Le tristi conferme

Scrivevo lunedì scorso che in Iran la gente inneggiava a Israele. A dire il vero lo scrivevo già il 7 ottobre 2024, nelle mie riflessioni intorno al primo anniversario della mattanza che ha scatenato la mostruosa reazione di Giacobbe lo zoppo contro i figli di Hadjar e Ibrahim, contro i loro fratelli consanguinei in sostanza.

Ed ecco che oggi trovo conferme ufficiali, su giornali occidentali. Conferme che sono tristi perché il regime di Teheran si fa in queste ore via via sempre più violento e repressivo nei confronti di chi chiede soltanto di vivere nell’oggi, con i diritti e le libertà dell’oggi, e non in una bolla di medioevo residuo che stenta ad aprirsi.

Qualcuno mi ha detto che se cade Khamenei il caos sarà totale, come lo è stato in Iraq, in Libia, in Egitto, in Siria… Ma io ho osservato che, se gli Iraniani sono disposti a inneggiare a favore di Israele e contro Khamenei, forse quello che chiamiamo “caos totale” è un problema determinato dal nostro egoismo di uomini bianchi occidentali.

Aggiungo un’altra riflessione. Israele, prima di attaccare in Iran, invia indicazioni alla popolazione affinché si metta in salvo ma il regime di Teheran, da quando lo ha capito, ha iniziato a interferire sui canali attraverso i quali Israele diffonde questi messaggi, in modo da impedire alla popolazione di mettersi al riparo. In concomitanza invia sms ai cittadini minacciandoli di arresto se manifestano il loro dissenso e, per le donne, se non indossano l’hijab.

Continuo a osservare.

Il leone che (ri)sorge

https://www.instagram.com/reel/DK7zwRhszmn/?igsh=Y292d2N3ZWhraG5v

È da venerdì mattina che non ho parole.

Mi sembra che il mondo abbia accelerato all’improvviso la sua corsa contro un muro che allo stesso tempo tempo si fa sempre più vicino e mai si lascia raggiungere.

Aspetto l’impatto. Smarrita.

Nella mia ansia di notizie, in questi giorni mi sono imbattuta in foto come questa qui sotto (se ne trovano svariate in rete) utilizzate per dare prova inconfutabile che il paese è solidale con il regime autoritario e contro le azioni di Israele perché, se attaccato dall’esterno, il popolo iraniano si ricompatta.

Ma la mia esperienza di vecchia fotografa me le ha fatte immediatamente scartare: due agenti della polizia morale che cantano vittoria sotto a un bandierone, il tutto ripreso con un grandangolo, dal basso e da un punto di vista estremamente ravvicinato. Null’altro. Due persone soltanto. Sarebbe questa la grande manifestazione di solidarietà al governo? Sullo sfondo poi, a sinistra e al centro, al fotografo sono sfuggiti i passanti indifferenti. Dove sarebbe tutto il coinvolgimento nelle proteste anti-israeliane che avrebbero, a detta dell’articolista, infiammato Teheran?

Poi ho avuto una prima intuizione. La bandiera dell’Iran, prima della “rivoluzione rubata”, aveva nel centro lo stemma di un leone.

Poi, l’algoritmo di Instagram (in questi giorni ho molto cercato in rete notizie su quanto sta accadendo, perché ho amici da entrambe le sponde di questo fiume feroce che si chiama guerra) mi suggerisce un account nuovo, creato appena 10 ore fa e con un solo post: il video di cui al link che ho inserito in apertura.

Poi su Le Monde appare la lettera aperta (firmata da alcuni intellettuali fuoriusciti, tra cui Jafar Panahi, Shirin Ebadi, Mohammad Rasoulof) con cui si chiede al regime di lasciare libero l’Iran.

Poi leggo un altro articolo su Huffington Post in cui un politologo libanese dichiara che, a suo modo di vedere, in seguito a questo conflitto il popolo iraniano potrebbe ribellarsi in modo potente e che in ogni caso Teheran non ha armi sufficienti per resistere a Israele più di quindici/venti giorni, poi in rapida successione guardo gli account IG di Sadaf Baghbani, Ashkan Katibi e altri Iraniani più o meno noti. E tutti riportano la stessa narrazione di un popolo che non si è esattamente compattato attorno al regime degli ayatollah. Poi mi dicono di scritte apparse sui muri di Teheran che inneggiano a Israele, un video in cui sotto le bombe la gente canta “morte a Khamenei”, un missile distrugge in diretta la potente tv di Stato iraniana che non può più trasmettere la sua verità…

Siamo arrivati ben al di là della follia, della propaganda, dell’assurdo che se un personaggio per cui non trovo definizioni come il beniamino solo di nome bombarda Teheran allora tanto male non deve essere, perché sono in molti, in medio oriente, a essere contenti che Giacobbe lo zoppo abbia attaccato l’Iran.

Sto a guardare pensando che continuo a non avere più parole. Semplicemente non so più interpretare quel che accade.

La Ginzburg, secondo Luminosa.

Annaaaa! L’holetto!
L’holettotuttodunfiato, Anna! Quell’articolo!!!
Eccheccazzo, Anna, non fare quella faccia!!!

*Ha un potere di strega, Luminosa, riesce a vedermi anche quando siamo al telefono, e lei parla tutta concitata, agitando le mani, come farfalle impazzite nell’aria, la notte, intorno a un lampione….*

L’articolo delLaStampa che mi avevi girato quel pomeriggio di caldo d’agosto! Assurdamenterovente!
Non puoi essertene dimenticata! C’era un caldo asfissiante che quasi si moriva e io ero nel bel mezzo di una scaldina con sudarella incorporata, maledettamenopausa!
E stavo studiando delle robe pallosissime, di una nuova tecnica di clampaggio aortico…
Anna. Voglio andare in pensione!
Ne ho le balle ricotte di aprire gente, come polli allo spiedo, per salvargli il cuore.
Comunque, dicevo. L’holettotuttodunfiato!
Conquellasensazione…
Quellasensazione che dici “cazzo, sta roba mi suona! Starobalaconosco… Nonèchel’hogiàletta? Magari da giovane?”. Magaridagiovane, Anna!!
Ma ti rendi conto di come parlo?
Sono vecchia cazzo!
Vecchia e con la testa di quando avevo vent’anni, che ero mattacomeuncavallo. E lo sono ancora! Che certe cose non è che ti passano, con l’età. Anzi, semmai peggiorano…
E mentre leggevo mi dicevo “eccheccazzo! (ok, lo dico sempre eccheccazzo, non è strano che l’abbia detto anche stavolta). Non è che l’ho letto alle medie?”.

*Luminosa è così. Inarginabile. Parte in quarta, ti investe con mille concetti… Ma stavolta, checcazzo (lo dico anch’io…) è peggio del solito. Un’urgenza comunicativa feroce…*

Te le ricordi le medie Anna? Con quella prof… Quella prof. di Italiano, fantastica… Come si chiamava?
Dai che te lo ricordi, tu non dimentichi mai un nome! Con quelle sue fotocopie… No, non le fotocopie, era ancora il ciclostile… Il ciclostile, che se ne parliamo ai nostri figli… Ci guardano come se stessimo parlando del medioevo, ci guardano! Con quella carta ruvida… E l’odore! L’odore dellacartaruvidadelciclostile, Anna. Che storie!!! E la prof ci portava quelle robe da leggere e… Era sempre tutta roba buona! Oh, macomeparlo??? Manco la prof. Cosmi fosse uno spacciatore!! Ecco! Cosmi! La Cosmi (era un cognome perfetto, per lei che ci regalava universi interi)!!!
Vedi che mi è tornato in mente! E se abbiamo letto e amato Calvino e Primo Levi e Pavese… è a lei che dobbiamo dire grazie.
Il Novecento, il Novecento recente (recente, poi, all’epoca era recente!) ma chi lo studiava? Eh? Era contemporaneo. Troppo. Come quando ti accorgevi che in terza liceo non ti avrebbero spiegato la Seconda Guerra mondiale o il Sessantotto ed era perché stavano ancora appena dietro l’angolo… Ci eravamo ancora immersi… E nessuno ci aveva ancora veramente fatto i conti… Non che adesso…
Comunque, la Ginzburg… Ero convinta di averlo letto alle medie quell’articolo sulle vacanze e la campagna e l’annoiarsi come frontiera tra l’esser bambini e il diventare grandi… E da che parte stavamo noi? Eravamo già vecchi da bambini e ci annoiavamo già, come certi ragazzini oggi. Minkia, Anna… Certi ragazzini oggi… Sono le stesse cose che diceva mia nonna (al netto delle parolacce, che a me piacciono dapazzi e per lei erano pekkato…). È che ci sembra di non capirli… Questo è. Ma basterebbe osservarli un po’ con attenzione per renderci conto che hanno i nostri stessi dubbi, le nostre stesse speranze, tutte quellestessecosecheavevamo anchenoi, a quell’età… Diobono, Anna, mi è preso l’embolo della vecchia zia…
Maledettamenopausa, tutta scaldine, sudarelle e lacrimucciafacile…
E l’ha scatenata la Ginzburg. Quelle sue parole lontane… Che poi l’ho scoperto da dove arrivano, perché il web raccoglie tutto, immagazzina tutto, conserva tutto… E lo tira fuori al momento giusto… Come il mago dal cilindro, con quel povero coniglio bianco terrorizzato dalle luci tutte puntate su di lui, coi suoi occhi rossi e il suo pelo soffice…
Anna… La Ginzburg… Ce l’ha insegnato lei che quelli che si amano hanno un vocabolario tutto loro… Che Cortázar non l’avevamo ancora letto. E anche quando l’abbiamo letto, la prima volta, quella storia di Olivares e la Maga, che quando scopavano parlavano il gliglico… C’è voluto un pezzo per fare i collegamenti, le analogie, le analogie tra le analogie…

Siamo onomaturghi, Anna, quando amiamo?
Ci curiamo con le parole? L’un l’altro?
Perché, vedi, quel pomeriggio afoso, che ero in montagna e si skiattava dal caldo pure lì, e io ero nel panico, perché non mi entrava in testa un kazzo di quel che stavo studiando, e SBAM!!! Anna ti ha mandato un WhatsApp. E nel WhatsApp c’era quell’articolo delLaStampa ed erano le parole della Ginzburg… Erano parole del 1971, LaStampa le aveva pubblicate allora e dopo, un qualche redattore a corto di idee, le aveva ripubblicate nel 1991. E eravamo all’università… Ed era nel ’91 che le avevo lette, la prima volta, non alle medie… Ma non vuol dire, perché in quel momento in cui le rileggevo, pubblicate la terza volta (oh, ma alLaStampa sono così privi di fantasia???), era come se le leggessi senza averle mai viste prima, ma arrivavano da te. Era come se me le dicessi tu, perché le avevi fatte tue e me le avevi regalate… E arrivavano proprio al momento giusto…

Ma tu ti annoi, Anna, l’estate? Quando non c’è niente da fare all’orizzonte e i giorni sono solo pomeriggi languidamente lunghi, con le cicale nelle orecchie e luce che acceca e l’odore delle foglie di fico… e la meta è l’attesa della sera, quando il cielo è fresco e a cantare cominciano i grilli…

al cinema! Una figlia, di Ivano de Matteo

Per rovinare un buon soggetto cinematografico è sufficiente trascurare i dettagli e affidare una delle parti principali a un attore non all’altezza.

Pietro è un tranquillo signore borghese che ha una seconda occasione dopo la morte della moglie. E questa seconda occasione è l’infermiera che si è presa cura della moglie nella parte terminale della sua vita.

Pietro ha anche una figlia adolescente, con cui ha vissuto in completa simbiosi dopo la vedovanza e che non sopporta l’arrivo della nuova compagna (a cui attribuisce anche delle responsabilità nella vicenda della madre) nella vita sua e del papà, tanto faticosamente ricostruita.

Poi succede che la ragazza ferisce la donna e fugge sconvolta. Se avesse chiamato subito i soccorsi forse la donna si sarebbe salvata.

Queste le premesse. Di qui si sviluppa la storia: l’interesse morboso dei media; l’elaborazione da parte di Pietro di un lutto che riguarda la morte fisica della donna che amava e quella sociale della figlia che non riesce più ad amare; la presa di coscienza da parte della ragazza di ciò che ha fatto; la carcerazione che si ritrova a fronteggiare, con giovani donne che hanno vite così distanti dalla sua… Il tutto, però, senza andare troppo in profondità, sorvolando a volo d’uccello i temi, importanti, messi sul piatto sin dalle prime scene.

Una buona idea di storia dicevo…

Ginevra Francesconi (la figlia) mostra doti di vera attrice. Stefano Accorsi è rimasto l’attor giovane che va bene per i tre minuti dello spot del Maxibon.