buongiorno!

Tea Zanetti, Azul – Dicembre 2021

Jacque Derrida invita i lettori a pensare come se fossero in viaggio, o più esattamente a «pensare di viaggiare». Ciò significa pensare a quell’esclusiva attività del partire, dell’allontanarsi dal chez soi, dell’andare lontano, verso l’ignoto, affrontando tutti i rischi, i piaceri e i pericoli che l’ignoto ha in serbo (anche il rischio di non tornare).

Derrida è ossessionato dall’idea di «essere lontano». Ci sono buoni motivi di ritenere che tale ossessione sia nata allorché il dodicenne Jacques fu espulso dalla scuole che nel 1942 ricevette l’ordine dall’amministrazione di Vichy del Nord Africa di cacciare tutti gli scolari ebrei. Iniziò così il suo esilio perpetuo. Da allora, Derrida ha diviso la propria vita tra Francia e Stati Uniti. In America era un Francese; in Francia, tuttavia, per quanto si sforzasse l’accento algerino della sua infanzia continuava di tanto in tanto a trapelare dal suo squisito eloquio francese, svelando così un pied noir abilmente nascosto dietro la sottile aura di professore della Sorbona (questo è il motivo, pensa qualcuno, per cui Derrida giunse a teorizzare la superiorità della parola scritta e creò il mito eziologico di tale superiorità a supporto dell’asserzione assiologica). Culturalmente Derrida sarebbe rimasto sempre un «apolide» Ciò tuttavia non significò essere privi di una madrepatria culturale. Al contrario: essere «culturalmente apolide» significava avere più di una madrepatria, costruirsi una casa propria sui crocevia tra culture diverse.

Zygmunt Bauman, Modernità liquida

Tessere, mosaici, oggetti preziosi … Fotografie – Parte seconda

Dopodomani, 7 novembre 2019, il MoMA compie novant’anni. E non è mai stato così giovane.

Non è soltanto perché, per l’occasione, come ogni prima donna che si rispetti, si è regalato un lifting. Tutti lo sanno, ormai: dopo un’estate di lavori, il 21 ottobre ha riaperto i battenti con spazi infinitamente più ampi e completamente ripensati.

Ma i nuovi spazi non sono altro che la punta dell’iceberg. E sono al servizio di ben altro ripensamento, che detto per inciso arriva a valle di un dibattito interno durato oltre dieci anni, a costo di discussioni anche accese e di porte sbattute.

La strada per portare nel XXI secolo l’istituzione simbolo dell’arte del XX passa dall’osservazione del modo in cui fruiscono il museo, e quanto vi sta dentro, i post millennials, la Generation Z, cioè a dirsi i veri nativi digitali.
Insomma quelli nati tra il 1995 e il 2009.
E attenzione, che quelli successivi ci sono già!
I bambini con meno di dieci anni, quella 
Generation Alpha che ha già dato prova di essere profondamente diversa dalla Z dei fratelli maggiori.

E così si arriva a Zygmunt.
Baumann.
Con la sua “modernità liquida“, la marmellata in cui volenti o nolenti siamo ormai tutti immersi, ci apre gli occhi sul flusso continuo nel quale, mentre noi adulti annaspiamo, questi nostri meravigliosi ragazzi (lì in mezzo c’è pure mio figlio) sguazzano allegri.

Telefonino (smartphone!) sempre alla mano, surfano (“mamma, noi googliamo!” e certo), tra Zia Wiki, Maps, What’s app, Instagram, Youtube, Netflix e …
A noi non restano che le cose da vecchi (ed è incredibile quanto invece ci paiano mirabolanti modernità): FaceBook, Twitter, la pay tv … roba che nessuno di loro si sogna nemmeno di prendere in considerazione.

Si informano, in tempo reale.
Si confrontano gli uni con gli altri, su tutto.
Tengono insieme i pantaloni a zampa, la musica degli anni Ottanta, la trap.
Conversano amabilmente con Alexa (a me sta voce suadente che mi saluta non appena metto piede in casa fa un po’ impressione, mi pare una trovata alla Blade Runner).
Gli e-book per loro sono I libri.
All’università hanno il libretto elettronico e tutto il sapere è condiviso su piattaforma.
Sono ovunque, sempre, nello spazio e nel tempo, concetti questi che per loro non hanno certo il significato che avevano per me.

Per questo quelli del MoMA hanno deciso di scendere tra loro.

Al MoMA, dal 21 ottobre 2019, è in atto la rivoluzione.

Così, quando i direttori di ben sei dipartimenti (tra cui quello della fotografia), hanno lasciato il posto, sono stati sostituiti da capo curatori con conoscenze trasversali: basta con i compartimenti stagni! L’arte non può essere chiusa in cassetti che non comunicano tra di loro (mi sembra di sentir parlare la mia prof. di lettere del liceo …). Non si può sapere tutto di pittura e niente di architettura!

Così i vecchi concetti di appartenenza – storica, cronologica, ideologica … – non valgono più. L’unica ammessa è l’appartenenza al proprio tempo.

Così, al grido di “l’arte deve stare tra la gente” (e in particolare tra i giovani), i vecchi e un po’ pomposi capolavori sono scesi dai loro piedistalli, hanno preso le scale e si sono sistemati in una lunga galleria aperta a livello stradale sulla 53rd.
Come la vetrina di un negozio fa sì che tutti quelli che passeggiano per la via possano ammirare, gratuitamente, le opere d’arte esposte (e magari farsi venire la curiosità, e la voglia di pagare il biglietto ormai lievitato a 20$, di vedere che cosa c’è ai piani superiori).

Così ogni “ismo” è finito in soffitta.
Niente più “cubismo“, “espressionismo“, “fauvismo” … Nemmeno più un riferimento al “pop” (“popismo“?).
Tutti cancellati in un colpo solo e tutti sostituiti senza troppi rimpianti con roba del tipo “Dai Barattoli di Zuppa alle Salsicce Volanti“; “Design per la vita moderna“.
Per la gioia di tutti i liceali annoiati (dormienti o, quando svegli, intenti a studiare altre materie “più importanti“) durante l’ora di storia dell’arte.

E siccome i ragazzi si annoiano in fretta, tutto deve cambiare in fretta.
In un grande gioco di continua ricomposizione, il MoMA ha deciso che ogni sei mesi si riallestirà tutto.
Perché ogni opera d’arte DEVE avere la possibilità di dialogare con le sue sorelle, e così di andare oltre il proprio tempo, oltre il luogo in cui fu concepita.

Pitture, sculture, fotografie, arredi, oggetti di design, architetture (c’è persino una cucina tedesca montata in mezzo a una sala – è quel cubetto giallo e bianco che si vede al centro nella fotografia di sinistra) di ieri, di oggi, di un domani che è già quasi qui, senza distinzioni di sorta, immerse in un liquido semiotico, tessere di un mosaico in continua evoluzione, acquistano significato da chi le precede e ne conferiscono a chi le segue. Ed è fin troppo facile pensare all’Atlas di Richter.

Nella stessa sala, almeno per i prossimi sei mesi, convivono Les Demoiselles di Picasso e American People Series #20 Die di Faith Ringgold.
In un’altra, una scultura di Louise Bourgeois fa da controcanto a due tele del periodo rosa del grande maestro cubista. E non troverete scritto da nessuna parte né cubistaperiodo rosa! Troverete invece, poco oltre, accomunati dallo stesso nome, Henri Rousseau (Il Doganiere) in compagnia di Matisse …

Come in una moderna famiglia allargata al pranzo di Natale, dove la novantenne zia Adelaide (senza nemmeno sollevare un aristocratico sopracciglio di disapprovazione) ciacola amabilmente con Kevin, lo scanzonato e divertentissimo figlio della terza moglie del fratello minore della cugina di suo nipote, che ha un piercing al naso e una passione per i film di Tarantino.

It’s the flow, babe!

 

 

Al cinema! Il ritratto negato. Andrzej Wajda

Powidoki – Il ritratto negato. Andrzej Wajda, 2016

 

Che cosa resta dell’arte se non le si permette di esprimersi in tutta la sua forza visionaria e orientata verso la fantasia e il futuro?

L’arte sovietica e comunista degli anni Cinquanta del secolo scorso assomiglia sinistramente a quella propagandata dalla Germania nazista pochi decenni prima.

Perché le dittature sono ossessionate e terrorizzate dalla potenza dell’immaginazione e quindi tutto ciò che la celebra è degenerato e va soppresso.

Strzeminski continua a dipingere. Anche se la Prima Guerra Mondiale gli ha portato via un braccio e una gamba, anche se il comunismo tenta di portargli via ogni residua possibilità di vivere, ad eccezione della vita. In un crescendo di divieti e di privazioni, resiste senza mai perdere la dignità, nemmeno quando è costretto a leccare il fondo della minestra rimasto sul piatto e a mandare la figlia in orfanotrofio per garantirle un pasto e un tetto.

Il testamento di Wajda si apre e si chiude con due metafore del colore che rappresentano i due atti supremi dell’uomo quando si tenta di annientarlo: la resistenza e la ribellione. L’ombra rossa del comunismo, sotto forma di gigantografia di Stalin, si stende sul quadro che sta nascendo sulla tela e l’artista la squarcia con la sua stampella; i fiori bianchi che immerge nel colore blu per portarli sulla tomba della moglie (la scultrice Katarzyna Kobro) come ultimo gesto.

E sullo sfondo le sue teorie sull’atto del guardare, sull’immagine residua, sul dovere di scegliere.

Un film immenso.

 

BUONGIORNO!

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Ultima cena, David LaChapelle, 

 

Modigliani afferma invece con notevole determinazione due tesi che, con una certa cautela, possiamo prendere come idee-guida della sua futura attività: la preminenza dello stile, da lui definito “l’unico vocabolario” in grado di dar corpo a un’idea, nonché la sua convinzione che se lo stile stabilisce il valore di un’opera “distaccata dall’individuo”, allora poco contano le vicende attraverso le quali è venuta al mondo.

Modigliani – L’ultimo romantico, Corrado Augias

 

BUONGIORNO!

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Cabbage leaf, Edward Weston, 1931

Sempre, quando le parole “arte” e “artistico” vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questi termini. Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni. La maggior parte dei fotografi vanno ancora alla ricerca dell’effetto “artistico”, imitando altri mezzi di espressione grafica. Il risultato è un prodotto ibrido che non riesce a dare al loro lavoro le caratteristiche più valide che dovrebbe avere: la qualità fotografica. Negli anni recenti si è molto discusso se la fotografia possa o non possa essere un lavoro artistico comparabile alle altre creazioni plastiche. Naturalmente ci sono molte opinioni diverse. Ci sono quelli che accettano veramente la fotografia come mezzo d’espressione alla pari con qualsiasi altro, e altri che continuano a guardare in modo miope al ventesimo secolo con gli occhi del diciottesimo, incapaci di accettare le manifestazioni della nostra civiltà meccanica. Ma per noi che usiamo la macchina fotografica come uno strumento, proprio come il pittore usa il pennello, queste diverse opinioni non hanno importanza.

Noi abbiamo l’approvazione di coloro che riconoscono i meriti della fotografia nei suoi aspetti multipli e l’accettano come il più eloquente,il più diretto mezzo per fissare, per registrare l’epoca presente. Sapere se la fotografia sia o non sia arte importa poco. Ciò che è importante è distinguere tra buona e cattiva fotografia. Per buona si intende quel tipo di fotografia che accetta tutte le limitazioni inerenti la tecnica fotografica e usa al meglio le possibilità e caratteristiche che il medium offre. Per cattiva fotografia si intende ciò che è fatto, si potrebbe dire, con una specie di complesso d’inferiorità, senza apprezzare ciò che la fotografia in se stessa offre, ma al contrario ricorrendo ad ogni sorta di imitazioni. Le fotografie realizzate in questo modo danno l’impressione che l’autore quasi si vergogni di fotografare la realtà, cercando quasi di nascondere l’essenza fotografica stessa della sua opera, con trucchi e falsificazioni che può apprezzare soltanto chi possiede un gusto deviato. La fotografia, proprio perché può essere prodotta solo nel presente e perché si basa su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina fotografica, rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento. Se a questo si aggiungono sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un’idea chiara sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico, credo che il risultato sia qualcosa che merita un posto nella produzione sociale, a cui tutti noi dovremmo contribuire.

Tina Modotti, Sobre la fotografia, in Mexican Folkways, ottobre-dicembre 1929