Prologo

“Mi hai presa con la forza, quando io non ti volevo. Per avermi hai ucciso Tantalo, l’uomo che amavo e quel nostro figlio, cui non avevamo ancora dato un nome.

Castore e Polideuce, i Dioscuri miei fratelli, magnifici sui loro cavalli sono scesi in campo contro di te, per difendermi.
E tu, in preda al panico, come un coniglio, terrorizzato ti sei rifugiato in casa di Tindareo, mio padre.

Quel vecchio, pazzo e sentimentale, ti ha perdonato, in nome dell’affetto che ti serbava per averti nutrito quando eri solo un randagio, insieme a tuo fratello Menelao, a causa degli scempi di Atreo, vostro padre. E ti ha concesso il mio letto. Senza nemmeno chiedermi il parere!

Mi hai sposata.
E cosa ho fatto io?
Io ho ingoiato il dolore, il rancore, la rabbia, l’orgoglio. Mi sono riconciliata con te. Ho imparato ad amare la tua gente. Sono diventata, non puoi negarlo, una moglie irreprensibile. Affettuosa, disponibile, perfetta, dicevi! Eri felice quando stavi in casa, felice quando ne uscivi perché sapevi che vi avresti fatto ritorno. È un raro acquisto una moglie così. Mentre quasi tutti finiscono col ritrovarsi con cattive mogli. O cattivi mariti.

Ti ho partorito tre figlie. E un maschio.
E tu adesso vuoi uccidermi una delle figlie.
Forse questa follia per te ha un senso. Ma non per me. Io vedo solamente che tu, per perseguire i tuoi fini, ancora una volta, ti appresti a uccidere il frutto del mio ventre.
Non te lo perdonerò mai!

Se qualcuno ti chiedesse perché vuoi uccidere Ifigenia, tu, dimmi, che cosa gli risponderesti? Dimmelo! Lo dico io al posto tuo!
Perché Menelao si riprenda Elena!!!
Ma che bella famiglia! I nostri figli devono pagare per quella puttana di mia sorella!

Compriamo quello che c’è di più odioso, pagandolo con la vita delle persone che più amiamo.

Va bene. Tu partirai per la guerra. A me non resterà che tornare, sola, nella casa che non rieccheggerà più delle risa gioiose di Ifigenia.
Dove non risuonerà più il suo passo leggero di danza.
E io rimarrò a guardare nel nulla, seduta nelle sue stanze vuote, sulla sua sedia vuota, con la sola compagnia delle lacrime
“.

Mentre ritiro in una cartellina color carta da zucchero il copione di Ifigenia in Aulide, insieme a tutti gli altri testi e gli appunti e l’attestato di frequenza del corso di teatro, il suono delle parole che Clitennestra scaglia contro Agamennone, nel – vano – tentativo di convincerlo a non immolare la loro figlia agli dei, riecheggia ancora nella mia testa.
Le ho ripetute ogni giorno, in questi ultimi mesi. Con diverse intonazioni e intenzioni e colori. Con rabbia, con rancore, supplice, impositiva, violenta…
Devi trovarlo tu il registro per interpretarla” mi dice beffardo quello stronzetto di Matteo.
Ma come cazzo faccio a interpretare questa donna così distante da me, un personaggio che ho chiuso quasi quarant’anni fa nella scatola “cianfrusaglie inutili del liceo”?
Tu cerca“.
Ma vaffanculo, va.

Antefatto

Sono Clitennestra
Figlia di Leda, che si unì a Zeus.
Figlia di Tindareo, che fu re di Sparta.
Sorella di Castore e Polideuce, i Gemelli del cielo boreale.
Gemella di Elena, che fuggì con Paride e si scatenò una guerra.
Moglie di Tantalo.
Moglie di Agamennone.
Amante di Egisto.
Madre di un figlio, che rimase senza nome.
Madre di Ifigenia.
Madre di Crisotemi.
Madre di Elettra.
Madre di Oreste ...

Ma chi sono io, veramente,
se per dir chi sono
devo far riferimento
a una genealogia?

Giugno

Se dovessi ora dire i tuoi occhi
direi bosco
quando è agosto e ti immergi
nel folto del muschio
odoroso
cercandone il fresco

E se poi la tua bocca dovessi indicare
con le dita esitanti spiccherei le ciliegie
dai rami più alti
per portare alle labbra
il loro rosso più dolce
screziato di asprigno

Il tuo volto, il tuo collo solcati di strade
che han portato il dolore e la gioia
mi ricordano i kintsugi più rari
di maestri che sanno vedere
che c'è l'oro
nelle crepe più scure.

Le mie mani si immergono
lievi in quei prati
che timidi scopro

Sul tuo petto ora poso l'orecchio
e lì resto ed ascolto
il tuo cuore che canta sommesso
parole che solo io sento.

Le tue braccia mi accolgono
calde e mi aspettano
ogni volta che parto
per foreste
in cui rischio
di perder la via del ritorno.

Il tuo sorriso
è un amore nomade.

Come aprire la porta alla dittatura

La legge Acerbo, del 1923, modificava il sistema elettorale proporzionale introducendo un premio di maggioranza che assegnava i 2/3 dei seggi al partito che avesse ottenuto almeno il 25% dei suffragi

La legge n. 2263/1925, definiva le attribuzioni e le prerogative del Presidente del Consiglio dei ministri il cui nome mutava in Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato e la cui posizione gerarchica, da equiordinata a quella degli altri ministri, diveniva sostanzialmente sovraordinata

La legge n. 100/1926 dava facoltà al potere esecutivo di emanare decreti legge immediatamente esecutivi, norme giuridiche promulgate senza la garanzia d’intervento del potere legislativo

Senza voler fare dietrologia da bar.

Unfitting fragments

Il 27 maggio 2014 ho ricevuto in dono per i miei 45 anni un iPhone.

Un prodigio della tecnologia, per me che arrivavo da un Motorola che, sebbene fosse di buona qualità, era pur sempre di vecchia concezione.

Con questo nuovo aggeggio tra le mani potevo fare qualcosa che per la prima volta davvero si avvicinava alla fotografia tradizionale (quella digitale fatta con la macchina fotografica).

Lo so che i puristi storceranno i loro augusti nasi, ma io non sono mai stata una talebana e so bene che, agli inizi del ‘900, la neonata Leica (la LEICA!!! quel monumento della storia della fotografia!) era stata liquidata dagli addetti ai lavori del tempo (vecchi barbogi ammuffiti che concepivano unicamente la fotografia fuoriuscita dal banco ottico) una “scatola di sardine” buona, al massimo, per immortalare qualche festicciola in famiglia.

Felice come un gatto con il gomitolo di lana, sono scesa in strada per “provare a fare qualche scatto”. La prima cosa che fotografai furono delle carte da gioco sparpagliate sul selciato vicino a un marciapiede. Frammenti anodini che avevano attirato la mia attenzione per il semplice fatto che non avrebbero dovuto trovarsi lì.

Ho preso così l’abitudine di registrare queste piccole stranezze ogni volta che mi imbattevo in una di loro.

Non so dire in quale momento poi ho iniziato a guardare con intenzione lungo i miei cammini, cercandole.

La serie è ancora aperta. Oggetti abbandonati, perduti, collocati da chissà chi e chissà perché dove non ci si aspetterebbe mai di vederli (un paio di mutande in un cimitero argentino, zeppe in puro stile hippy anni ’70 in un prato, una scopa di saggina in mezzo al bosco…). Unfitting fragments.