C’è ovviamente un altro genere di vitalità in The Americans: la vitalità dell’idioma con cui Frank vedeva il mondo. Era un modo di vedere che rivaleggiava col modo di scrivere dei Beats, uno stile che trasportava concretamente in forma visiva il ritmo del parlare quotidiano e del jazz. Era un idioma che trasformava la disperazione in un distaccato umorismo cosmico. Era uno stile che traeva un’energia stridente fuori dalla stupidità delle automobili, facciate dei negozi, insegne e gente privata dei diritti. Era una visione personale che trasformava un mondo impersonale in una divina commedia.
Gli Anni Cinquanta, l’America e gli Americani – Antologia di testi a cura di Bruno Boveri, Agorà editrice, 1997 – Jonathan Green, American Photography
Dicono gli Atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto di isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle.
Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite fino a sembrare stupida. una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale. Una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliante delirio…
Perché si chiamino crescioni e non tortelli di spinaci, vattelapesca. So che si lessano degli spinaci, secondo l’uso comune, cioè senz’acqua e, spremuti bene, si mettono, tagliati all’ingrosso, in umido, con un soffritto di olio, aglio, prezzemolo, sale e pepe; poi si aggraziano con un po’ di sapa e con uva secca, a cui siano stati levati gli acini. In mancanza della sapa e dell’uva secca, si supplisce con lo zucchero e l’uva passolina. Poi questi spinaci, così conditi, si chiudono nella pasta matta N. 153 intrisa con qualche goccia d’olio, tirata a sfoglia sottile e tagliata con un disco (…)
Questi dischi si piegano in due per far prender loro la forma di mezza luna, si stringe bene la piegatura e si friggono nell’olio. Servono come piatto di trasmesso.
Artusi, La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene
La busta che lei gli ha lasciato non contiene nessuna lettera, né un biglietto. C’è invece il ritaglio di una fotografia.
Dietro c’è scritto Ti ricordi? L’hai scattata tu, sei stato bravo. Ti lascio questa parte di me che ti fa paura. Non cercarmi, se puoi. Scusami.
Lì, dopo la parola scusami, che non significa niente, si è sentito morire. Gli è sembrato sulle prime che fosse una bugia, non poteva che essere una menzogna, un inganno bell’e buono, uno scherzo colossale e crudele. Poi ha pensato Non voglio saperne più niente, me la toglierò dalla testa, ho altro di cui occuparmi. Poi ha pensato Non riuscirò, a togliermela dalla testa. Ed è rimasto, più attonito che disperato, per un tempo che non saprebbe quantificare, con questo ritaglio di fotografia davanti agli occhi, come un santino nelle mani di chi sente di aver perso Dio.