Ma guarda dove guardi!

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso (ma quanto fa effetto tutto questo specificare che stiamo parlando del secolo scorso?!) andavano di moda (cioè erano entrati nell’occhio della gente che si stava abituando a vederli) i pantaloni “a vita bassa” (lo so, mi ossessionano, ne parlo in continuazione!).

La “vita” era, in certi casi, così bassa che, in un profluvio di perizomi, allegre natiche avevano invaso le strade di questa parte del mondo che chiamiamo “Occidente”.

Naturalmente, come sempre accade con le novità giovanili, qualche persona un po’ più attempata (o un po’ più inibita, o maliziosa, chissà) considerava fuori luogo la moda corrente.

Muovevo allora i miei primi passi in Tribunale e uno dei processi che mi trovai ad affrontare vedeva come imputata una giovane scostumata accusata, da un’anziana signorina, “del delitto di cui all’art. 527 c.p. (atti osceni in luogo pubblico, n.d.r.), per aver ostentato le proprie terga” (magia della lingua tecnico giuridica!) indossando, in pubblico appunto, un paio di pantaloni che non lasciavano alcuno spazio all’immaginazione.

Forse, più correttamente, il fatto si sarebbe dovuto ricondurre nell’alveo del meno grave reato contravvenzionale (ma come scrivo??? Sembro me stessa quando indosso la toga!!!) di cui all’art. 726 c.p. (atti contrari alla pubblica decenza), in ogni caso la giovane venne assolta con formula piena (cioè perché il fatto non sussiste).

Ma che cosa era accaduto?

Il sentimento di pubblica decenza, di oscenità, di volgarità … ha un confine liquido, che scivola inesorabile nello spazio e nel tempo spostandosi in avanti (e indietro) mano a mano che ci abituiamo (e disabituiamo) alla vista di quello che entra nei nostri occhi.

Si tratta, in buona  sostanza, di assuefarsi ad un bombardamento ottico.

Tanto è vero che nel momento in cui scrivo i due reati in questione sono stati depenalizzati.

Chi è un po’ più vecchiotto, come la sottoscritta, di certo ricorderà quanto fosse sconvolgente, all’epoca del conflitto in Vietnam, vedere scorrere (magari all’ora di cena) sugli schermi dei primi televisori a colori le immagini che i TG diffondevano di quella guerra. Oggi nessuno fa una piega assistendo alle scene splatter dei film di Quentin Tarantino che, proprio perché grandguignolesche, tuttalpiù risultano grottesche, quando non decisamente ridicole.

Tutto questo pistolotto iniziale per una riflessione intorno a una fotografia che mi è capitato di vedere in questi giorni su Instagram (chi mi conosce sa quanto IG mi piaccia per il senso di assoluta ubiquità spazio-temporale che instilla).

Si tratta di una foto appartenente al genere “streetphotography” che, come mi ha insegnato il mio Maestro, ovviamente non esiste (parliamo di fotografia, perbacco! La cosiddetta classificazione in generi serve, al principiante, per orientarsi e, ai circoletti fotografici, che inesorabilmente odorano di muffa, per far sentire ai loro adepti che “siam tutti critici fotografici”).

La streetphotography, per come è attualmente intesa dalla maggior parte delle persone, è un modo pittoresco di affrontare la fotografia, giocando a fare Pierino in una classe in cui l’allievo più educato è quello che si infila le dita nel naso per ricavare il materiale con cui preparare palline da sparare a manca e a destra. Un modo che, solo apparentemente, assolve il fotografo da qualsiasi mancata giustificazione del suo operato. “Stava in strada, era lì alla portata di tutti, io l’ho semplicemente notata e catturata” (la fotografia come operazione predatoria personalmente a me disturba, ma questo naturalmente è un problema tutto mio).

Nella foto di cui parlo una donna di spalle (e questo, se fossimo in ambito processuale, dovrebbe giocare come prova a discarico del fotografo), ripresa a figura intera, passeggia per strada, le natiche, esuberanti per il ridotto slip che indossa, appena velate da un nero pareo trasparente che, anziché nasconderle, le evidenzia. Le caviglie sono gonfie, i capelli sono sporchi, l’abbigliamento dimesso e malamente abbinato a un paio di ciabattine in gomma ormai scalcagnate e una clutch che fa molto matrimonio anni Settanta. L’impressione generale è quella di sciatteria, non certo di grazia sensuale.

Il contesto della foto è incomprensibile, non si riesce a capire dove ci si trovi. Questo aspetto, apparentemente insignificante, a mio parere è invece importante. Quanto divergerebbero, infatti, le nostre opinioni in merito se lo conoscessimo? Probabilmente riterremmo l’abbigliamento del tutto fuori luogo (io lo farei), se sapessimo che la scena si svolgeva in una città come Torino mentre, per converso, lo giustificheremmo se si fosse trattato di una cittadina turistica, magari al mare, come Alassio.

Come era prevedibile (certe operazioni non sono mai del tutto innocenti) la pubblicazione dello scatto si è portata appresso una serie di commenti (non tutti edificanti).

E dire che non sono una bacchettona. Produco e pubblico, tra le altre, anche fotografie che forse si potrebbero definire “sensuali”. Ma il soggetto e l’oggetto di quelle fotografie (fotografa e fotografata) sono sempre io. Il corpo che decido di mostrare (o di non mostrare) è sempre il mio.

Mi domando quanti, tra coloro che hanno commentato, avrebbero avuto lo stesso coraggio che hanno dimostrato stando dietro alla tastiera, se quella donna se la fossero trovata davanti in carne e ossa. Perché, ecco, uno dei pericoli della fotografia è proprio quello di trasformare il soggetto in oggetto e così spersonalizzarlo. Lasciando la sensazione di poter dirne qualsiasi cosa perché, in fondo, non si sta commentando una persona reale (che magari ha pure dei sentimenti) se ne sta, piuttosto, commentando il simulacro.

Mi domando anche se l’autore ha avuto il coraggio di mostrare alla sua inconsapevole modella la fotografia che le ha scattato mentre lei passeggiava per conto proprio e se ha ottenuto la liberatoria per la pubblicazione.

Se la risposta fosse affermativa, la mia riflessione si chiuderebbe qui.

Supponiamo un attimo che invece no, il consenso non lo abbia ottenuto.

Che cosa ne penserebbe quella donna se sapesse di essere stata fotografata e portata alla ribalta, senza il suo permesso, su una delle piattaforme più frequentate al mondo e di essere stata commentata?

Non mi nascondo che questo potesse anche essere esattamente il suo intento.

In fondo, si potrebbe sostenere, se te ne vai in giro con quel tipo di abbigliamento, lo metterai pur in conto che a qualcuno potrebbe venire in mente di fotografarti e quindi esibirti.

Però forse anche no.

Forse una persona ha tutto il diritto di andarsene in giro abbigliata come meglio ritiene senza che questo debba essere inteso come un consenso a priori all’uso della sua immagine, qualsiasi sia lo scopo, prescindendo dalla sua espressa approvazione.

La Cassazione (ma perché devo sempre ridurre tutto a un discorso giuridico?) ritiene lecito fotografare soggetti all’aria aperta e in luoghi pubblici (ormai nemmeno più considera illecita l’attività di fotografare o riprendere persone o situazioni visibili senza aggirare i normali ostacoli predisposti dall’interessato per impedire ad altri di intromettersi nella propria vita privata).

Quanto detto sin qui, però, riguarda unicamente l’attività di mera fotografia.

La pubblicazione, l’esposizione e, più oltre ancora, come è facilmente intuibile, la commercializzazione di questo tipo di immagini sono altra cosa. Una cosa che, tra l’altro, in ipotesi di assenza di consenso espresso del soggetto ritratto, incontra il limite invalicabile della sua non riconoscibilità. Non deve cioè essere possibile risalire alla sua identità nemmeno attraverso “altri elementi identificativi” (quelli diversi dal volto, per intenderci).

Tra l’altro, affinché scatti il divieto alla pubblicazione, è sufficiente che anche solo una persona, attraverso quegli “altri elementi identificativi”, sia in grado di individuare il soggetto fotografato.

Ora però, un determinato tipo di abbigliamento, una costituzione fisica ben specifica, la foggia di un’acconciatura, il tipo di andatura … costituiscono tutti, almeno a mio modo vedere, “altri elementi identificativi” attraverso cui è ben possibile risalire all’identità della persona fotografata.

Magari quella donna nei luoghi in cui si svolge la sua quotidianità è sempre perfetta e si era concessa una “giornata di svacco totale” in cui andare, in tutta libertà, a farsi una passeggiata, in una giornata di vacanza, in un luogo in cui era certa di non incontrare nessuno degli appartenenti alla sua cerchia di conoscenze.

Invece un fotografo la immortala e poi la espone allo sguardo di circa ottocento milioni di potenziali conoscenti …

NEWTON, Helmut o l’immaginario erotico del figlio di un fabbricante di bottoni

Oggi avevo le dita in fibrillazione dalla voglia di scrivere qualcosa.
Di scrivere qualcosa di CATTIVO.

Il destro me l’ha fornito il buon Fulvio Bortolozzo.
I trenta lettori che mi seguono – e già, ho superato Manzoni! – sanno che lo considero uno dei miei maestri (se non proprio IL mio maestro).
Ieri sera mi è arrivata la notifica del suo articolo “Le pere di Newton”

scritto a valle del vernissage per la mostra di Helmut Newton, appunto, che proprio ieri ha aperto i battenti alla GAM di Torino.

Premesso che, per quanto sono strega, l’avrei intitolato “Le (o)pere di Newton“, ma questa è un’altra storia … Non fosse stato per la sua chiosa “E le donne che vedranno la mostra? Aspetto con curiosità di sentire la loro voce“, io a vedere la mostra di Newton non sarei nemmeno andata (mi era bastata – avanzata – la super completa di Rivoli, alla fine degli anni Novanta, del Novecento …).

A me Newton non è che sia mai piaciuto troppo. Non ne metto in discussione la capacità di fotografo. Certo era uno che sapeva usare la macchina fotografica. Non mi sognerei mai di dire il contrario. Sono i contenuti che mi “infastidiscono” (tanto per usare un eufemismo).

Sarà che sono figlia di un soldato e le cose ho imparato presto a chiamarle con il loro nome proprio, anche quelle brutte, come ad esempio La Morte.
Sarà che ultimamente frequento troppi aristocratici, da Gillo Dorfles a Herman Broch, senza scordar De Sade … Come dite? Sono tutti passati a miglior vita? Lo so, ma che ci volete fare? Se uno fa bene il proprio lavoro (scrive bene, dipinge bene, pensa bene …) non è che dopo la sepoltura quel che ha detto e fatto non vale più!

Sarà quel che sarà, come diceva la canzone, ma a me pare che Newton sia proprio quello che era: un borghesuccio senza coraggio.
Ha una bella voglia il nostro a proclamare “Non mi interessa il buon gusto. Mi piace essere l’enfant terrible”.

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Ma quale Enfant Terrible?

Che cosa c’è di così scandaloso, alla fine degli anni ’90 del Novecento, nel mostrare due femmine strette in micropelle e tacchi a spillissimo che si abbracciano voluttuose sul pavimento verde acido e ricoperto di giornali di un garage a Montecarlo? (Che è un garage e che è a Montecarlo – e non ad esempio un set tuttofinto montato alla bisogna in un qualsiasi studio di posa – ce lo dicono “loro”, e con “loro” intendo Il Sistema, I Curatori della mostra e forse Newton stesso. E ci dobbiamo fidare. Come sempre in fotografia, che sarà pure un’arte minore, ma quanto a capacità di infinocchiare il guardante – in questo caso pure un po’ guardone – non è seconda a nessuno).

Che cosa c’è di così scandaloso nel sedere della Parietti che sbuca tra gli alberi della collina Torinese, immortalato nel 1996 per L’Espresso? Scandalosa semmai è la foto che, per come è concepita, verrebbe sferzata a sangue se solo la presentassero anche nell’ultimo dei circoli fotografici.

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Che cosa c’è di così scandaloso in una tizia che mangia e beve con una tetta al vento? Una sola, perché così è più ammiccante …

Chi è un po’ stagionato come me sicuramente ricorderà lo scandalino della tettina (una prima sulla fiducia!) di Patsy Kensit, sfuggita maliziosa dalla rottura della spallina della sottovestina che indossava a Sanremo un milione di anni fa.

“Tutta invidia!”, direte voi, perché io che ho superato (di molto) gli anta, manco potrei sognare di osare una sottoveste senza reggiseno!
Vero.
L’odiosa legge di gravità fa il suo sporco lavoro!!!
(A proposito, con alcune amiche e colleghe giuriste avrei redatto una proposta abrogativa per manifesta violazione dell’art. 3 della nostra Carta Costituzionale: discriminazione per sesso, età, razza … direi che ce n’è abbastanza, no?).

Di Newton mi fa rabbia la mancanza di coraggio.
Quel pierineggiare pallido e assorto, sempre trattenuto però, di uno che vorrebbe dire, ma soprattutto fare, delle maialate da bordello, ma la morale glielo impedisce. La speculazione basata sul voyeurismo dell’osservatore che alla fine impone di ammantare tutto di “artistico“, per non sentirsi pornografico e poter così parlare (e fotografare!) di sessoossesso senza sentirsi troppo in peccato mor(t)ale.

Nella sua opera non vedo nessuna vera dissolutezza, nessuna morale profondamente corrotta ma così umana da diventare, quella sì, vera arte, grazie alla forza d’urto corrosiva del genio.
Penso, tanto per fare qualche nome, a Nan Goldin o a Alberto Garcìa Alìx (dolorosamente tremenda la sua fotografia “El Rey”), al loro coraggio, che non stento a definire immenso, nel mostrare e nel mostrarsi, dopo giorni e notti di assoluta depravazione, senza infiginmenti, senza belletti, senza quella untuosa patina di perbenismo e benpensantismo tipici del borghesismo (al MoMA hanno abolito gli “ismi” ma io li adoro e continuo a usarli!).

Non una delle donne di Newton può anche solo lontanamente essere paragonata a quella leggendaria cortigiana che fu Kiki de Montparnasse. Come si possono dimenticare le sue labbra perfette, rese immortali da Man Ray, mentre si stringono al sesso di Paul Elouard?

kiki-manray

Eh, mi direte voi a questo punto, ma Newton si occupava di pubblicità e di moda (ah! la moda! che cosa è poi? Magari ne parliamo un’altra volta), non faceva arte!
La sua era fotografia che doveva comunque servire a vendere, e per riuscirci doveva essere visibile e vista e non censurata e rinchiusa in oscure camere. Insomma non è che potesse fare proprio come gli pareva, altrimenti chi gli avrebbe mai commissionato il lavoro? Come a dire: scandalizzare sì, ma entro certi limiti, giusto per solleticare certi brividi, ma senza spingersi troppo oltre, un sado-maso-soft se vogliamo, così da incuriosire.

Ma, se “non faceva arte”, allora perché ci ostiniamo a chiamarlo “artista” o anche “ilgrandemaestrodell’erotismo“?

E allora eccoci al vero punto: non è questione di fare l’enfant terrible. Non è questione di fare o non fare arte.
E’, più prosaicamente, questione di attirare denari con una merce, il sesso appunto, che notoriamente da sempre “[i]tira[/i]”.

Basta parlar chiaro, no?
Alla fine, l’erotismo di Newton, così intriso di etico, vacilla. Non è altro che un sentimento spurio che tenta di surrogare il sentimento reale. E finisce con il tradursi inesorabilmente in ridicolo.

Davvero l’immaginario erotico del figlio di un fabbricante di bottoni tedesco non vale un grammo di quello di un aristocratico debosciato francese …

Di questa mostra ricorderò solo le scarpe e i piedi delle modelle.
Un vero supplizio.
Piedi gonfi, sgraziati, storti …
E scarpe brutte, grosse, sporche …

Tessere, mosaici, oggetti preziosi … Fotografie – Parte seconda

Dopodomani, 7 novembre 2019, il MoMA compie novant’anni. E non è mai stato così giovane.

Non è soltanto perché, per l’occasione, come ogni prima donna che si rispetti, si è regalato un lifting. Tutti lo sanno, ormai: dopo un’estate di lavori, il 21 ottobre ha riaperto i battenti con spazi infinitamente più ampi e completamente ripensati.

Ma i nuovi spazi non sono altro che la punta dell’iceberg. E sono al servizio di ben altro ripensamento, che detto per inciso arriva a valle di un dibattito interno durato oltre dieci anni, a costo di discussioni anche accese e di porte sbattute.

La strada per portare nel XXI secolo l’istituzione simbolo dell’arte del XX passa dall’osservazione del modo in cui fruiscono il museo, e quanto vi sta dentro, i post millennials, la Generation Z, cioè a dirsi i veri nativi digitali.
Insomma quelli nati tra il 1995 e il 2009.
E attenzione, che quelli successivi ci sono già!
I bambini con meno di dieci anni, quella 
Generation Alpha che ha già dato prova di essere profondamente diversa dalla Z dei fratelli maggiori.

E così si arriva a Zygmunt.
Baumann.
Con la sua “modernità liquida“, la marmellata in cui volenti o nolenti siamo ormai tutti immersi, ci apre gli occhi sul flusso continuo nel quale, mentre noi adulti annaspiamo, questi nostri meravigliosi ragazzi (lì in mezzo c’è pure mio figlio) sguazzano allegri.

Telefonino (smartphone!) sempre alla mano, surfano (“mamma, noi googliamo!” e certo), tra Zia Wiki, Maps, What’s app, Instagram, Youtube, Netflix e …
A noi non restano che le cose da vecchi (ed è incredibile quanto invece ci paiano mirabolanti modernità): FaceBook, Twitter, la pay tv … roba che nessuno di loro si sogna nemmeno di prendere in considerazione.

Si informano, in tempo reale.
Si confrontano gli uni con gli altri, su tutto.
Tengono insieme i pantaloni a zampa, la musica degli anni Ottanta, la trap.
Conversano amabilmente con Alexa (a me sta voce suadente che mi saluta non appena metto piede in casa fa un po’ impressione, mi pare una trovata alla Blade Runner).
Gli e-book per loro sono I libri.
All’università hanno il libretto elettronico e tutto il sapere è condiviso su piattaforma.
Sono ovunque, sempre, nello spazio e nel tempo, concetti questi che per loro non hanno certo il significato che avevano per me.

Per questo quelli del MoMA hanno deciso di scendere tra loro.

Al MoMA, dal 21 ottobre 2019, è in atto la rivoluzione.

Così, quando i direttori di ben sei dipartimenti (tra cui quello della fotografia), hanno lasciato il posto, sono stati sostituiti da capo curatori con conoscenze trasversali: basta con i compartimenti stagni! L’arte non può essere chiusa in cassetti che non comunicano tra di loro (mi sembra di sentir parlare la mia prof. di lettere del liceo …). Non si può sapere tutto di pittura e niente di architettura!

Così i vecchi concetti di appartenenza – storica, cronologica, ideologica … – non valgono più. L’unica ammessa è l’appartenenza al proprio tempo.

Così, al grido di “l’arte deve stare tra la gente” (e in particolare tra i giovani), i vecchi e un po’ pomposi capolavori sono scesi dai loro piedistalli, hanno preso le scale e si sono sistemati in una lunga galleria aperta a livello stradale sulla 53rd.
Come la vetrina di un negozio fa sì che tutti quelli che passeggiano per la via possano ammirare, gratuitamente, le opere d’arte esposte (e magari farsi venire la curiosità, e la voglia di pagare il biglietto ormai lievitato a 20$, di vedere che cosa c’è ai piani superiori).

Così ogni “ismo” è finito in soffitta.
Niente più “cubismo“, “espressionismo“, “fauvismo” … Nemmeno più un riferimento al “pop” (“popismo“?).
Tutti cancellati in un colpo solo e tutti sostituiti senza troppi rimpianti con roba del tipo “Dai Barattoli di Zuppa alle Salsicce Volanti“; “Design per la vita moderna“.
Per la gioia di tutti i liceali annoiati (dormienti o, quando svegli, intenti a studiare altre materie “più importanti“) durante l’ora di storia dell’arte.

E siccome i ragazzi si annoiano in fretta, tutto deve cambiare in fretta.
In un grande gioco di continua ricomposizione, il MoMA ha deciso che ogni sei mesi si riallestirà tutto.
Perché ogni opera d’arte DEVE avere la possibilità di dialogare con le sue sorelle, e così di andare oltre il proprio tempo, oltre il luogo in cui fu concepita.

Pitture, sculture, fotografie, arredi, oggetti di design, architetture (c’è persino una cucina tedesca montata in mezzo a una sala – è quel cubetto giallo e bianco che si vede al centro nella fotografia di sinistra) di ieri, di oggi, di un domani che è già quasi qui, senza distinzioni di sorta, immerse in un liquido semiotico, tessere di un mosaico in continua evoluzione, acquistano significato da chi le precede e ne conferiscono a chi le segue. Ed è fin troppo facile pensare all’Atlas di Richter.

Nella stessa sala, almeno per i prossimi sei mesi, convivono Les Demoiselles di Picasso e American People Series #20 Die di Faith Ringgold.
In un’altra, una scultura di Louise Bourgeois fa da controcanto a due tele del periodo rosa del grande maestro cubista. E non troverete scritto da nessuna parte né cubistaperiodo rosa! Troverete invece, poco oltre, accomunati dallo stesso nome, Henri Rousseau (Il Doganiere) in compagnia di Matisse …

Come in una moderna famiglia allargata al pranzo di Natale, dove la novantenne zia Adelaide (senza nemmeno sollevare un aristocratico sopracciglio di disapprovazione) ciacola amabilmente con Kevin, lo scanzonato e divertentissimo figlio della terza moglie del fratello minore della cugina di suo nipote, che ha un piercing al naso e una passione per i film di Tarantino.

It’s the flow, babe!

 

 

La nitidezza è un concetto borghese? Parte prima

Stanca di vedere le gocce di cioccolato della mia torta pere e cioccolato affondare miseramente (e depositarsi sulla base della tortiera), anziché rimanere intrappolate nell’impasto (come vuole l’immaginario erotico di ogni cuoca che si rispetti), “cerco su internet” un suggerimento facile e efficace.

Su internet” c’è sempre tutto!

Infatti non mi sbaglio.
Mi basta iniziare a digitare “come evitare che le gocc …” che, sotto ai miei occhi increduli, si compone da sé la stringa “come evitare che le gocce di cioccolato si depositino sul fondo della tortiera”.

Evidentemente il problema è serio e avvertito come tale da molti appartenenti al popolo di forni e fornelli.

Scelgo a caso (non proprio a caso veramente, perché alcuni siti sono più affidabili di altri) e clicco …

COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO NEI DOLCI?

Se ti stai chiedendo come fare, per non far cadere sul fondo della tua torta, tutti i pezzi di cioccolato, dopo la cottura in forno, sei nel posto giusto”.

Dai che ci siamo! Sto per scoprire finalmente questa alchimia da iniziati! La MIA torta pere e cioccolata sarà spaziale, deliziosa! E soprattutto con le gocce perfettamente posizionate là dove devono essere!
Nessuno più dovrà grattarle dal fondo della teglia (tra mille maledizioni, perché mi si rovina il teflon) …

Oggi, ti spiegherò il mio trucchetto per non far depositare sulla base le gocce di cioccolato in torte, ciambelle, muffin e plumcake.

Purtroppo, capita a molte questo fastidioso problema, ma bastano pochi e semplici passaggi per far rimanere, tutte le gocce di cioccolato nell’impasto.
In questo modo le vostre torte e ciambelloni avranno un aspetto omogeneo o scenografico.

Riuscire a non fare affondare le gocce di cioccolato nei dolci sarà possibile con un trucco semplice ma molto efficace. In questo modo i vostri dolci saranno sempre perfetti e molto golosi. Scopriamo insieme come fare”.

Fantastico! Ancora pochi passaggi e anch’io sarò depositaria di questo preziosissimo segreto!

TRUCCO PER NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO NEI DOLCI

 Ingredienti:

  • Gocce di cioccolato q.b.
  • Farina q.b.

 COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO

 il metodo è semplicissimo”.

Ora, dopo aver letto almeno venti righe di INUTILI blablabla ed essermi sentita chiedere per ben DIECI volte se quello che cerco è proprio il trucco per non far affondare le gocce di cioccolato nei dolci, comincio a spazientirmi (lo so che devo sorbirmi tutti i banner pubblicitari prima di arrivare al dunque, ma almeno si potrebbe inventare qualche idea migliore della ripetizione ossessiva di un concetto che definire banale è eufemistico).
L’ho capito che il metodo è semplicissimo. Me l’hai ripetuto milleduecento volte da quando ho aperto questa pagina …
Credi che sia scema? Che non sappia leggere? Che mi abbiano lobotomizzata a cinque anni?

 CERTO CHE E’ QUELLO CHE VOGLIO SAPERE!!!!!

Dimmi come “ca xxx o” devo fare perché ste stramaledette gocce di cioccolata NON AFFONDINO nella MIA stramaledetta torta pere e cioccolata!!!

Suadente il nostro scrittore fallito prosegue:

Innanzitutto, per non far affondare le gocce di cioccolato nei dolci” …

MA E’ UNO SCHERZO???? Soffri per caso di eiaculazione impossibile?

 DIMMI COME DEVO FAREEEEEEEEE!!!!!!!!!!!!!!!!!

E finalmente:

dovete andare a riporli in freezer per almeno mezzora prima di utilizzarli”.

Che cosa devo riporLI in freezer? Non stavamo parlando delle gocce di cioccolata (femminile, plurale?) dove hai fatto le elementari?

“Andate a mettete, quindi, prima di iniziare la lavorazione dei vari ingredienti le gocce di cioccolato in freezer o, per un tempo più prolungato, in frigorifero.
Quando il vostro impasto sarà pronto non dovrete fare altro che andare a riprendere le gocce di cioccolato, infarinarle leggermente e quindi andare ad aggiungerle ed amalgamarle al composto.
L’umidità che si è andata a creare sulla vostre gocce di cioccolato permetterà alla farina di andare ad aderire alla perfezione. Eliminate l’eccesso, se necessario utilizzando un colino

Spero che questo semplice trucchetto per capire COME NON FAR AFFONDARE LE GOCCE DI CIOCCOLATO vi sia piaciuto e vi tornerà utile”.

ALLELUUUUUUUU – JAH!!!!

Al di là della grammatica quanto meno bizzarra (passaggi repentini dal tu al voi; accordi sostantivo aggettivo con spericolati cambi di genere – evidentemente anche in cucina la parità di genere va forte! Utilizzo scriteriato della consecutio temporum; frasi senza capo né coda, in cui soggetto e predicato verbale paiono non essersi mai frequentati prima …), sulla quale (ma solamente se mi dai un consiglio che funziona davvero) posso anche pensare di soprassedere.

Al di là del fatto che non capisco per quale assurda ragione quelli che ti istruiscono di cucina debbano sempre “andare a” (andare ad amalgamare, andare a riporre, andare a fare e magari anche andare a ca xxx are!).

Al di là delle mille parole che hai usato in modo paludato e straccione (Carofiglio ti amo!) …

MA NON POTEVI MOLTO SEMPLICEMENTE DIRMI:

se vuoi che le gocce di cioccolata rimangano perfettamente posizionate all’interno della TUA torta di pere e cioccolata e non affondino miseramente, appiccicandosi alla base della tortiera, ti sarà sufficiente, prima di aggiungerle all’impasto, infarinarle dopo averle messe un quarto d’ora in freezer”?

Quattro righe scarse ed eravamo felici in due: io perché non mi smarronavo a leggere un’ora di insulsaggini e tu perché non dovevi lambiccarti il cervello per stare appresso alla grammatica italiana, che si vede ad occhio nudo che non è esattamente la tua migliore amica.

Ogni volta che si ha poco da dire, ma ci si vuol dare un tono e far passare l’idea che quel poco sia di fondamentale importanza, si adotta un linguaggio ampolloso e ridondante (adoro la parola ridondante! Ti fa proprio sentire le campane in testa! La ripetizione del nulla che echeggia nel vuoto, sbattendo tra le tempie e la nuca, per poi rimbalzare sul parietale destro e di qui riprendere la sua corsa).

Si riempie lo spazio tra una parola e l’altra di infinite altre parole di cui si poteva benissimo fare a meno: domande retoriche reiterate a ogni piè sospinto, avverbi come se piovesse, nevicate di aggettivi … proprio come quando, alle scuole medie, la prof. di lettere diceva solenne che non avrebbe dato la sufficienza a nessun tema sotto le quattro pagine e tu avevi esaurito tutti i concetti in non più di due …

Comunque, adesso vado a  provare il trucchetto per vedere se funziona veramente.

Ecco. Ma … che cosa c’entra tutto questo con la fotografia?

Continua

Tratti di strada

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Tere Zanetti, Azzorre – 2019

Sto preparando il nuovo pezzo, al solito tra il serio e il faceto, di fotografia, ricette di cucina e altre sciocchezze, quando la mia e-mail trilla per avvertirmi che c’è posta per me.
E’ un messaggio di Borful (Fulvio Bortolozzo).

Li accolgo sempre con gioia, i messaggi di Fulvio, perché è un amico (memorabili le chiacchierate al bar delle formiche alla GAM), un maestro (preziosi i suoi seminari, immersioni sempre arricchenti nella fotografia) e mi regala riflessioni interessanti (anche quando non condivido).

E’ la notifica del nuovo articolo Noi siamo storie, uscito sul suo blog Camera Doppia        ( http://borful.blogspot.com/ ).

Interrompo le mie elucubrazioni, che possono serenamente aspettare, e vado a leggere.

E’ triste, Fulvio, mentre scrive di Marco Benna. Ne scrive con commozione e affetto e con un senso di perdita che raramente mi è capitato di osservare.

Io manco lo conoscevo Marco Benna.
Eppure era un fotografo di Torino.
Era uno stimato fotografo di Torino.

Così cerco capire di chi mi sta raccontando.

Vado al suo sito www.marcobennaphoto.it

che rimanda al suo profilo Medium: https://medium.com/@marcobenna

e poi al suo profilo Instagram: @marco_fluens …

Marco Benna insegnava fotografia allo IAAD di Torino e si era formato con i più grandi maestri italiani e stranieri. Il FESTIVAL DELLE ROCCHE, le SOSTE DI DANZA CONTEMPORANEA, i cortometraggi, le mostre, i libri …

Il progetto PHOM ( http://www.phom.it ).

La sua biografia è scritta rigorosamente in prima persona singolare. E all’indicativo presente. Si interessava di semiotica. Scriveva articoli e riflessioni su quello che erano per lui la fotografia e il fotografare. Sul significato di un gesto che compiamo, finanche troppo distrattamente, decine di volte al giorno, per prendere rapidamente appunti visivi.

Fotografava i luoghi del suo passaggio quotidiano. Volti e istanti. E lo faceva con uno sguardo limpido, senza troppi fronzoli (che, davvero, non ne servono), senza enfasi.
Il mare. La nostra città. I suoi figli. Notturni stradali. La libreria di casa. L’ospedale. Fabbriche e aree dismesse. Porta Palazzo, le stazioni di servizio. Le luci d’artista …