naufraghi metropolitani

Ti ho sognato, stanotte.

Tra i deliri della febbre, col naso che colava come un rubinetto aperto, il mal di testa e il bruciore alla gola che mi accerchiavano in una manovra a tenaglia, ti ho sognato.

Stavi seduto sul bordo del letto accanto al mio ed eri magro, emaciato.

A un certo punto ti sei alzato e sei venuto accanto a me. Stavo alla tua destra e ti ho abbracciato.

E non riuscivo a capacitarmi di come potessi essere così esile, tu che per me rappresenti la roccia granitica di cui sono composte le montagne più vecchie.

Ho avvolto la tua spalla con la mia mano e la sentivo ossuta e fragile, più delicata della mia. Eppure sentivo che non sei così. E mi sono resa conto che abbracciando te, abbracciavo me stessa. Assurdità surreali possibili solo nei sogni …

Ed eri sbarbato. Ti percorrevo in punta di dita la pelle del volto, liscia e morbida. E mi piaceva sentirne il calore, la consistenza, elastica sulle guance, decisa sulla mandibola. E mentre lo facevo mi sorridevi un sorriso di promesse mai mantenute.

E poi stavo così. A guardarti da vicino, nella nostra febbre languida di lontananze incolmabili.

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