Le mie tre sorelle. In Iran con Čechov.

Mai prima di oggi mi era capitato di assistere a un tributo agli attori di oltre cinque minuti ininterrotti di applausi.

Rientro adesso dal @tpe_teatroastra di Torino e se dovessi descrivere il mio stato d’animo, probabilmente evocherei il Capriccio n. 24 in La minore di Paganini.

Ma… riavvolgiamo il nastro.
Lunedì sera ricevo un messaggio da Benedetta (l’amica che ho visto illuminarsi di luce mistica in un’alba di Gerusalemme inondata dal canto del muezzin, poco prima di partire per Ramallah).
“Ciao sorella. Proposta indecente: Teatro, mercoledì 19 alle h. 19. Si può rifiutare, mi rendo conto: in farsi… sopratitolato in italiano… Una roba non tanto light…”.
Mai io già so di che cosa si tratta: @ashkan Katibi (il drammaturgo e regista) e le sue attrici, rendendo omaggio alle Tre sorelle di Anton Cechov, ci raccontano come si vive, da donne, in Iran.
Chi mi conosce sa quanto mi stia a cuore la questione iraniana, e infatti già avevo in animo di andarci.
La mia risposta è un immediato sì, senza condizioni.

Stasera il teatro era pieno, lo spettacolo asciutto, tenero, duro, ironico, schietto.
Vero.
Così vero che l’attrice @sadafbaghbani che interpreta la protagonista È la protagonista e RIVIVE, ogni volta che la porta sul palcoscenico, la sua stessa storia di combattente per la libertà in Iran. La storia di una giovane donna che porta ancora nel corpo 150 proiettili (che non è stato possibile estrarre).

Alle spalle degli attori, a ritmo di rap, scorrono i video della repressione violenta delle manifestazioni durante le quali Sadaf è stata ferita.

Non riesco più a trattenere le lacrime.
Mi guardo intorno e sono molti in sala quelli che piangono con me.

Cinque minuti ininterrotti di applausi sono una cosa difficile da descrivere.

Del mio andare fotografico

A Torino
da piccola andavo allo zoo
la barbarie era legalizzata
ci si potevan trovare
animali di tutte le specie
che certo non tutta la gente
avrebbe potuto
vedere altrimenti.
E stavano lì
mansueti a farsi guardare
a dare conferma tangibile
che quel che leggevo sui libri
non erano affatto fandonie.
Elefanti, giraffe
felini e serpenti
dagli occhi ammalianti
dai manti lucenti
leoni, pantere
ippopotami, tigri e pinguini
chimere da ogni paese
il condor andino
maestoso avvoltoio dal collo pelato
e scimmie col muso turchese
o il culo di porpora
oscene ai miei occhi
di bimba borghese.
Ma chi più di tutti
mi aveva colpita
era l'occhio cosciente
del gorilla ingabbiato
mi guardava e sapevo
che anche lui sapeva
di non essere libero
mi guardava e sentivo
che ero sbagliata
nel guardarlo a mia volta.
Per questo, io credo,
non riesco
a prendere in foto
la gente per strada
perché sempre mi sembra
che l'occhio cosciente
di quel che non posso
chiamare animale
mi guardi e mi chieda
perché io mi arroghi diritti
che ad altri non sono concessi.
Ma i miei occhi funzionan comunque
e vedono attorno
le cose dei giorni, inconsuete
o usuali, e la voglia di raccontarle
mi rode da dentro.
È così che da tempo
oramai queste immagini
le vomito in fretta
in parole di prosa
o poesia
che poi mi si sciolgono
al vento.

5 novembre 2024

Tre libri mi sento di suggerire in lettura per, se non proprio capire, almeno cercare di decifrare questo momento storico così confuso e violento.

Tre libri che coprono poco più di un secolo di storia, ma un secolo di avvenimenti e cambiamenti così profondi, violenti e repentini che tutto quello che è avvenuto prima appare di una lentezza esasperante.

Psicologia delle folle, Gustave Le Bon (non so se c’entri qualcosa con il ben più noto – almeno alle donzelle della mia generazione – Simon). Scritto nel 1895 ha ancora molto da dire nel 2024

Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt. Una riflessione – all’indomani (1949) della Seconda Guerra Mondiale e dei suoi orrori, delle sue devastazioni – sulle ragioni storiche, culturali e sociopolitiche del come sia stato possibile arrivare a tanto.

Authoritarian dynamic (curiosamente non ho trovato un’edizione italiana ma per chi si vuole avventurare in una lettura in Inglese (non semore agevole, va detto), nel 2005 Karen Stenner chiude il cerchio raccontandoci le ragioni profondamente umane che portano a certe conclusioni.

Pensieri

Confesso che uno che dice che l’Italia è erratica, “aborigena perché aberrigena”, che è un Paese che nasce dalle genti che vengono dal mare e si spostano verso la montagna e poi tornano e rivanno, il che sostanzialmente significa che la storia dell’Italia, la nostra storia, è una storia di migrazione, ebbene a me, uno così, sta pure un po’ simpatico.