DUE

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Alfredo Jaar, The Eyes of Gutete Emerita, 1996

 

Gli occhi della vecchia sono così vicini al suo viso che quasi gli sembra di poterci cadere dentro. Di quel pozzo che lo scruta nel profondo di se stesso il piccolo vede solo le pupille che dilagano, divorando l’iride.

“Ora mi afferrerà” pensa. E mentre lo sta pensando la vecchia gli agguanta il petto con quella mano ossuta e nodosa che fino a poco prima puntava verso di lui. Gli artigli affondano nel suo piccolo cuore, radici che si diramano e si impossessano delle sue viscere, moltiplicandosi rapidamente per risalirgli fino al cervello, succhiandogli tutta l’acqua dal corpo, scendendo verso le caviglie, uscendogli dalle dita dei piedi, per poi conficcarsi nel terreno e inchiodarlo alla sua paura.

E mentre si sente divorare dall’interno e invadere da un groviglio di serpenti neri, lucidi, inquieti, il freddo lo attanaglia e attorno a lui sale una marea di minuscole uova di ghiaccio che, lo sa, fra poco lo sommergeranno.

La gola è fuoco, gli occhi schegge di vetro.

La mano della vecchia continua a stringere il suo cuore che a stento riesce a perseverare nel suo battito. Le pupille-pozzo hanno ormai preso il posto di quelle iridi acquose e lo richiamano a sé con un canto suadente “tuffati … immergiti nel buio”.

Vorrebbe urlare ma il terrore lo stordisce e mentre cerca disperatamente la madre si accorge che lei è altrove, persa in quell’uomo che è il solo centro della sua vita.

“Mamma!” un urlo strozzato che è appena un rantolo.

“Mamma!” e anche se è fradicio di sudore, un’arsura sorda gli invade la gola. Apre gli occhi, finalmente, e si guarda intorno in quella stanza che non riconosce più. La sveglia digitale sul tavolino da notte urla con le sue cifre verde fluorescente che sono le sette meno un quarto.

Stanco, come se non avesse dormito nemmeno un secondo, si stropiccia il volto, per convincersi di possederne ancora uno. Cerca le ciabatte a tastoni. Coi piedi nudi sonda circospetto il pavimento. Ha la sensazione che le radici siano lì in agguato, pronte ad attorcigliarsi alle sue dita. Un brutto risveglio. Ed è così ogni giorno, da quando quella stronza se n’è andata.

Tornare alla realtà è avere la consapevolezza che la bocca asciutta che lo tormenta è il segno inconfondibile del diabete. Come ogni mattina si punge un dito con la piccola graffa che inserisce nel glucometro. E mentre aspetta che il macchinario infernale dia il suo responso, si guarda allo specchio.

Che fine ha fatto l’uomo che era? Davanti a lui solo un fantasma sbiadito. Le borse sotto gli occhi sono bluastre. I capelli sparsi in tutte le direzioni gli disegnano un’aureola grottesca attorno alla testa. Una profonda ruga gli solca la fronte in verticale, proprio tra le sopracciglia. L’ombra della barba del mattino gli dà un aspetto miserabile.

Spostandosi per avvicinarsi allo specchio e osservare più da vicino l’uomo che lo sta guardando, urta il glucometro che finisce a terra smontandosi in tutte le sue componenti. “Cazzo!” sente il suono roco delle sue parole, ma non sa se le ha pronunciate o se la familiarità della sua voce gli è solo rimbombata in quella massa intorpidita che dimora tra le sue orecchie.

In mutande e canottiera, strascicando i piedi, scalcia i pezzi del glucometro sparpagliati sul pavimento e raggiunge la cucina dove trova ad attenderlo il campo di battaglia che si è accumulato in giorni di bevute e vita randagia. Cartoni di pizza, bottiglie di Akashi blue (due? due!), un reggiseno di pizzo rosa da poco prezzo e a fargli uno sberleffo, finito non si sa come sulla sua lampada preferita, un perizoma con lo string in perle dall’aria molto costosa … un paio di bacchette cinesi servite per qualche involtino primavera di terz’ordine. Del cibo gli importa poco, basta che riempia lo stomaco. Ma sul whisky e sulla biancheria sexy non transige. Per questo si stupisce di quel reggiseno … Ma come cazzo fanno i Giapponesi a fare un whisky così buono? Botti di rovere americana e Shochu sono davvero sufficienti a tirar fuori quella meraviglia? Con questo interrogativo si avvicina all’acquaio. Una nausea assassina gli strizza lo stomaco e a stento riesce a trattenere un conato: un enorme scarafaggio sta beatamente passeggiando tra i piatti delle sue ultime colazioni accatastati alla rinfusa. E tra le scodelle malamente impilate occhieggia una calza a rete. Con chi aveva scopato nelle ultime dieci notti? O meglio, con quante? E come avevano avuto il coraggio di andare con lui?

D’improvviso, perché nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola che  non si sa da dove sia saltata fuori ma a un certo punto era lì, salda nella storia, vede materializzarsi nella penombra il volto di lei. Sorridente e ineffabile, lo guarda galleggiando a mezz’aria. Ha gli occhi socchiusi e le labbra, con quel lieve broncio che lo fa impazzire, sono una promessa di felicità …

Stronza! Perché te ne sei andata?

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