II – Anna

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Daido Moriyama
Dove sei andata?   Stronza!
La chiama così nei suoi  pensieri, non riesce da allora a pronunciare il suo nome, è finito anch’esso  in quell’abisso di sofferenza che lo attanaglia.
Quegli indumenti abbandonati stridono acutamente con l’immagine di lei che sta prendendo forma.
L’aveva spiata innumerevoli volte attraverso la porta socchiusa: la sua immagine riflessa nello specchio dell’armadio anni ’50, seduta sulla sponda del letto mentre si infilava le calze agganciandole alla guêpière.
Elegante.
Compiva quel gesto come una lunga carezza lenta, indugiando, e guardandolo di sottecchi, lo sguardo obliquo, ammiccante mentre schiudeva leggermente le cosce. Maliziosa.
Sapeva benissimo di essere vista.
La sensualità era il suo corredo genetico, non faceva nulla per esserlo ma era capace come nessuna di gettartela addosso.
Erotica e materna senza che le due dimensioni entrassero in conflitto l’una con l’altra. Capace di divorarlo e accoglierlo al contempo.
E ora quelle labbra insinuanti sono come materializzate davanti a lui come potesse toccarle solo allungando una mano, sarebbe così facile godere di quella felicità. 
E’ lurido, sudicio di misera sciattezza e assecondare la stretta della vecchia gli pare la via più facile per fuggire dal ricordo ed invece si accorge di avere un’erezione imponente.
Quella sensazione di turgore ha il potere di rammentargli, sovrapponendolo a quello di lei, un altro volto, quell’uomo.
Era entrato nella loro vita sinuosamente, strisciando come quei serpenti  neri che da tanto tempo lo accompagnano.
La loro vita perfetta sgretolata da un passo di maschia baldanza.
Quel suadente porsi con impareggiabili eloqui  in un ammuffito corteggiamento.
Doppiogiochista capace di riservare a lui sguardi di scherno, quando non di sprezzante sufficienza.
Avrebbe voluto contrastarlo, no, picchiarlo a sangue, scorticarsi le nocche per strappargli via il viso e con esso ogni parte di lui.
Aveva sviluppato, invece, una strana voglia di nascondersi, astrarsi, sparire in chiusure meditabonde.
“Mamma salvami!” o è alla stronza che rivolge il suo urlo disperato?

DUE

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Alfredo Jaar, The Eyes of Gutete Emerita, 1996

 

Gli occhi della vecchia sono così vicini al suo viso che quasi gli sembra di poterci cadere dentro. Di quel pozzo che lo scruta nel profondo di se stesso il piccolo vede solo le pupille che dilagano, divorando l’iride.

“Ora mi afferrerà” pensa. E mentre lo sta pensando la vecchia gli agguanta il petto con quella mano ossuta e nodosa che fino a poco prima puntava verso di lui. Gli artigli affondano nel suo piccolo cuore, radici che si diramano e si impossessano delle sue viscere, moltiplicandosi rapidamente per risalirgli fino al cervello, succhiandogli tutta l’acqua dal corpo, scendendo verso le caviglie, uscendogli dalle dita dei piedi, per poi conficcarsi nel terreno e inchiodarlo alla sua paura.

E mentre si sente divorare dall’interno e invadere da un groviglio di serpenti neri, lucidi, inquieti, il freddo lo attanaglia e attorno a lui sale una marea di minuscole uova di ghiaccio che, lo sa, fra poco lo sommergeranno.

La gola è fuoco, gli occhi schegge di vetro.

La mano della vecchia continua a stringere il suo cuore che a stento riesce a perseverare nel suo battito. Le pupille-pozzo hanno ormai preso il posto di quelle iridi acquose e lo richiamano a sé con un canto suadente “tuffati … immergiti nel buio”.

Vorrebbe urlare ma il terrore lo stordisce e mentre cerca disperatamente la madre si accorge che lei è altrove, persa in quell’uomo che è il solo centro della sua vita.

“Mamma!” un urlo strozzato che è appena un rantolo.

“Mamma!” e anche se è fradicio di sudore, un’arsura sorda gli invade la gola. Apre gli occhi, finalmente, e si guarda intorno in quella stanza che non riconosce più. La sveglia digitale sul tavolino da notte urla con le sue cifre verde fluorescente che sono le sette meno un quarto.

Stanco, come se non avesse dormito nemmeno un secondo, si stropiccia il volto, per convincersi di possederne ancora uno. Cerca le ciabatte a tastoni. Coi piedi nudi sonda circospetto il pavimento. Ha la sensazione che le radici siano lì in agguato, pronte ad attorcigliarsi alle sue dita. Un brutto risveglio. Ed è così ogni giorno, da quando quella stronza se n’è andata.

Tornare alla realtà è avere la consapevolezza che la bocca asciutta che lo tormenta è il segno inconfondibile del diabete. Come ogni mattina si punge un dito con la piccola graffa che inserisce nel glucometro. E mentre aspetta che il macchinario infernale dia il suo responso, si guarda allo specchio.

Che fine ha fatto l’uomo che era? Davanti a lui solo un fantasma sbiadito. Le borse sotto gli occhi sono bluastre. I capelli sparsi in tutte le direzioni gli disegnano un’aureola grottesca attorno alla testa. Una profonda ruga gli solca la fronte in verticale, proprio tra le sopracciglia. L’ombra della barba del mattino gli dà un aspetto miserabile.

Spostandosi per avvicinarsi allo specchio e osservare più da vicino l’uomo che lo sta guardando, urta il glucometro che finisce a terra smontandosi in tutte le sue componenti. “Cazzo!” sente il suono roco delle sue parole, ma non sa se le ha pronunciate o se la familiarità della sua voce gli è solo rimbombata in quella massa intorpidita che dimora tra le sue orecchie.

In mutande e canottiera, strascicando i piedi, scalcia i pezzi del glucometro sparpagliati sul pavimento e raggiunge la cucina dove trova ad attenderlo il campo di battaglia che si è accumulato in giorni di bevute e vita randagia. Cartoni di pizza, bottiglie di Akashi blue (due? due!), un reggiseno di pizzo rosa da poco prezzo e a fargli uno sberleffo, finito non si sa come sulla sua lampada preferita, un perizoma con lo string in perle dall’aria molto costosa … un paio di bacchette cinesi servite per qualche involtino primavera di terz’ordine. Del cibo gli importa poco, basta che riempia lo stomaco. Ma sul whisky e sulla biancheria sexy non transige. Per questo si stupisce di quel reggiseno … Ma come cazzo fanno i Giapponesi a fare un whisky così buono? Botti di rovere americana e Shochu sono davvero sufficienti a tirar fuori quella meraviglia? Con questo interrogativo si avvicina all’acquaio. Una nausea assassina gli strizza lo stomaco e a stento riesce a trattenere un conato: un enorme scarafaggio sta beatamente passeggiando tra i piatti delle sue ultime colazioni accatastati alla rinfusa. E tra le scodelle malamente impilate occhieggia una calza a rete. Con chi aveva scopato nelle ultime dieci notti? O meglio, con quante? E come avevano avuto il coraggio di andare con lui?

D’improvviso, perché nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola che  non si sa da dove sia saltata fuori ma a un certo punto era lì, salda nella storia, vede materializzarsi nella penombra il volto di lei. Sorridente e ineffabile, lo guarda galleggiando a mezz’aria. Ha gli occhi socchiusi e le labbra, con quel lieve broncio che lo fa impazzire, sono una promessa di felicità …

Stronza! Perché te ne sei andata?

II – Anna

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Dorothea Lange, Migratory Cotton Picker, 1940

– Ti aspettavo-
E mentre pronuncia queste parole gli occhi della vecchia non sono più specchi ma fessure rosse puntate su di lui.
Neanche un sussurro da quella folla.

In quel buio fradicio di silenzio e di odore fetido, il piccolo si guarda intorno come a cercare qualcun altro.
– Sei tu – dice ancora quella voce grippata dal tempo. Tuttavia percepisce
che non è ostile.

Il sottofondo del timbro gli pare di conoscerlo, di averlo già sentito, così diverso da quello della sua mamma eppure familiare.

E’ così piccolo lui però … dove poteva aver registrato quel suono? In un sogno? O prima di nascere?
– Ho atteso a lungo questo giorno. Ho attraversato il fiume dei secoli per
poterti incontrare. Avvicinati. –
Ha paura, solleva lo sguardo verso la madre ma lei guarda una figura che si è staccata dalla marea umana.

Indistinta, quasi opalescente. E’ un uomo.

UNO

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Gregory Crewdson, Natural Wonder, 1991

 

Hanno camminato di notte, senza sosta, nel bosco.

Per tutto il tragitto il piccolo, curioso e spaventato a un tempo, tutti i sensi all’erta, aveva cercato di riconoscere ogni minimo suono … Il richiamo lontano dell’assiolo, lo scricchiolio dei rami secchi sotto i piedi, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi che si piegavano a sfiorargli il viso … Ogni rumore noto, che di giorno era null’altro che se stesso, nella sua fantasia notturna, in quella foresta, cambiava la propria sostanza per trasformarsi in qualcosa di mostruoso che lo costringeva a schiacciarsi sempre di più contro la morbida curva del fianco della madre.

E’ ancora buio quando arrivano alla radura. Si accodano in silenzio ad una lunga fila di pezzenti. Coperti di stracci e piaghe, ricordano i lebbrosi di certi racconti antichi.

Il piccolo spalanca gli occhi alla vista di quella umanità dolente. Che cosa ci fanno lui e sua madre, nei loro ricchi abiti caldi, in mezzo a quei corpi putridi?

E d’un tratto la vede. Là in fondo, una figura appena accennata nel chiarore della luna velata di nubi.

La vecchia è un totem.

Nuda, su un cumulo di immondizia che brulica di scarafaggi e vermi, la vecchia sta.

Immobile. Muta.

Nessuna espressione in viso e gli occhi spalancati e cupi sono vuoti. Sono solo specchi che riflettono all’infinito l’orrore che la circonda.

La pelle grigia e rugosa è secca e flaccida e costellata di verruche screpolate: sembra un cielo infernale le cui stelle vomitano il loro odio sui dannati che faticano in basso.

I seni cascano sul ventre prominente, come se non avessero mai conosciuto né l’amore di un uomo, né la devozione di un figlio.

Un’ancella, incurante della vita che abita quella collina marcescente, è inginocchiata ai suoi piedi e ingrassa senza sosta quelle macchie oscure con un unguento nero e nauseabondo che prende a piccoli tocchi da un’anfora di opale su cui sono incastonati due scarabei.

Assorta nei suoi pensieri, la vecchia pare non accorgersi del massaggio che le regala l’ancella e nemmeno della lunga coda di poveracci che si snoda di fronte a lei.

D’un tratto la vecchia si alza. Punta l’indice verso il piccolo. La sua voce roca risuona.

 

 

Scacco Doppio

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Per scacco doppio si intende lo scacco contemporaneo di due pezzi al re avversario.

I due pezzi in attacco siamo Anna e io.

Il re avversario sarà chiunque deciderà di leggere quello che scriveremo di qui in avanti.

Una storia non preordinata, in cui nessuna delle due sa quello che scriverà l’altra. In cui ciascuna continuerà il racconto dal punto in cui l’altra lo avrà lasciato.

Non garantiamo nulla, semplicemente perché nemmeno noi sappiamo dove andremo a finire.