Tessere, mosaici, oggetti preziosi … Fotografie – Parte seconda

Dopodomani, 7 novembre 2019, il MoMA compie novant’anni. E non è mai stato così giovane.

Non è soltanto perché, per l’occasione, come ogni prima donna che si rispetti, si è regalato un lifting. Tutti lo sanno, ormai: dopo un’estate di lavori, il 21 ottobre ha riaperto i battenti con spazi infinitamente più ampi e completamente ripensati.

Ma i nuovi spazi non sono altro che la punta dell’iceberg. E sono al servizio di ben altro ripensamento, che detto per inciso arriva a valle di un dibattito interno durato oltre dieci anni, a costo di discussioni anche accese e di porte sbattute.

La strada per portare nel XXI secolo l’istituzione simbolo dell’arte del XX passa dall’osservazione del modo in cui fruiscono il museo, e quanto vi sta dentro, i post millennials, la Generation Z, cioè a dirsi i veri nativi digitali.
Insomma quelli nati tra il 1995 e il 2009.
E attenzione, che quelli successivi ci sono già!
I bambini con meno di dieci anni, quella 
Generation Alpha che ha già dato prova di essere profondamente diversa dalla Z dei fratelli maggiori.

E così si arriva a Zygmunt.
Baumann.
Con la sua “modernità liquida“, la marmellata in cui volenti o nolenti siamo ormai tutti immersi, ci apre gli occhi sul flusso continuo nel quale, mentre noi adulti annaspiamo, questi nostri meravigliosi ragazzi (lì in mezzo c’è pure mio figlio) sguazzano allegri.

Telefonino (smartphone!) sempre alla mano, surfano (“mamma, noi googliamo!” e certo), tra Zia Wiki, Maps, What’s app, Instagram, Youtube, Netflix e …
A noi non restano che le cose da vecchi (ed è incredibile quanto invece ci paiano mirabolanti modernità): FaceBook, Twitter, la pay tv … roba che nessuno di loro si sogna nemmeno di prendere in considerazione.

Si informano, in tempo reale.
Si confrontano gli uni con gli altri, su tutto.
Tengono insieme i pantaloni a zampa, la musica degli anni Ottanta, la trap.
Conversano amabilmente con Alexa (a me sta voce suadente che mi saluta non appena metto piede in casa fa un po’ impressione, mi pare una trovata alla Blade Runner).
Gli e-book per loro sono I libri.
All’università hanno il libretto elettronico e tutto il sapere è condiviso su piattaforma.
Sono ovunque, sempre, nello spazio e nel tempo, concetti questi che per loro non hanno certo il significato che avevano per me.

Per questo quelli del MoMA hanno deciso di scendere tra loro.

Al MoMA, dal 21 ottobre 2019, è in atto la rivoluzione.

Così, quando i direttori di ben sei dipartimenti (tra cui quello della fotografia), hanno lasciato il posto, sono stati sostituiti da capo curatori con conoscenze trasversali: basta con i compartimenti stagni! L’arte non può essere chiusa in cassetti che non comunicano tra di loro (mi sembra di sentir parlare la mia prof. di lettere del liceo …). Non si può sapere tutto di pittura e niente di architettura!

Così i vecchi concetti di appartenenza – storica, cronologica, ideologica … – non valgono più. L’unica ammessa è l’appartenenza al proprio tempo.

Così, al grido di “l’arte deve stare tra la gente” (e in particolare tra i giovani), i vecchi e un po’ pomposi capolavori sono scesi dai loro piedistalli, hanno preso le scale e si sono sistemati in una lunga galleria aperta a livello stradale sulla 53rd.
Come la vetrina di un negozio fa sì che tutti quelli che passeggiano per la via possano ammirare, gratuitamente, le opere d’arte esposte (e magari farsi venire la curiosità, e la voglia di pagare il biglietto ormai lievitato a 20$, di vedere che cosa c’è ai piani superiori).

Così ogni “ismo” è finito in soffitta.
Niente più “cubismo“, “espressionismo“, “fauvismo” … Nemmeno più un riferimento al “pop” (“popismo“?).
Tutti cancellati in un colpo solo e tutti sostituiti senza troppi rimpianti con roba del tipo “Dai Barattoli di Zuppa alle Salsicce Volanti“; “Design per la vita moderna“.
Per la gioia di tutti i liceali annoiati (dormienti o, quando svegli, intenti a studiare altre materie “più importanti“) durante l’ora di storia dell’arte.

E siccome i ragazzi si annoiano in fretta, tutto deve cambiare in fretta.
In un grande gioco di continua ricomposizione, il MoMA ha deciso che ogni sei mesi si riallestirà tutto.
Perché ogni opera d’arte DEVE avere la possibilità di dialogare con le sue sorelle, e così di andare oltre il proprio tempo, oltre il luogo in cui fu concepita.

Pitture, sculture, fotografie, arredi, oggetti di design, architetture (c’è persino una cucina tedesca montata in mezzo a una sala – è quel cubetto giallo e bianco che si vede al centro nella fotografia di sinistra) di ieri, di oggi, di un domani che è già quasi qui, senza distinzioni di sorta, immerse in un liquido semiotico, tessere di un mosaico in continua evoluzione, acquistano significato da chi le precede e ne conferiscono a chi le segue. Ed è fin troppo facile pensare all’Atlas di Richter.

Nella stessa sala, almeno per i prossimi sei mesi, convivono Les Demoiselles di Picasso e American People Series #20 Die di Faith Ringgold.
In un’altra, una scultura di Louise Bourgeois fa da controcanto a due tele del periodo rosa del grande maestro cubista. E non troverete scritto da nessuna parte né cubistaperiodo rosa! Troverete invece, poco oltre, accomunati dallo stesso nome, Henri Rousseau (Il Doganiere) in compagnia di Matisse …

Come in una moderna famiglia allargata al pranzo di Natale, dove la novantenne zia Adelaide (senza nemmeno sollevare un aristocratico sopracciglio di disapprovazione) ciacola amabilmente con Kevin, lo scanzonato e divertentissimo figlio della terza moglie del fratello minore della cugina di suo nipote, che ha un piercing al naso e una passione per i film di Tarantino.

It’s the flow, babe!

 

 

La furia e il tradimento

Lasciato Joan Fontcuberta dopo la lettura, intrigante e ricca di spunti di riflessione, de “La furia delle immagini”, lo ritrovo il 13 giugno 2019 di persona, a Torino, da Camera – Centro Italiano per la Fotografia, in una sonata a quattro mani con Walter Guadagnini, che di quell’Istituzione è il direttore.

René Magritte, L’image parfaite, 1928 – Man Ray, Ma dernière photographie, 1929

I toni apocalittici cui ci ha abituato con le sue teorie post-fotografiche non si sono certo smorzati e, anzi, la sua riflessione attuale si spinge ancora oltre, prendendo in considerazione, oltre alla furia delle immagini, la loro possibile (probabile? certa?) attitudine al tradimento.

Però, però …

La sindrome dell’erinni fedifraga, a ben guardare, la fotografia ce l’ha nel DNA.

Perché non è certo il professore catalano quello che per primo si è accorto che le foto hanno la tendenza a moltiplicarsi esponenzialmente e a raccontare, se non proprio fiere balle, quanto meno quella che, in omaggio (come è d’obbligo in questi giorni) a Camilleri, mi piace chiamare la “mezza messa”.

A parte il fatto che non ho ancora ben capito se è il fotografo a essere bulimico o il mezzo fotografico a indurre la bulimia (un po’ come quando mi chiedo se chi è aggressivo al volante acquista un’auto “prestazionale” o, al contrario, è l’avere un’auto di quel tipo che induce l’aggressività alla guida) …

In ogni caso, a voler essere pignoli, già nel 1859 (a pochi decenni dall’invenzione che cambierà il mondo e non soltanto il modo di guardarlo) Baudelaire si scaglia contro le innumerevoli immagini che il mezzo meccanico è pronto a sputare a raffica nell’orbe terracqueo, grazie alla facilità di produzione.

Italo Calvino, dal canto suo, nel 1955 rincara la dose con quel racconto pungente e meraviglioso che è “L’avventura di un fotografo”, facente parte, non a caso, della raccolta “Gli amori difficili” (e io direi impossibili).

E’ l’industrializzazione, tesoro!

Sembra quasi impossibile che sia esistito un mondo in cui le cose (i quadri, i vestiti, le sedie …) erano pezzi unici, usciti dalle mani pazienti di industriosi artigiani (ah! bei tempi andati!) appassionati e orgogliosi della loro arte.

L’industria vuole velocità e capacità di replica infinita. Chiede di produrre nel più breve tempo possibile innumerevoli pezzi (migliaia di stampe fotografiche, migliaia di auto, migliaia di frullatori) tutti uguali l’uno all’altro. Anzi, la perfetta ripetibilità non solo è auspicabile, è garanzia di qualità. Infatti negli anni ’80 storcevamo il naso di fronte alle FIAT Ritmo, ognuna con la sua spiccata personalità, di cui non si era mai certi di beccare l’esemplare giusto … “eh … ti è andata male, ti è capitata quella fallata”. Significava che nel processo produttivo qualcosa non andava per il verso giusto.

Ma sto divagando.

Per tornare alla fotografia e alle fotografie, Fontcuberta suggerisce, per non rimaner sommersi dalla loro eccessiva quantità, di pescare nel flusso impetuoso e infinito che genera l’oceano di immagini, indifferentemente da noi o da altri prodotte, quelle che più ci interessano, per ricomporle poi, usandole come tasselli di un puzzle, secondo un senso che è solo nostro.

E fin qui tutto bene. Forse.

Solo che, se mi fermo a riflettere, mi rendo conto che già la fotografia in sé è un fermo, un pescare nel flusso.

Il mondo mi scorre incessante sotto agli occhi e, almeno finché li tengo aperti, le immagini che mi si materializzano nel cervello grazie al processo della visione sono esse stesse innumerevoli, frutto dell’assemblaggio degli altrettanto innumerevoli sguardi mobili che ho posato su tutto quanto mi circonda, ciascuno della durata di un infinito istante (grazie Geoff!) infinitesimale.

Non so se mi sono capita …

In sostanza, proprio fotografando, pesco! Perché tiro fuori dal fluire del mio guardare quello che mi interessa.

E ma se le cose stanno così, allora forse devo capire perché pesco così tanto già all’origine, perché, maledizione!, da quando ho quell’aggeggio in tasca tutto, dalle cernie alle camere d’aria, mi sembra degno di finire nella mia rete!

Oddio. A essere sincera è così sul momento. Perché se invece lascio passare un po’ di tempo, l’amore incondizionato per la maggior parte degli infiniti istanti immortalati, che tutto subito mi sembravano imprescindibili e indimenticabili, svanisce.

Quindi? Mi devo trattenere?

Credo che il problema non stia nella quantità di fotografie che scattiamo (che, beninteso, sono davvero tantissime) ma nella quantità di fotografie che esibiamo.

Perché il punto è che è svanito il pudore. In quest’epoca in cui tutto è esibito, mostrato, non ci si imbarazza di nulla, nemmeno di andare in giro con i pantaloni a vita così bassa che finiamo con l’avere il sedere di fuori, nemmeno di raccontare ai quattro venti qualsiasi dettaglio personale.

Crediamo davvero che le fotografie che conosciamo di HCB siano le sole che ha fatto? Tutte perfette e degne. Senza mai sbagliare un colpo.

No! Sono, invece, le sole che ha mostrato.

Lui stesso era uso dire che le prime diecimila (diecimila!) che aveva scattato non valevano nulla. Che fine hanno fatto? Le ha tenute ben nascoste.

Passando poi alla spiccata tendenza verso la menzogna, siamo davvero sicuri che anche questa sia una scoperta recente?

E’ vero, la fotografia fa l’ingenua. Ci lascia credere che tutto ciò che ci mostra è la pura verità. E’ così brava ad immedesimarsi nel personaggio che interpreta che tutti, sin da quando era in culla, sono stati sempre ben disposti ad accordarle credito.

Hanno voglia fior fior di critici e pensatori e filosofi dal metterci in guardia (autentiche bugie, mentitori fotografi, falsi obiettivi …). Niente da fare.

Noi osserviamo le fotografie e ogni volta ci stupiamo a pensare “WOW! Ma dov’è questo posto così meraviglioso dove si vede la via lattea in tutto il suo splendente splendore?” (o altre simili domande che da sempre ci assillano insieme a quella, sempre verde, circa l’età del nostro parrucchiere – a proposito, io l’età di Nicola la conosco benissimo, ha due anni più di me).

Eppure non è mica da oggi che le fotografie (ma forse sarebbe meglio chiamarle immagini, a questo punto) vengono manipolate per far vedere esattamente quello che il fotografo vuole metterci sotto il naso.

Furboni senza scrupoli, alla fine dell’Ottocento, contrabbandavano per autentici ectoplasmi i fantasmi ottenuti (non si creda sempre per clamoroso errore) dalle doppie esposizioni della lastra, così inscenavano sedute spiritiche per intortare non solo tremebonde vecchine.

Per non parlare di quelle due monelle di Elsie Wright e Frances Griffiths che avevano fotografato nelle campagne di Cottingley nientemeno che delle fatine. Erano state così brave che ci era cascato persino Sir Arthur Conan Doyle, che così dimostrava di non avere l’acume del suo più famoso investigatore.

Oggi con la tecnica GAN si inventano di sana pianta fotografie assolutamente credibili che ritraggono volti di persone inesistenti, semplicemente prendendo a prestito un pezzetto di sopracciglio da una foto “vera”, il profilo di un naso da un’altra e avanti così.

Ma ancora una volta, fermiamoci a riflettere.

Che cosa faceva il pittore? Trasferiva sulla tela un mondo che non necessariamente corrispondeva al reale.

Qualcuno si è scandalizzato che alla scuola di Atene Raffaello abbia messo i filosofi fianco a fianco l’uno dell’altro anche se in realtà non si erano mai conosciuti? E mi consta che nessuno si sia mai lamentato per la raffigurazione del vescovo Ecclesio, in San Vitale a Ravenna, ai piedi del Cristo. Eppure è certo che, quantomeno in vita, egli non ci sia mai stato.

E’ tutto un grande gioco. Dovremmo prenderci meno sul serio.

Bibliografia:
Italo Calvino, Gli amori difficili, ed. Einaudi – Torino – coll. Gli Struzzi, 1970
Charles Baudelaire, Le public moderne et la photographie, ètudes photographique, n. 6, mai 1999
Geoff Dyer, L’infinito istante, ed. Einaudi – Torino, 2007
Clément Chéroux, L’errore fotografico, Piccola Biblioteca Einaudi, 2009

BUONGIORNO!

… una pratica sovversiva diventava una corrente artistica. Una corrente artistica, va detto, che mettendo in forma attuale quella critica al concetto di originale, faceva del dibattito sull’autorialità e sulla figura dell’autore la sua raison d’être. Sherrie Levine lo diceva a gran voce: “Possiamo solo imitare i gesti che sono sempre anteriori, mai originali … Il significato di un’immagine non sta nella sua origine ma nella sua destinazione. Bisogna lasciare campo libero alla nascita dello spettatore a costo della morte dell’artista”. E’ vero però che l’appropriazione si poteva praticare con differenti metodi e a diversi livelli. Per fare un esempio, prendiamo l’opera di Edward Weston, i suoi nudi marmorei e le sue sensuali nature morte. Robert Mapplethorpe fagocita il suo stile, la luce, l’approccio erotico. Sherrie Levine, invece, riproduce direttamente alcune opere di Weston che, in quanto immagini oggetto, vanno a ingrossare le fila del fotografabile. Sebbene con gradi differenti, in entrambe i casi si ha un’usurpazione del ruolo dell’autore e uno spossessamento artistico …

Joan Fontcuberta, La Furia delle Immagini, Einaudi, 2018