Unfitting fragments

Il 27 maggio 2014 ho ricevuto in dono per i miei 45 anni un iPhone.

Un prodigio della tecnologia, per me che arrivavo da un Motorola che, sebbene fosse di buona qualità, era pur sempre di vecchia concezione.

Con questo nuovo aggeggio tra le mani potevo fare qualcosa che per la prima volta davvero si avvicinava alla fotografia tradizionale (quella digitale fatta con la macchina fotografica).

Lo so che i puristi storceranno i loro augusti nasi, ma io non sono mai stata una talebana e so bene che, agli inizi del ‘900, la neonata Leica (la LEICA!!! quel monumento della storia della fotografia!) era stata liquidata dagli addetti ai lavori del tempo (vecchi barbogi ammuffiti che concepivano unicamente la fotografia fuoriuscita dal banco ottico) una “scatola di sardine” buona, al massimo, per immortalare qualche festicciola in famiglia.

Felice come un gatto con il gomitolo di lana, sono scesa in strada per “provare a fare qualche scatto”. La prima cosa che fotografai furono delle carte da gioco sparpagliate sul selciato vicino a un marciapiede. Frammenti anodini che avevano attirato la mia attenzione per il semplice fatto che non avrebbero dovuto trovarsi lì.

Ho preso così l’abitudine di registrare queste piccole stranezze ogni volta che mi imbattevo in una di loro.

Non so dire in quale momento poi ho iniziato a guardare con intenzione lungo i miei cammini, cercandole.

La serie è ancora aperta. Oggetti abbandonati, perduti, collocati da chissà chi e chissà perché dove non ci si aspetterebbe mai di vederli (un paio di mutande in un cimitero argentino, zeppe in puro stile hippy anni ’70 in un prato, una scopa di saggina in mezzo al bosco…). Unfitting fragments.

Morto un Raisi se ne fa un altro?

È morto sulle vette al confine con l’Azerbaijan Abramo Raisi.

Volava su un vecchio elicottero americano che probabilmente non era stato revisionato più di tanto, dal momento che, a causa dell’embargo, i pezzi di ricambio non sono più reperibili.

Mentre Khamenei, la guida suprema, “invita” il popolo a piangerlo e a pregare per lui, il popolo spara mortaretti di giubilo.

E il mondo? Il mondo non sta a guardare e basta. Il mondo decide di fare le condoglianze “al popolo iraniano per la perdita del suo presidente”.

Cioè, spiegatemi bene, perché non capisco. Allora, muore a 63 anni un uomo che, all’età di 27, si è guadagnato l’appellativo di macellaio per aver fatto letteralmente massacrare migliaia di cittadini (ma forse dal suo punto di vista erano solo sudditi o forse nemmeno quello) dissenzienti del suo paese (questo a casa mia si chiama dittatura), il popolo esulta e noi facciamo le condoglianze a quel popolo?

È la diplomazia internazionale babe… Ah già, quella stessa diplomazia internazionale (il galateo dei potenti) che aveva fatto venire in mente all’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano Matteo Renzi (lo stesso che, in effetti, qualche anno dopo elogiava la condizione dei lavoratori in Arabia Saudita…) di coprire tutte le statue in Campidoglio in occasione della visita di Rohani.

Ma poi mi sono fermata a pensare… E mi è tornata in mente una delle mie prime versioni al liceo. Era una sorta di barzelletta in cui si raccontava di una vecchina che, ai funerali del Dittatore Dionisio, piangeva disperatamente. Un uomo le si era avvicinato per chiederle perché fosse così triste, dal momento che invece era un giorno gioiglorioso (l’ho rubata a Lewis Carrol, confesso) in quanto il mondo si era finalmente liberato di un soggetto che aveva combinato solo malefatte e lei gli aveva risposto “perché almeno quello era un nemico noto. Il prossimo non sappiamo come sarà”.

E già, perché Khamenei ha un figlio. Si chiama Mojtaba, “l’altro candidato”, sino a domenica sera, non certo alla presidenza dell’Iran, ma alla successione al ruolo di Guida Suprema ricoperto (dal 1989, anno della morte di Khomeini) da suo padre.

Senza voler fare dietrologia da bar.

La bellezza salverà il mondo?

Una frase banale e profonda, tanto che Dostoevskij la mette in bocca a Myškin, l’idiota.

E tutti a dirsi d’accordo. Una frase così bella (sarà lei stessa a salvarci?) che nessuno si sente di confutare (per tema di passar per idiota, forse).

Ma… Che cosa vuol dire poi? Qual è, in definitiva, la bellezza che ci salverà? In che cosa consiste questo bello capace di sollevarci dalla nostra condizione? E la salvezza che porterà, sarà per tutti? O solo per chi, quella bellezza, saprà vederla?

Se rispondiamo alla prima domanda legando la bellezza alla sua sola valenza estetica siamo, credo, fuori strada.

Dostoevskij deriva il concetto di bellezza da quello, elaborato da (Sant’)Agostino, di “pulchritudo dei“, bellezza divina che è, insieme, grazia, equilibrio, armonia.

Allora la risposta alla seconda domanda potrà essere una sola. Se sapremo essere in armonia e in equilibrio, se sapremo portare questa grazia nel nostro modo di vivere e di rapportarci col mondo, salveremo noi stessi. E, insieme a noi, coloro che ci circondano.

26/4. 25 Aprile, un giorno dopo.

Ripensandoci (ripensando a quello che scrivevo ieri), una parola c’è. Ed è “antitotalitarista”.

È l’omologazione del pensiero, imposta a suon di purghe e torture e olio di ricino e prigione e assassinio, quella che va combattuta con decisione. Un appiattimento della coscienza in forza del quale chiunque si sente in dovere (si badi bene, non “in diritto”, ma proprio “in dovere”) di perpetrare sui suoi simili qualsiasi mostruosità in nome del “tutti devono fare così perché l’ha detto il capo”.

A qualunque colore appartenga, il totalitarismo (e coloro che lo appoggiano) è una sciagura.

Ecco, io sono antitotalitarista.