Ma tu ti annoi,
Anna,
l’estate?
Quando il caldo
è soffocante
e non c’è niente
da fare all’orizzonte
e i giorni
sono solo pomeriggi
languidamente lunghi,
con le cicale
nelle orecchie
e luce che acceca
e l’odore delle foglie
dell’albero di fico
e la meta cui si tende
è l’attesa
della sera,
quando il cielo si fa fresco
e tacciono finalmente
le cicale
e a cantare
restano solo i grilli…

XI

Giorni strani
dicevo
e case da smontare.
La morte che aleggia
tutto intorno.
È quell’insetto preso
nella ragnatela
È questo senso immobile
del tempo.
Mi accosto
con rispetto
alle tue cose e sento
che non avrei il diritto
di toccarle.
Aprire i vecchi armadi
e ritrovarti
nel modo di piegare
un fazzoletto o di lasciare
avvolta su se stessa
una collana di corallo
così
distrattamente
in fondo
ad un cassetto con una cartolina
di settant’anni fa
che nemmeno era per te
insieme ad una pompa
di bicicletta
vecchia di ottone
ormai brunito
e un mozzicone di candela.

IX

Dei primi tempi
in cui ti sei ammalata
ricordo la speranza
che guarissi presto
e il far le cose
in fretta e trattenendo il fiato
come in apnea
se corri i cento metri
o sotto l’acqua
quando tocchi il fondo
e batti con i piedi
dandoti la spinta
e poi risali
mentre ti conti mentalmente il tempo
con l’urgenza
di riemergere dal mare.


E non è stato facile
capire ch’era la maratona invece
la gara a cui eravamo iscritti
e il tempo che passava e non cambiava
di una virgola
lo stato delle cose
e tu soffrivi
e noi
non sapevamo più che fare.