buongiorno!

Tea Zanetti, Azul – Dicembre 2021

Jacque Derrida invita i lettori a pensare come se fossero in viaggio, o più esattamente a «pensare di viaggiare». Ciò significa pensare a quell’esclusiva attività del partire, dell’allontanarsi dal chez soi, dell’andare lontano, verso l’ignoto, affrontando tutti i rischi, i piaceri e i pericoli che l’ignoto ha in serbo (anche il rischio di non tornare).

Derrida è ossessionato dall’idea di «essere lontano». Ci sono buoni motivi di ritenere che tale ossessione sia nata allorché il dodicenne Jacques fu espulso dalla scuole che nel 1942 ricevette l’ordine dall’amministrazione di Vichy del Nord Africa di cacciare tutti gli scolari ebrei. Iniziò così il suo esilio perpetuo. Da allora, Derrida ha diviso la propria vita tra Francia e Stati Uniti. In America era un Francese; in Francia, tuttavia, per quanto si sforzasse l’accento algerino della sua infanzia continuava di tanto in tanto a trapelare dal suo squisito eloquio francese, svelando così un pied noir abilmente nascosto dietro la sottile aura di professore della Sorbona (questo è il motivo, pensa qualcuno, per cui Derrida giunse a teorizzare la superiorità della parola scritta e creò il mito eziologico di tale superiorità a supporto dell’asserzione assiologica). Culturalmente Derrida sarebbe rimasto sempre un «apolide» Ciò tuttavia non significò essere privi di una madrepatria culturale. Al contrario: essere «culturalmente apolide» significava avere più di una madrepatria, costruirsi una casa propria sui crocevia tra culture diverse.

Zygmunt Bauman, Modernità liquida

BUONGIORNO!

Courtesy of Modernbook Gallery
Fan Ho

Kin-Fo, ridiventato perfettamente calmo, si era sdraiato ancora sul divano ed esaminava, da uomo cui nulla stringe, la lettera giunta da otto giorni. Era indispettito con Sun per la sua negligenza, non per il ritardo. In che cosa mai poteva interessarlo una lettera qualunque? Essa non sarebbe stata la benvenuta, se non nel caso in cui gli cagionasse un’emozione. Una emozione, a lui!

La guardava dunque, ma distrattamente.

La busta, fatta d’una tela impeciata, mostrava sull’indirizzo e sul rovescio diversi francobolli di color vinoso e cioccolata, portanti in calce a un ritratto d’uomo le cifre di due e di sei cents.

Ciò indicava che essa veniva dagli Stati Uniti

– Bene! – esclamò Kin-Fo stringendosi nelle spalle, – una lettera del mio corrispondente di San Francisco!

E buttò la lettera in un angolo del divano.

Le avventure di un cinese in Cina, Jules Verne

 

BUONGIORNO!

oznor
Le Cirque de la Lune, Teresa Zanetti, 2018

La festa consiste in una rappresentazione teatrale rievocativa dell’anno 1091, che però rovescia completamente la storia e il senso della storia stessa. Secondo questa rappresentazione, sarebbero stati gli Arabi a tentare la conquista di Sicilia e i Normanni a ricacciarli indietro. Vale a dire l’esatto contrario della realtà dei fatti. Probabilmente alla base della leggenda dev’esserci stata un’incursione di corsari saraceni spacciata per tentativo di re-conquista da parte degli Arabi. Insomma, non si capisce. In ogni caso, nel pieno della battaglia fra il condottiero maomettano Belcane e il cattolicissimo Conte Ruggero, a dirimere la questione si narra che intervenne personalmente lei, la tutt’altro che beata, e anzi bellicosissima, Vergine delle Milizie. Con un arbitro così di parte, Belcane ritirò la squadra e i cristiani vinsero facilmente a tavolino. Fine della (sacra) rappresentazione.

Roberto Alajmo, L’arte di annacarsi – un viaggio in Sicilia