è alla stronza che rivolge il suo urlo disperato?

II – Anna

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Dorothea Lange, Migratory Cotton Picker, 1940

– Ti aspettavo-
E mentre pronuncia queste parole gli occhi della vecchia non sono più specchi ma fessure rosse puntate su di lui.
Neanche un sussurro da quella folla.

In quel buio fradicio di silenzio e di odore fetido, il piccolo si guarda intorno come a cercare qualcun altro.
– Sei tu – dice ancora quella voce grippata dal tempo. Tuttavia percepisce
che non è ostile.

Il sottofondo del timbro gli pare di conoscerlo, di averlo già sentito, così diverso da quello della sua mamma eppure familiare.

E’ così piccolo lui però … dove poteva aver registrato quel suono? In un sogno? O prima di nascere?
– Ho atteso a lungo questo giorno. Ho attraversato il fiume dei secoli per
poterti incontrare. Avvicinati. –
Ha paura, solleva lo sguardo verso la madre ma lei guarda una figura che si è staccata dalla marea umana.

Indistinta, quasi opalescente. E’ un uomo.

UNO

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Gregory Crewdson, Natural Wonder, 1991

 

Hanno camminato di notte, senza sosta, nel bosco.

Per tutto il tragitto il piccolo, curioso e spaventato a un tempo, tutti i sensi all’erta, aveva cercato di riconoscere ogni minimo suono … Il richiamo lontano dell’assiolo, lo scricchiolio dei rami secchi sotto i piedi, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi che si piegavano a sfiorargli il viso … Ogni rumore noto, che di giorno era null’altro che se stesso, nella sua fantasia notturna, in quella foresta, cambiava la propria sostanza per trasformarsi in qualcosa di mostruoso che lo costringeva a schiacciarsi sempre di più contro la morbida curva del fianco della madre.

E’ ancora buio quando arrivano alla radura. Si accodano in silenzio ad una lunga fila di pezzenti. Coperti di stracci e piaghe, ricordano i lebbrosi di certi racconti antichi.

Il piccolo spalanca gli occhi alla vista di quella umanità dolente. Che cosa ci fanno lui e sua madre, nei loro ricchi abiti caldi, in mezzo a quei corpi putridi?

E d’un tratto la vede. Là in fondo, una figura appena accennata nel chiarore della luna velata di nubi.

La vecchia è un totem.

Nuda, su un cumulo di immondizia che brulica di scarafaggi e vermi, la vecchia sta.

Immobile. Muta.

Nessuna espressione in viso e gli occhi spalancati e cupi sono vuoti. Sono solo specchi che riflettono all’infinito l’orrore che la circonda.

La pelle grigia e rugosa è secca e flaccida e costellata di verruche screpolate: sembra un cielo infernale le cui stelle vomitano il loro odio sui dannati che faticano in basso.

I seni cascano sul ventre prominente, come se non avessero mai conosciuto né l’amore di un uomo, né la devozione di un figlio.

Un’ancella, incurante della vita che abita quella collina marcescente, è inginocchiata ai suoi piedi e ingrassa senza sosta quelle macchie oscure con un unguento nero e nauseabondo che prende a piccoli tocchi da un’anfora di opale su cui sono incastonati due scarabei.

Assorta nei suoi pensieri, la vecchia pare non accorgersi del massaggio che le regala l’ancella e nemmeno della lunga coda di poveracci che si snoda di fronte a lei.

D’un tratto la vecchia si alza. Punta l’indice verso il piccolo. La sua voce roca risuona.