Se non fosse che è straziante, si potrebbe anche ridere.
Simone Spada dirige Giallini e Mastandrea con grazia e garbo, in una ballata dolceamara verso la morte, che non puzza di buonismo e sentimentalismi inutili.
Tommaso e Giuliano sono amici da sempre.
Uno, ormai da trent’anni, vive e lavora in Canada. L’altro è rimasto a Roma dove fa l’attore di TV prestato al teatro ed è malato di cancro. E non vuole più curarsi.
Tommaso lascia lavoro e famiglia per quattro giorni per stare con l’amico e provare a dissuaderlo dal suo proposito e a riprendere le cure.
In quei quattro giorni parlano, ridono, ricordano, si arrabbiano contro la sorte, piangono anche. Finché Tommaso capisce le ragioni di Giuliano.
Che ci fanno in un campo innevato nel cuore dell’Armenia, e per di più coi fucili spianati contro, un prof. di lettere perdutamente innamorato del cinema, una prostituta romana, un’enigmatica Russa, un elettricista di mezza età, un’autista (sì è corretto l’apostrofo, è una ragazza, l’autista) incallita fumatrice e incinta, un fotografo perennemente mezzo fatto?
Bisogna risalire a qualche settimana prima, a un politico maneggione, a un faccendiere suo amico mezzo disperato, a un fondo per la cultura erogato dall’Unione Europea e all’intenzione di appropriarsene a fini del tutto personali (e ben poco culturali).
Il prof. Speranza, alla ricerca delle sue origini armene, ha scritto la sceneggiatura di un film che proprio in Armenia si svolge e che non interesserebbe nessuno se un faccendiere senza scrupoli non venisse contattato da un amico politico che gli comunica l’erogazione di un fondo per sovvenzionare la produzione di un film, che sia un’opera prima di un illustre sconosciuto. Lo aiuta nell’impresa l’enigmatica Valeria (davvero brava Barbora Bobulova) che riesce a mettere insieme una troupe scalcagnata.
Partono e, una volta arrivati a destinazione, scoppia la guerra, l’ambasciata viene chiusa e scoprono che il finanziatore è scappato coi soldi.
Potrebbe essere l’inizio di una tragedia, e invece, costretti al confronto con se stessi, i nostri disperati scoprono che quell’improvvisa sterzata della vita può essere l’occasione giusta per cambiare.
Un cast in cui ciascun attore ha trovato il suo posto. Lieve e poetico, questo film che ci ricorda l’importanza di cominciare a smettere di sognare i propri sogni, per iniziare a realizzarli.
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Virgil: “Il cinema è la fabbrica dei sogni. Lei, sogna molto?”