Fragments from the stream

Fragments from the stream n. 1, Teresa Zanetti, 2019

10 of 155 screenshots picked from a video published on April 15th, 2019 on Instragram by Fondazione Prada

Il cervello si attiva quando uno meno se lo aspetta.
Poco fa, ad esempio, proprio mentre sistemavo i piatti in lavastoviglie …
Premetto che inizio a scrivere senza sapere bene dove andrò a parare.

La lettura, appena conclusa, de “La Furia delle Immagini” di Joan Fontcuberta è stata un elettroshock.

Credevo di avere raggiunto una certezza: mi ero convinta che l’approdo definitivo del “fotografico” dovesse essere necessariamente un ritorno alla unicità e quindi alla preziosità dell’oggetto.
In quella direzione vanno le stampe di enormi dimensioni dei lavori di Struth, Sugimoto, Gursky … Oggetti da collezione, venduti a cifre strabilianti, certamente per l’impronta che contengono, frutto del lavoro intellettuale di chi le ha pensate e realizzate, ma anche perché fissate su supporti essi stessi preziosi che riportano l’oggetto fotografia ad essere “unico” e quindi prezioso in sé, così come i quadri.
E il discorso mi sembrava chiuso così: in fondo anche Crewdson, con il suo sforzo da produzione cinematografica hollywoodiana, si occupa di “fotografie concrete“, oggetti appunto, da appendere a una parete, da tenere (per i più forzuti) tra le mani, da toccare … per poter apprezzarne la qualità.

Poi nella mia vita irrompe Fontcuberta che, con pazienza e ironia, mi spiega che, mentre in molti si attardano su aspetti ormai trapassati remoti (come la mai sopita querelle “ma la fotografia è arte? no, non lo è! sì che lo è! no, ti ho detto che non lo è! e invece sì! …” o qualche altro grande classico ricavato da letture superficiali di saggi che hanno ormai fatto il loro tempo) siamo invece già ampiamente stati raggiunti (e forse, dico io, addirittura superati a destra!) dal “POSTFOTOGRAFICO“.

Postfotografico?

Post … Fotograaaaficooooo????

Il postfotografico è il presente in cui nuotiamo.
Quella massa liquida, oceanica, inarrestabile di immagini (la bulimia dei fotografi è proverbiale, basti pensare ai rullini nemmeno ancora sviluppati di Winogrand, per non parlare delle migliaia di fotografie prese da Robert Frank per poter realizzare The Americans) che ci arriva e ci sommerge da ogni parte.

Ed è quel presente in cui i maggiori produttori di macchine fotografiche, congegni per prelevare fotografie, non sono più Nikon e Canon, ma Huawei e Samsung. E, mentre ad avere per le mani Nikon e Canon sono solo in pochi, tutti hanno in tasca un telefono cellulare che oggi è sempre più una macchina per prendere istantanee e istantaneamente condividerle.

E a noi che cosa resta da fare?
Nuotare! E’ ovvio!

E come si nuota nell’oceano di immagini?

Molti sono i sistemi che Fontcuberta suggerisce, ma tutti conducono in ultima analisi allo stesso risultato.

Possiamo lavorare sul nostro o sull’altrui archivio.
Possiamo attingere all’infinito serbatoio costituito da internet (non solo Instagram, Flickr e gli altri a ciò espressamente dedicati, ma anche i risultati dei motori di ricerca attraverso le chiavi da noi inserite, o ancora google-earth …).
Possiamo consultare i giornali, vecchi album di famiglia …
Ma alla fine, nel flusso che scorre inarrestabile, dobbiamo pescare.
Pescare tutte quelle immagini che hanno un senso per noi e ricollegarle tra di loro in un gioco potenzialmente infinito di composizione e scomposizione e ricomposizione.
Dove ciascuna è un tassello che cambia di senso a seconda del contesto in cui viene inserita.
Perché, e questo lo diceva già Sherrie Levine negli anni 70/80 del Novecento, il senso di una fotografia non sta tanto in quello che ha voluto dire chi l’ha prodotta, ma in quello che ci ritrova chi la guarda.

Ed eccomi al punto che mi riguarda personalmente.

Da alcuni giorni mi sono imbattuta in Instagram.
Un gioco divertente.
Mi propone una marea di immagini!
Ad essere sincera mi ero creata un profilo già nel novembre 2017, ma evidentemente i tempi non erano maturi.
Poi, circa tre settimane fa, proprio in concomitanza con la lettura de La Furia delle Immagini, ho iniziato a postare. Solo cose fatte con il cellulare (che utilizzo come blocco per gli appunti per annotare quello che mi colpisce per strada – per lo più vetrine e piccole curiosità), per essere filologica!

Ma Instagram mi offre anche la possibilità di seguire quel che succede nei grandi musei del mondo.

Oggi la mia pagina ospitava un video della Fondazione Prada che, in una manciata di secondi, proponeva una sequenza di immagini dall’esposizione “dell’artista-collezionista” polacca Goshka Macuga.
Mi sono divertita a selezionare dal flusso, con lo screen shot, le immagini che scorrevano.
Un’autentica pescatrice (pescatora?).
Ho osservato per un po’ di volte consecutive, il video per capire quali fossero quelle che mi potevano interessare.
Dopodiché mi sono messa sulla riva del fiume con la mia canna da pesca.
Le ho aspettate e, non appena le ho viste passare, ho cercato di acchiapparle.
Ma non è così facile come può sembrare: la mano non è rapida quanto l’occhio e, prima di accalappiare quella che desideravo, ho dovuto fare più tentativi.
Ho scattato in ritardo, a volte.
Altre (intuendo che stava per passare quella che volevo) mi sono mossa in anticipo.
Il risultato è che comunque non centravo l’obiettivo.
A un tratto, con orrore, mi sono resa conto di aver fermato in pochi minuti quasi un centinaio di possibili prede.

Ne ho tirato fuori una stringa coerente con quello che avevo in mente, frammenti dal flusso.
E poi mi è venuto in mente che ne potevo anche immaginare un’altra, fatta di tutte le scarpe e le camere d’aria capitate nella rete, frammenti inadatti.

Fragments from the stream/Unfitting fragments.

Nessuna delle immagini realizzate, però, è uguale all’altra, non foss’altro perché l’ora riportata in alto a destra cambiava.

Il tempo scorre inesorabilmente in avanti.

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