E ritorno a Cortázar,
periódicamente.
A quel tripudio di dentifricio filante che vola da finestre illuminate, per andare a stamparsi sul cappello burbero di qualche Famas.
Ai soffioni di doccia, carciofi piantati nel muro, da cui staccare i petali del tempo. Alle stelle scritte coi gessetti colorati sul guscio di tartarughe sognanti.
E coniglietti vomitati da chi preferisce dissolversi piuttosto che spaventare chi ama.
Cortázar è l’amante indimenticabile alle cui lettere ritorno ogni volta. Come se fosse la prima.
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18 e 19 Dey 1404
Turbanti bianchi,
caffettani
e cuori neri
affamati di denaro
e di potere
si saziano col sangue
di chi chiede pane
e libertà
e osa protestare
con le palme
delle mani
vuote
rivolte verso il cielo
Mitragliatori
Attoniti guardiamo
immagini di morte
assistiamo
non sentiamo
l’odore della strage
il suono del massacro
ma urlano
i corpi martoriati
in cumuli ammassati
dentro a sacchi
come immonde spazzature
che faticano a filtrare
dalla cortina che ormai
si è fatta spessa del vetro
dello smartphone
zittito dal nemico
Urla di morte
deflagrano di notte
Idranti
Per ripulir le strade
Lavare via la vita
dei caduti
Ho perso
quasi tutte le parole
per dire
quel che penso
e quel che vedo
Di un mondo
che ogni giorno
mi appare
sempre più
privo di senso
Le lacrime
non bastano
a raccontar l’orrore
XVIII
Ti ho sognata
la notte scorsa
avevi freddo
ed era estate
e io cercavo di ricoprirti
con strani scialli
e un vecchio golf
Stavi in poltrona
accartocciata
come minuscola
foglia esausta
Avevi fame
e ti davo pane
e olive verdi
grandi e polpose
Non c’era cibo
che ti saziasse
ed anche i panni
che ti mettevo
non riscaldavano
la tua carne.
XVII
Il tempo passa
e snoda i miei pensieri
liberi
cavalli sulla spiaggia
E il lutto
dicono
si elabora
in un anno
Rincorro a piedi scalzi
le onde a perdifiato
rombano al galoppo
dentro alle mie orecchie
e l’orlo del vestito
salato
è sulle gambe
Sbatto le palpebre
e ora è già Natale
e mentre faccio
l’albero e il presepe
mi manca
la tua presenza lieve
girarmi attorno lenta
come la neve al ritmo della porporina
che vola dappertutto
nei canti americani
da feste
commerciali.
XVI
E ogni tanto ti prendevo
tra le braccia e ballavamo
ed era bello sentirti
in quegli istanti
finalmente sollevata
dall’angoscia dei castelli neri
che ti crollavano addosso lasciando
in macerie
i tuoi pensieri

