II – Anna

dorothea-lange-migratory-cotton-picker-eloy-arizona-1940
Dorothea Lange, Migratory Cotton Picker, 1940

– Ti aspettavo-
E mentre pronuncia queste parole gli occhi della vecchia non sono più specchi ma fessure rosse puntate su di lui.
Neanche un sussurro da quella folla.

In quel buio fradicio di silenzio e di odore fetido, il piccolo si guarda intorno come a cercare qualcun altro.
– Sei tu – dice ancora quella voce grippata dal tempo. Tuttavia percepisce
che non è ostile.

Il sottofondo del timbro gli pare di conoscerlo, di averlo già sentito, così diverso da quello della sua mamma eppure familiare.

E’ così piccolo lui però … dove poteva aver registrato quel suono? In un sogno? O prima di nascere?
– Ho atteso a lungo questo giorno. Ho attraversato il fiume dei secoli per
poterti incontrare. Avvicinati. –
Ha paura, solleva lo sguardo verso la madre ma lei guarda una figura che si è staccata dalla marea umana.

Indistinta, quasi opalescente. E’ un uomo.

BUONGIORNO!

dorothea lange hands

Dorothea Lange, 1936 circa

 

Gli storici ci informano che la società romana era una società immobile. Una maledetta oligarchia. Per tutta l’epoca repubblicana tutte le cariche più importanti sono state ininterrottamente appannaggio di pochissime famiglie. Dieci, quindici famiglie, sempre le stesse, che, per secoli, si sono spartite le stesse cariche: consolati, proconsolati, preture, propreture e questure.

Da qui deriva per esempio uno dei più frequenti errori di datazione in cui incorrono gli storici antichi: l’errore per consolati iterati (uno stesso console che rimaneva in carica per più anni); o l’errore per omonimia (o quasi omonimia) di consoli in carica. Un ulteriore indizio, a ogni buon conto, che il potere era sempre nelle stesse mani.

Quando qualcuno si candidava a una carica rilevante, e si apprestava a far campagna elettorale, a comprare a suon di denaro e di favori i voti che gli servivano, la domanda ricorrente era: di chi è figlio? O, come si esprime proprio Orazio: chi è questo qui? Da quale padre è nato?

Non si chiedevano, i Romani dell’epoca repubblicana, ma è capace? è bravo? ci sa fare? è competente? No. No, niente di tutto ciò. Bensì: da quale padre è nato? a quale famiglia appartiene?

Alessandro Banda, Il lamento dell’insegnante

 

BUONGIORNO!

controluce_milanese

Free jazz, Francesco Zoia, 2016

Nonostante il sostegno entusiastico di EVans, l’indifferenza alla concezione tradizionale della composizione visiva che si percepisce in Frank era così provocatoria che sulle prime il fotografo non riuscì a trovare in America un editore per il suo libro. Fu solo dopo il successo dell’edizione in Francia nel 1958 che The Americans fu pubblicato, l’anno seguente, negli Stati Uniti. L’anno successivo Ornette Coleman pubblicò un album che audacemente annunciava The Shape of Jazz to Come (la forma del jazz del futuro). Nonostante si siano verificati indipendentemente l’uno dall’altro, questi momenti decisivi in musica e in fotografia si chiariscono a vicenda.

La storia del jazz è la storia di ascoltatori che si abituano a ciò che a un primo impatto suona strano, inassimilabile. Le immagini di Frank condividono con la musica di Coleman la necessità di esplorare i confini formali attraverso la loro eliminazione. Le obiezioni al free jazz introdotto da Coleman possono essere facilmente estese al lavoro di Frank che, secondo gli standard tradizionali, era giudicato privo di struttura e di composizione. Verso la fine degli anni Cinquanta la musica di Coleman era considerata rivoluzionaria e senza precedenti. Ascoltandola adesso possiamo sentire abbastanza chiaramente quanto sia intrisa del blues che accompagno la crescita del sassofonista a Fort Worth, in Texas. Per Frank è esattamente lo stesso. Dal momento che le sue foto sono diventate esse stesse parte di una tradizione possiamo leggervi una provenienza diretta da una fase precedente a quella tradizione. Anche se non esistono precedenti alle immagini di Frank, in esse c’è sempre qualcosa di familiare, qualcosa delle vestigia di una logica figurativa più antica e prudente il cui modo di confezionarla è stato abbandonato deliberatamente. Secondo Wim Wenders a rendere Frank unico è la capacità di “fotografare con la coda dell’occhio”. I risultati che ne conseguono non arrivano mai a essere semplici per l’occhio dell’osservatore ma, visto che ci siamo abituati a sentirci a nostro agio con questo disagio, riusciamo a vedere quanto vi sia in Frank del blues visivo di Dorothea Lange e Walker Evans, che lo ha preceduto.

L’infinito istante, Geoff Dyer