Quella era la vertigine, come quando si cade senza fine nei sogni e non c’è cosa a cui tenersi, se non proprio ciò che dà il capogiro. Le cellule che si trasformano tutte in nervose e poi tattili, in qualunque parte del corpo si trovino, e diventano affamate e assetate e cercano senza voler guardare quello che le sazierà.
Divoravo e ingoiavo linfa, immersa in un mondo di erba e vegetazione selvatica e calda, e più inghiottivo, più cercavo quei succhi perché la sete chiamava la sete.
Don Pino si osserva le scarpe sformate, gli ricordano quelle che riparava suo padre, quando comprarle nuove era un lusso. La luce del pomeriggio abbraccia le strade meno ferocemente e molti si godono l’aria mitigata, chiacchierano davanti alle case, seduti sulle sedie del soggiorno, inadeguate all’aria aperta, ma comode. Polvere. Basilico e menta. Bucato steso. I giovani danno inizio al loro rituale: passeggiare avanti e indietro lungo la piazza e le vie principali, per vedere ed essere visti. Lo struscio. Quello sfregare la strada, ma ancor più quello sfregarsi con gli occhi, più che con i corpi, con il movimento antico del contadino che ara un campo, su e giù, giù e su, seminando parole, casa di ogni pettegolezzo, novità e comando; e sguardi per ribadire le gerarchie. Con le parole e gli sguardi si fa e si disfa tutto in questa città. Il resto è silenzio.
Don Pino calpesta quella stessa piazza e quelle stesse strade e cerca lo sguardo dei ragazzi. Alcuni lo distolgono, altri lo prendono in giro, altri ancora gli sorridono. Qualche bambino gli si mette accanto e gli tira i pantaloni per chiedergli quando si mangiano di nuovo le pizze e le patatine.
Guarda gli occhi degli uomini e poi le proprie scarpe sformate. Che scarpe ci vogliono per camminare all’inferno?
Sunny Harnett e Kirk Douglas, Richard Avedon, 1954
… cercavo di tenermi alla larga da quei rozzi studenti universitari, tutti presi da loro stessi, e soprattutto dalla loro giovinezza, che ritenevano un soggetto interessante o un pretesto per il proprio malessere. Non mi piacevano i giovani. Preferivo di gran lunga gli amici di mio padre, dei quarantenni che mi parlavano con cortesia e affetto, dimostrando verso di me la dolcezza di un padre o di un amante. Ma Cyril mi piacque. Era alto e in certi momenti bello, di una bellezza che ispirava fiducia. Pur senza condividere l’avversione di mio padre per la bruttezza, che ci faceva spesso frequentare gente stupida, provavo una sorta di disagio, di distanza verso le persone prive di attrattive fisiche; la loro rassegnazione a non piacere mi sembrava una vergognosa debolezza …
L’uso della linea in natura è un fenomeno molto diffuso. Questo argomento, degno di una ricerca specifica, potrebbe essere padroneggiato solo da un naturalista dotato della capacità della sintesi. Per l’artista sarebbe particolarmente importante vedere in che modo il regno autonomo della natura usi gli elementi fondamentali: quali elementi siano tenuti presenti, quali proprietà essi posseggano e in qual modo si compongano in strutture. Le leggi compositive della natura danno all’artista non solo la possibilità dell’imitazione esteriore, in cui egli vede non di rado il fine principale delle leggi naturali, ma anche la possibilità di contrapporre a queste leggi quelle dell’arte. Anche in questo punto, decisivo per l’arte astratta, scopriamo già oggi la legge della contiguità e dell’opposizione, la quale pone due principi – il principio del parallelismo e quello del contrasto – come si è già visto nelle composizioni di linee. Le leggi in tal modo separate e dotate di vita autonoma, dei due grandi regni – dell’arte e della natura – condurranno infine alla comprensione della legge complessiva della composizione dell’universo e chiariranno la partecipazione indipendente di entrambe a un ordinamento sintetico superiore di esteriorità + interiorità.
Questo punto di vista è stato chiarito sinora solamente nell’arte astratta, che ha riconosciuto i suoi diritti e i suoi doveri e che non si fonda più sull’involucro esterno dei fenomeni naturali.
Wassily Kandinsky, Tutti gli scritti Vol. I – Punto e linea nel piano
connotaziónes. f. [dal lat. mediev.connotatio–onis, der. diconnotare«segnare insieme, in aggiunta»]. – In linguistica, elemento accessorio che, insieme con ladenotazione, contribuisce a costituire il significato di una parola in un determinato contesto; consiste nelle sfumature di ordine soggettivo, e cioè i valori allusivi, evocativi, affettivi, che accompagnano l’uso della parola aggiungendosi ai suoi tratti significativi permanenti (per es.,piccino,bambino, pupo,fanciullo,bimbohanno uguale denotazione, ma diversa connotazione, in quanto, pur indicando la stessa classe d’oggetti, evocano risonanze affettive e ambientali diverse; nella parolacuore, alla denotazione di organo anatomico si accompagnano nella comune coscienza varie connotazioni, di disponibilità affettiva ed emotiva, di coraggio, ecc.) – Vo. L. It. – Treccani