… il grande amore che dovevo avere l’avevo avuto, i romanzi migliori che dovevo scrivere li avevo scritti, di certo non ne avrei scritti altri in cui mi sarei potuta così profondamente esprimere, perché non avrei vissuto nient’altro che mi avrebbe potuto così profondamente toccare, la casa d’infanzia era ormai alle spalle e con lei ogni promessa interessante di bene: “E allora. Se non c’è più da scrivere, se non c’è più da vivere, se non c’è più una famiglia che, ogni settimana, quantomeno mi dia l’illusione di essere la mia, che ci sto a fare io al mondo?” ripetevo in continuazione ogni lunedì alla mia analista, la dottoressa T.
Che un giorno di dicembre – ispirata da Rudolf Steiner ed esasperata da me –, alla fine di una seduta, mi ha buttato lì, intensa e un po’ magica com’è: “Le va di fare un gioco?”.
“…”
“Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto.”
“Cioè?”
“Una cosa qualunque. Basta che non l’abbia mai fatta in trentacinque anni.”
“Quasi trentasei.”
“Quasi trentasei. Una cosa qualunque. Nuova.”
“Per un mese.”
“Sì.”
“Per dieci minuti.”
“Per dieci minuti.”
“Ma … è sicura che funzioni?”
“Dipende da lei. I giochi sono per persone serie. Se decide di cominciare il percorso, non deve saltare nemmeno un giorno.”
“E poi?”
“Poi che?”
“Alla fine che cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?”
“Ne riparliamo fra un mese, Chiara. Intanto giochi, si impegni e non bari, mi raccomando. Arrivederci”
“Quando si ha la cattiva abitudine di cercare una gocciolina di veleno in ogni fiore schiuso, si trova, fino alla morte, qualche motivo per lamentarsi. Guarda quindi le cose da un angolo diverso e cerca il miele in ogni fiore: troverai sempre qualche motivo di sereno buonumore. (…) Alla fine, tutto sarà ben ricapitolato; e se così non sarà io proprio me ne infischio, anche senza, la vita è per me una tale fonte di gioia: tutte le mattine ispeziono scrupolosamente le gemme di ogni mio arbusto e verifico dove ce ne sono; ogni giorno faccio visita a una coccinella rossa con due puntini neri sul dorso che da una settimana mantengo in vita su un ramo, in un batuffolo di calda ovatta nonostante il vento e il freddo; osservo le nuvole, sempre più belle e senza sosta diverse, e in fondo io non mi considero più importante di quella piccola coccinella e, piena del senso della mia infima piccolezza, mi sento ineffabilmente felice”
Erano mesi che non scrivevo, come sempre quando mi succede qualcosa di importante. Nel caso specifico, un colpo di fulmine. La priorità non era annotare ma vivere. Il soffocamento amoroso! Non facile da descrivere se non si vuole annegare nella melassa sentimentale. Per fortuna l’amore riguarda di brutto il corpo! Tre mesi fa, dunque, serata a casa di Fanche. L’appartamento è pieno. Suonano alla porta, io sono quello più vicino, apro. Lei dice soltanto: “Sono Mona”, e io me ne sto lì impalato, a sbarrarle il passaggio, travolto da un amore improvviso, incondizionato e definitivo. È pazzesco quanto credito il desiderio dà alla bellezza! Questa Mona, di sicuro l’apparizione più desiderabile che ci possa essere, è proclamata subito la più intelligente, la più simpatica, la più raffinata, la più gentile, la più affettuosa che ci sia! Una perfezione superlativa. Il mio cuore è saltato come un fusibile. Fosse anche stata , la più scema, la più cattiva, la più prevedibile, la più avida e calcolatrice e bugiarda e stronza e fottuta borghese o temporanea zoccola, e mi avessero affidato il suo dossier per un esame preliminare, il cuore avrebbe dato retta solo agli occhi! La mia vita aspettava solo lei! Quella che se ne sta in piedi davanti a me nel vano della porta, e che mi sembra che non abbia neanche lei molta fretta di entrare, è la mia! La donna maiuscola! La mia donna! Aggettivo possessivo! Con eterna certezza! E nell’istante in cui il fulmine ci colpisce, è tutta la nostra cultura che il flusso delle ghiandole ci fa riaffiorare al cuore, tutte le canzonette d’amore da due soldi e tutte le opere liriche più altolocate, il primo sguardo del Montecchi sulla Capuleti e quello del Nemours su Madame de Clèves, e le vergini e le Veneri e le Eve dei Cranach e dei Botticelli e tutta la spaventosa quantità di amore che riaffiora dalla strada e dai musei, dai rotocalchi e dai romanzi, dalle foto pubblicitarie e dai testi sacri, Cantico dei cantici dei cantici, tutta la somma dei desideri accumulati dalla nostra giovinezza, celebrati dalle nostre seghe ardenti, tutti quei colpi sparati a salve da adolescenti nelle immagini e nelle parole, tutte le mire della nostra anima appassionata, ecco cosa ci gonfia il cuore, ci incendia la mente! Ah! L’abbagliamento dell’amore! Che ti rende subito chiaroveggente! E impalato come un cretino davanti alla porta aperta. Dove per fortuna era appeso il mio cappotto. L’ho preso, e da tre mesi Mona e io non abbandoniamo più il letto dove ci siamo esaminati all’ingrosso e in dettaglio, per ora e per sempre. Madreperla, seta, fiamma e perla, perfezione del sesso di Mona! Per limitarmi all’essenziale, poiché c’è anche l’appetito del suo sguardo, e il velluto finissimo della pelle, e la delicata pesantezza del seno, e la morbida sodezza del sedere, e l’opportuna rotondità dei fianchi, e la curva perfetta delle spalle, tutto per la mia mano, tutto a mia esatta misura, alla mia giusta temperatura, per le mie narici e il mio gusto – ah, il sapore di Mona! – ci vuole un Dio perché una porta si apra sul suo complemento perfetto! Ci vuole almeno l’esistenza di un Dio per l’incastro così convincente dei nostri sessi! La progressione è d’obbligo, prima si sono scoperte le mani e le labbra, poi i sessi, che abbiamo blandito, accarezzato, stuzzicato, manipolato, accordato, per autorizzarli infine a visitarsi-inghiottirsi, ad allungare sapientemente la nota del piacere fino al do di petto, e adesso ogni scusa è buona per divorarsi e solcarsi, detto fatto, senza il nostro permesso, alla cieca, sulle scale, contro la porta, al cinema, nella cantina di un antiquario, nel guardaroba di un teatro, fra i cespugli di un giardinetto pubblico, in cima alla Tour Eiffel, e scusate se è poco! Perché dico “il nostro letto”, ma il nostro letto è Parigi, Parigi e dintorni, sulla Senna e sulla Marna!