Robert Mapplethorpe

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Robert Mapplethorpe, Autoritratto, 1975

 

Da piccolo ho fatto il chierichetto. L’unico corpo che vedevo era quello di un uomo: nudo, in estasi, appeso a una croce e pieno di sangue. Poi si domandano perché sono perverso“.

Perché scegli il sesso estremo come soggetto? Mi rispose: “E’ la cosa più difficile da fare: trasformare la pornografia in arte, mantenendola sexy

Da un’intervista con Michele Bonuomo: http://www.flashartonline.it/article/robert-mapplethorpe/

 

Fotografiamo incessantemente le nostre ossessioni, forse per staccarcene, per osservarle dall’esterno, esorcizzarle, farle meno nostre.

Chi ama la strada, e non perde occasione per immortalare situazioni bizzarre che si presentano improvvise, nell’assurdo tentativo di dare un senso al fluire della vita.

Chi è fissato con i particolari e cerca di ricomporre una realtà altra, astraendo figure di dettaglio da un insieme più ampio.

Chi, ancora, (quelli che maggiormente detesto) si bea di paesaggi imbibiti di luce benedicente, da primo giorno della creazione.

Mapplethorpe in testa c’aveva il sesso. In tutte le sue declinazioni, nessuna esclusa, nemmeno le più inquietanti. Nemmeno le più sordide agli occhi dei benpensanti.

Ma con un’attenzione tutta particolare alla bellezza. Perché è qui il punto: il suo modo di rappresentare quello che per i più può velocemente essere liquidato con una sola parola: pornografia, è attentissimo, estetizzante quasi.

Lo diceva lui stesso: il sesso era un’esperienza entusiasmante e voleva restituirla in tutta la sua magnificenza agli occhi di chi avrebbe guardato le sue fotografie.

 

Heli Rekula: http://photography.aalto.fi/projects/exhibitions/

 

BUONGIORNO!

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Calla Lily, Robert Mapplethorpe, 1977

 

Quella era la vertigine, come quando si cade senza fine nei sogni e non c’è cosa a cui tenersi, se non proprio ciò che dà il capogiro. Le cellule che si trasformano tutte in nervose e poi tattili, in qualunque parte del corpo si trovino, e diventano affamate e assetate e cercano senza voler guardare quello che le sazierà.

Divoravo e ingoiavo linfa, immersa in un mondo di erba e vegetazione selvatica e calda, e più inghiottivo, più cercavo quei succhi perché la sete chiamava la sete.

Tokyo Love, Silvia Accorrà