VII

Ricordi
l’orologio in cucina
schioccava
inesorabili i secondi
di fòrmica e minuzzoli
in metallo e la lancetta
rimbalzava nel quadrante
e non andava avanti
dal profondo
del tempo che non scorre
nella palude dov’eri
intrappolata e il mostro
ti consumava dentro e
ti si stringeva attorno

E io seduta
tenendoti la mano
sul bordo del tuo letto
fissavo la lampadina
fioca sul comodino
delle cinque di una sera
d’inverno
mentre tu tremavi tutta
di un terrore
che non aveva ragione di esserti compagno

E poi girare
come trottole
impazzite
dappertutto nelle stanze
a guardare
dentro i mobili e i cassetti
e persino sotto il letto
come bambini
che per andare a nanna
voglion stare insieme
a mamma ed esser certi
che non ci siano i mostri
della notte pronti
a saltargli addosso
e a fargli male

Ma il mostro invece
tu ce l’avevi dentro
e ti corrodeva il cuore

VI

Di certo
non avevam previsto
l’intimità forzata
che la tua malattia
ci ha imposto
Ci sono cose che una madre
non è disposta
a lasciar fare a un figlio
maschio
Il pudore
a volte
genera vergogna
anche quando la mente
è diventata vaga
e i pensieri
non si sa più dove vanno


Della ricostruzione
di me stessa
dopo questi 13 anni
insieme
è forse questa
la parte più complessa
Pensare alle domeniche mattina
quando arrivavo
a casa tua per aiutarti
a fare il bagno e poi vestirti
prendendomi cura di quel corpo
le cui carni
a poco a poco
han perso consistenza
E infine realizzare
che se eri madre
dell’uomo che ho sposato
per me eri diventata figlia


Una figlia
che non desideravo.


Ma in fondo
quando mai abbiamo
i figli che vogliamo?
E se ci penso bene
è pure giusto: essere madri
è proprio questo: accogliere
quei figli
che ci bussano alla porta
e amarli
anche

o forse soprattutto
quando non son quelli
che avevam sognato.


E adesso che lo scrivo
piango

V

La realtà arriva senza avvisare.
Sei scesa
a una fermata del passato
e tutti gli orologi della casa
a poco a poco
hanno ceduto il passo
al tempo immobile
che copre armadi e tavoli
con teli bianchi
e ragnatele e polvere

Poi penso che se Andromeda
volgesse un po’ curiosa
lo sguardo su Torino
l’ultima luce che ti ha vista
la vedrebbe
in un impensabile futuro

È questa circolarità
spirale del tempo
che continua e ci trasforma
il soffio ultimo di quell’eternità
che tanto ricerchiamo?

E intanto guardo
le tue cose mute
non sento più il fruscio
delle tue gonne
il ticchettio maldestro
sui piatti e le stoviglie
delle posate all’improvviso diventate grandi
che non sapevi più domare
e il cigolio sommesso
di quella sedia vecchia
che stava in corridoio
dove fermavi il passo
con gli occhi fissi
dentro al nulla

Mi chiedo quanto
ancora durerà
questa ricostruzione
dai giorni
che mi hai preso
o che ti ho dato.

E nel sole delle sette
il pulviscolo dorato
fluttua ancora
nell’aria silenziosa della sera

IV

La casa
è immersa di luce
tra i vestiti
nell'armadio
qualcuno
ancora conserva
il tuo odore

È grigio e mestizia
smontare una vita
riporne i reperti
in scatole adatte
con belle etichette
in vista sul dorso
o in sacchetti di plastica
da portare in soffitta
a dimenticarsi per sempre
che eri tu che li usavi

Con quale criterio decido
che questo o che quello
va buttato o tenuto da conto?
Le tue cose non vedono più
nei tuoi occhi
il momento preciso
in cui le riconoscevi

Rinchiuse
in cassetti ordinati
con la carta coi gigli
sul fondo
marroni o bordeaux
alcune di loro
già avevan scordato
chi eri