naufraghi metropolitani

Tutto è cominciato quando quello stronzo del Cinegro ha preso a chiamarmi La Checca. Che qui a Napoli … La Checca … Ricchione si dice, a Napoli!

Che mi piacciano i maschi non è mai stato un segreto. Ma i miei 90kg x 190cm, raggiunti a 13 anni, e lo sguardo alla psycho che ho studiato per mesi sin dalle medie, hanno sempre convinto tutti che era meglio lasciarmi in pace.

Il Cinegro no, invece. Col fiuto tipico di chi sa di che sta parlando, mi ha indovinato il (non) sesso e preso di mira sin dal primo giorno. Evidentemente tra emarginati ci si annusa da lontano.

Un bastardo! Quel fottuto del Cinegro non era altro che un bastardo i cui i cromosomi si erano mescolati come l’acqua di fogna al fiume. Negro, Cinese e, pare, pure un po’ Napoletano. E io. La Checca. Puro distillato di froceria.

E posso dirlo, dal momento che me lo dico da solo, dal momento che quando cresci dove siamo cresciuti noi, non stai troppo a badare al politicamente corretto. Cioè, non è che Negro è un insulto. Almeno non più di quanto lo sia Checca. Alla fine impari a fregartene. Che le parole sono soltanto parole e siamo noi, con la nostra suscettibilità, a farle diventare macigni.

Eravamo un duo formidabile. Lui piccolo, giallo e scuro. E tanto stronzo che lo capivi solo a vederlo. Io grande, grosso, biancolatte e apparentemente innocuo. E pure frocio.

E … Beh, nessuno ci prendeva sul serio. Era questa la nostra forza.

Avevamo messo su un “commercio di balle” da scuola e lavoro.

Cioè, inventavamo balle da rivendere a scuola e a lavoro, per chi faceva tardi, per chi timbrava il cartellino di un altro, per chi faceva vela.

Fare vela … Che espressione sublime! E sì, so usare anche queste parole. Fare vela, dicevo, è il modo usato in Sardegna per dire “marinare la scuola”. Un modo che riempie gli occhi e il cuore del vento di libertà di una barca che salpa verso un orizzonte irraggiungibile. E mi perdonerete le ali poetiche. E come lo so? Lo so perché me lo aveva spiegato Pretu (Pietro), che però era di Orani, uno di quei posti in cui manco sospettano che la Sardegna abbia il mare. E che girava con un’arburesa nella tasca posteriore dei pantaloni. Lama preziosa, l’arburesa. Di forma sinuosa, sensuale… Grande lama da affondo…

Comunque gli affari ci andavano bene. Con la fantasia e la capacità di mettere insieme le parole , di incatenarle l’una all’altra in stringhe fotoniche di senso apparentemente compiuto … Dico “apparentemente” perché a volte ci divertivamo a mettere parole a cazzo, che però erano paroloni incredibili del cui significato nemmeno certi professori di scuola erano a conoscenza.

Ho imparato a scrivere grazie a mia madre. E a far funzionare il cervello.

Faceva la sapunara, poveradonna, non so se sapete di che si tratta. Se non lo sapete andatevelo a vedere, su Wkipedia ci sta, che quella vecchia zia sa tutto. Più o meno. Comunque sia la voce “sapunaro” è spiegata bene.

“Studia, figlio, studia! E impara a capire il significato di quello che leggi” mi diceva. “Che studiare e capire è l’unico riscatto del pezzente”. A me studiare piaceva. Che sfiga, ricchione e secchione (che fa pure rima!). Ce n’era per diventare il punching ball dei compagni più grandi. Ma invece no. Mi rispettavano. Venivano da me e chiedevano “che è sta rrobba?” e io glielo dicevo, con parole semplici, che potessero capire.

L’analisi logica, mi piaceva. Era come un puzzle che smontavo e rimontavo a mio piacimento. Sempre a farti seghe con st’analisi loggica! E sì, è vero. Provavo un’eccitazione da brivido quando riuscivo a risolvere una frase scritta da Dante o da Petrarca, per dire…

Poi è arrivato il Cinegro. Pure lui voleva riscattarsi dalla pezzentaggine. Ma a differenza degli altri, lui aveva cervello fino. Così ci siamo accordati.

E funzionava bene. Mia madre aveva pure smesso di fare la sapunara.

Poi è arrivato don Peppino Mola. Aveva sentito parlare di noi, delle nostre balle… E le voleva per darle ai Carabinieri, alla Polizia… Ai giudici… E ci voleva i paroloni! Li pretendeva, proprio e noi a dirgli “Don Peppì, stavete accuorto, che poi se vii chiedono il significato…”. Ma lui, niente! “Mettici Escatologgico, guagliò” o “Parresia… Parresia… Me piace come suona!”… Però, Signor Capitano, con rispetto parlando, voi lo sapete bene che se all’appuntato gli dico “ontologico” lui non capisce. Ma se lo propino al Giudice … Il giudice con l’ontologia ci mangia a colazione, Signor Capitano …

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