Basta

Non ci sono più lacrime
tra queste macerie
che si estendono
oltre i confini del dicibile

Non ci sono più lacrime
negli occhi delle madri
le bocche spalancate
in grida sorde
allineano quei figli
dilaniati
nei sudari
che bianchi avvolgono
sui corpi di cui hanno
sentito crescere la vita
nei ventri ormai contratti
dal dolore della morte

Non hanno più lacrime
le gole dei bambini
per dir la sofferenza
nei letti di ospedali
bombardati
senza nemmeno più la forza
di un lamento
e lanciano all’intorno
sguardi vuoti
spaesati dalla ferocia
che gli si abbatte contro
e non si arresta

Non hanno più lacrime
le mani degli uomini
che stendono
verso il nulla
piatti vuoti
riempiti
di proiettili e bestemmie
per il solo fatto
che si ostinano a r-esistere

Piangono le gazzelle
quando il leone mangia
una di loro? Invocano
un dio che lo punisca
quando terminerà la corsa
lungo la savana?
Che sappiano
o non sappiano
non conta.
Non esiste un dio.
Non quello misericordioso
delle storie
che la bestia umana
si racconta per render
meno duro il suo
pesante andare
per il mondo
per immaginare un luogo
in cui giustizia
quella vera
sia finalmente fatta.

Hai un neo
sopra il mento
e un sorriso accogliente
e occhiali massicci
che quando li togli
si vedono gli occhi
neri e brillanti

Hai il cuore in tumulto perenne
e un fuoco che brucia
di sapere e passione
che vuoi consegnare
in mani di giovani menti
che amino
prendere
e apprendere

Hai paura
ogni tanto
del buio che hai dentro
e non riesci a sfogare.
Ma poi torna il sole.

V

La realtà arriva senza avvisare.
Sei scesa
a una fermata del passato
e tutti gli orologi della casa
a poco a poco
hanno ceduto il passo
al tempo immobile
che copre armadi e tavoli
con teli bianchi
e ragnatele e polvere

Poi penso che se Andromeda
volgesse un po’ curiosa
lo sguardo su Torino
l’ultima luce che ti ha vista
la vedrebbe
in un impensabile futuro

È questa circolarità
spirale del tempo
che continua e ci trasforma
il soffio ultimo di quell’eternità
che tanto ricerchiamo?

E intanto guardo
le tue cose mute
non sento più il fruscio
delle tue gonne
il ticchettio maldestro
sui piatti e le stoviglie
delle posate all’improvviso diventate grandi
che non sapevi più domare
e il cigolio sommesso
di quella sedia vecchia
che stava in corridoio
dove fermavi il passo
con gli occhi fissi
dentro al nulla

Mi chiedo quanto
ancora durerà
questa ricostruzione
dai giorni
che mi hai preso
o che ti ho dato.

E nel sole delle sette
il pulviscolo dorato
fluttua ancora
nell’aria silenziosa della sera

IV

La casa
è immersa di luce
tra i vestiti
nell'armadio
qualcuno
ancora conserva
il tuo odore

È grigio e mestizia
smontare una vita
riporne i reperti
in scatole adatte
con belle etichette
in vista sul dorso
o in sacchetti di plastica
da portare in soffitta
a dimenticarsi per sempre
che eri tu che li usavi

Con quale criterio decido
che questo o che quello
va buttato o tenuto da conto?
Le tue cose non vedono più
nei tuoi occhi
il momento preciso
in cui le riconoscevi

Rinchiuse
in cassetti ordinati
con la carta coi gigli
sul fondo
marroni o bordeaux
alcune di loro
già avevan scordato
chi eri